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27 luglio 2017

Quando non si sta bene con sé stessi


Quante volte sento dire frasi come queste: “non sto bene con me stessa”; “non ho un buon rapporto con me stesso”; “mi odio”; “mi faccio schifo”; “non mi piaccio”.

È indubbio che quando una persona timida non sta bene con sé stessa, significa che non riesce ad accettarsi.

Vincenzo Pinto - Bianche, grosse e forti onde, sono le emozioni,
che a ritmo incostante ed incessante, bagnano la nostra vita.
Dietro questa non accettazione ci sono cognizioni del sé che non corrispondono a quelle desiderate, o a cui si aspira. 

Una non corrispondenza che sorge dall’auto osservazione e dall’auto valutazione, riguardante la discrepanza tra il sé percepito e quello ideale.

In tali situazioni entrano in gioco anche altri fattori come lo scopo “doverizzato” di raggiungere standard elevati, tanto da essere irraggiungibili; la tendenza al perfezionismo; il disagio che si vive nella difficoltà nel vivere i rapporti interpersonali; il sommarsi degli insuccessi nelle interazioni sociali.

Come tutti gli ansiosi sociali, anche le persone timide tentano di analizzare e spiegare le cause e le forme delle proprie sofferenze, lo fanno con le cosiddette teorie naif.

I soggetti timidi tendono ad essere particolarmente critici verso sé stessi e, quando lo fanno, lo sono in modo esagerato, molto spesso, senza avere reali agganci con la realtà che dimostrino la validità delle loro valutazioni negative.

Nel loro tentativo di spiegare le proprie criticità, inconsapevolmente, costruiscono la teoria della propria sofferenza facendo ricorso proprio a quelle credenze di base disfunzionali che sono alla radice della loro problematicità esistenziale.

A seconda delle credenze disfunzionali che si sono formate nella loro mente e radicalizzate nella memoria, l’individuo timido punta l’indice ora verso propri presunti difetti fisici, ora verso presunte incapacità e/o inabilità sociali, ora verso una propria difettosità naturale, ora verso una non amabilità di base.

Essendo il corpo umano una entità fisica sempre presente e percettibile è facilmente soggetta all’auto osservazione e all’auto percezione, perciò finisce anche col diventare il principale punto focale su cui vanno a concentrarsi le valutazioni delle persone in sofferenza interiore. 

Il corpo è un capro espiatorio piuttosto diffuso, ma il soggetto timido di ciò non è consapevole.

Quando la persona timida, dirige altrove la propria auto analisi, sotto accusa ci vanno le qualità personali che, in tal caso, acquistano valore negativo.

La persona timida che non sta bene con sé stessa dirige sempre ogni valutazione contro la propria persona, trasformando anche insuccessi, dovuti a fattori contingenti, in un vero fallimento della propria persona nella sua interezza: dall’evento particolare si generalizza al massimo personalizzando l’insuccesso; dal minimo dettaglio si fa emergere una regola generale che caratterizza e qualifica la persona nella sua globalità.

Il rapporto con le proprie esperienze interne è chiaramente burrascoso, vengono vissute evocando la non appartenenza sociale, l’esclusione da parte degli altri, colpevoli incapacità proprie, personali ridicole inabilità sociali, l’immeritevolezza, la bruttezza, la difettosità di natura: l’interpretazione oggettiva del mondo reale non abita nella mente di chi è dominato dalla timidezza, vi agisce il pensare emotivo.

Il quadro ambientale in cui il soggetto timido viene a trovarsi, può non facilitare gli ansiosi tentativi di inserimento sociale. 

Ci sono valori e modelli comportamentali e/o fisici socialmente veicolati e altamente idealizzati, direi funzionali alla cultura consumista, che diventano, a loro volta, punti di riferimento culturale dei soggetti timidi.

Talvolta questi riferimenti culturali acquistano un alto valore per la persona timida, persino superiore a quello conferito dall’insieme sociale. 

Nel momento in cui tali riferimenti culturali si posizionano in alto della scala gerarchica dei valori costituitesi nella mente del soggetto timido, si innescano processi cognitivi tendenti al ragionamento dicotomico, alle astrazioni selettive, alle inferenze arbitrarie, alla esasperazione interpretativa.


Il non star bene con sé stessi implica il senso di colpa. L’ansioso sociale si auto accusa e conferisce la responsabilità delle proprie sofferenze a sé stesso, alle proprie inadeguatezze.


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