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19 luglio 2017

Timidezza o fobia sociale?


Timidezza e fobia sociale hanno in comune le medesime tipologie di cognizioni di base, gli stessi stili metacognitivi e anche i medesimi tipi di comportamento.

Tuttavia, nella timidezza non si raggiungono i livelli di intensità e radicalità che si riscontrano, invece, nella fobia sociale.

Ambedue sono da annoverare nella categoria dell’ansia sociale, ma mentre la prima è da considerare un tratto caratteriale da ascrivere nella normalità, nella seconda insistono fattori che la rendono una patologia.




A dire il vero, stabilire un netto confine tra timidezza e fobia sociale è piuttosto difficile proprio perché le caratteristiche dell’una sfociano in quella dell’altra fino a confondersi.


Non a caso, non esiste una reale definizione definitiva né della timidezza, né della fobia sociale.

Possiamo dire che ambedue sono l’espressione di disagi sociali di natura cognitiva che hanno ripercussioni, di vario grado o gravità, nei comportamenti e nell’interazione sociale.

Ambedue sussistono solo e soltanto in relazione agli altri. Fuori dall’ambito sociale tali disagi non esistono.

Ma cerchiamo di vedere quali sono gli aspetti su cui è possibile individuare le differenze tra queste due forme di ansia sociale.


Pierluigi Cocchi - Solitudini

Come ho già detto, timidezza e fobia sociale poggiano sulle stesse tipologie di cognizioni, cioè su credenze di base inerenti le definizioni del sé, degli altri e del mondo inteso come consesso sociale. Tra queste, le credenze sul sé riguardano la capacità di far fronte agli eventi con efficacia, l’abilità nelle relazioni sociali, l’attraibilità e amabilità come persona, la funzionalità di sé come persona e come macchina vivente.

Ad ogni credenza di base, corrispondono degli schemi cognitivi, cioè un insieme di credenze “derivate”, disposte generalmente in ordine gerarchico e conseguenziale, le quali determinano modelli di pensiero e di comportamento. Tutto ciò produce un processo circolare che è il circolo vizioso dell’ansia sociale.

Sappiamo che la paura è l’emozione di base di ambedue i disagi: Paura del giudizio altrui, dell’insuccesso, della prestazione, della relazione, di fare una brutta figura, di non essere bene accetto, di dar fastidio o essere inopportuno. Ma tutti questi timori soggiacciono a una paura fondamentale: la perdita dell’appartenenza sociale, quindi, la solitudine, l’emarginazione, l’esclusione, il rifiuto.

Il modo di rapportarsi a queste paure, all’intensità con cui si vivono e ai pensieri che li sottendono, in breve, il rapporto con le proprie esperienze interne, è indicativo di un primo fattore di diversità tra timidezza e fobia sociale. 

Nella fobia sociale la paura è particolarmente intensa, tale da spingere il soggetto a un comportamento evitante che trova anche una giustificazione teorica, per altro, molto rigida e ben radicata.

Se, ad esempio un ansioso sociale desidera di avvicinarsi a un gruppo di persone, se è una persona timida, gli viene l’ansia, il batticuore, si domanda se agire o no, magari ci prova anche, nonostante l’ansia; se, invece, è una persona sociofobica, i suoi pensieri negativi lo inducono a scegliere, da subito, l’evitamento. Mentre il timido, rumina sul fatto di non aver avuto il coraggio di agire o di averlo fatto male, il sociofobico preferisce pensare che non era giusto forzare la propria natura.

In pratica, nella timidezza si registra anche la disponibilità a correre il rischio temuto, mentre nella fobia sociale tale disponibilità non è propria messa in discussione perché il pericolo va evitato a ogni costo.

La valutazione del rischio differisce tra timidezza e fobia sociale. 

Mentre nella fobia sociale i pensieri negativi previsionali sono considerati come presagi (più che premonizioni o previsioni) di fatti che certamente devono accadere e, i pensieri automatici come dimostrazione della validità delle tesi negative; nella timidezza i pensieri negativi di previsione conferiscono al rischio non tanto la certezza che il pericolo possa verificarsi, quanto l’alta probabilità che possa verificarsi. 

L’implicazione di questa differenza è che nella fobia sociale, il concetto di probabilità viene cancellata a favore della certezza e, dunque, il pensiero previsionale corrisponde alla realtà; nella timidezza, il pensiero previsionale non corrisponde alla realtà ma ad un’alta probabilità che il rischio possa verificarsi e, quindi, non si verifica l’esatta coincidenza tra probabilità e certezza.

Anche le teorizzazioni di difesa di cui, sia le persone timide sia quelle sociofobiche, non sono consapevoli, differiscono nella loro radicalità. Le credenze condizionali e quelle doverizzanti hanno un maggior grado di rigidità e staticità nella fobia sociale rispetto alla timidezza. Lo stesso vale per i motti, le assunzioni, i precetti morali.

Anche le distorsioni cognitive sono presenti con maggior frequenza nella fobia sociale.

Il ritiro sociale è un comportamento presente in ambedue forme di disagio. Tuttavia, il soggetto timido sembra evitare le situazioni sociali mosso da uno spirito demotivante, più per effetto dei precedenti insuccessi e dall’idea di inadeguatezza, che dalla paura. 

In altri termini, mentre il socio fobico vive la paura con grande intensità, conferendo alla sofferenza prevista, il valore di assoluta insopportabilità; l’individuo timido cede di più allo sconforto e al percepirsi inadeguato che non all’insopportabilità della sofferenza. 

Sia chiaro, però, che il timore della sofferenza è cruciale in tutte le forme di ansia sociale. Ciò che diversifica la sua valutazione è il giudizio del grado di insopportabilità.

Nonostante queste differenze, le metacognizioni che sorreggono le strategie di regolazione cognitiva ed emotiva, sembrano essere le stesse. Sia nella timidezza, sia nella fobia sociale, le valenze negative e/o positive conferite alle attività rimuginative, ruminative e alla preoccupazione, assumono un ruolo primario nella frequenza con cui si ricorre a tali strategie e nella persistenza e permanenza del disagio sociale, quindi, al rinforzo e conferma delle credenze disfunzionali.

Probabilmente, un altro livello di diversificazione è riscontrabile nel grado di severità espresso nel giudizio sul sé, sugli altri e sul mondo; la non accettazione del sé, ad esempio, determina anche il modo in cui si concepisce la probabilità dell’uscita dal tunnel: del tutto o quasi nulla nelle fobie sociali, speranzose o sognanti nelle timidezze.





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