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26 agosto 2017

Essere soli con la timidezza addosso


“Sono solo, non ho amici”; “Non ho nessuno con cui uscire, così resto da sola a casa”; “mi sento sola, e quando sto con amici mi sento a disagio”; “sono sempre solo, i miei compagni mi isolano”; “attorno a me c’è solo solitudine”; “non riesco a legare, così sto sempre da sola”.

Con la solitudine si misura la sofferenza in tante forma di timidezza o di altre ansie sociali.
Soprattutto quando la timidezza non è specifica, ma si manifesta nell’interazione con gli altri, in generale. È un problema che colpisce particolarmente anche i sociofobici e coloro che soffrono del disturbo evitante della personalità.

Cos’è la solitudine quando è vissuta con sofferenza? 

Federica Gionfrida - loneliness (solitudine)
Dovremmo parlare del dolore della non appartenenza; della precarietà, o del sentirsi socialmente precari, in un gruppo, in un ambiente lavorativo, in breve, in un insieme di persone di cui si desidera esserne parte.

La solitudine è vissuta come fallimento del proprio essere animale gregario, individuo sociale; ma anche come assenza di vicinanza e affettività.

La solitudine è la repressione, l’inesplicazione del bisogno dell’essere sociale. Ma anche il sentimento che rappresenta il proprio sentirsi insufficiente a sé stessi.

Per mezzo della solitudine la persona timida si rappresenta a sé stessa come inadeguata.


“Cos’è che non va in me?”; “Sono un fallimento”; “sono asociale”; “sono uno/a sfigato/a”.

Si intervista, indaga su sé stessa, si valuta e giudica quasi sempre con perfidia e cattiveria.

È una analisi monocolore che tende a due sole conclusioni: essere di scarso valore, oppure, gli altri sono di scarso valore. 

A dire il vero, talvolta, si ammettano ambedue le ipotesi.

Dunque, il giudizio negativo di sé, quello sugli altri, o ambedue, conducono alla tesi secondo la quale le cause portanti della solitudine sono l’incapacità, il difetto nativo, lo scarso valore.

In questo processo valutativo si consuma un errore di discriminazione, si scambiano gli effetti e le apparenze esteriori come fattori causali, mentre questi restano distanti dalla consapevolezza e, dunque, dallo stato cosciente.

Allo stesso tempo, le cause contingenti legati a fattori temporali, situazionali, strumentali, sono del tutto escluse dai processi di valutazione.

La timidezza induce a pensare e ragionare in direzioni predefinite, nelle quali il ventaglio delle ipotesi interpretative, le possibili configurazioni della realtà, sono ridotte a quantità inique, squilibrate in favore di un target di qualità che volge al negativo.

La solitudine ha cause concrete che vanno ricercate a diversi livelli di indagine, dai comportamenti inefficaci che si pongono in atto, ai timori chi hanno dominato il campo emotivo, alle credenze di base e a quelle regolanti da cui scaturiscono i processi cognitivi.

L’idea dell’inadeguatezza che pervade le autoanalisi dei soggetti timidi trova le sue ragioni nel pensiero emotivo, quindi, in una interpretazione non oggettiva della realtà.

La vita reale, la definizione del sé e/o degli altri, sono interpretate e descritte solo, ed esclusivamente, attraverso il filtro di una soggettività esasperata nella quale si perde il dialogo interiore.

Essere soli con la timidezza addosso implica il tendere a isolarsi ancora di più. Di fronte al sommarsi degli insuccessi nei tentativi di interazione umana, la persona timida va incontro a un maggiore scoramento, soprattutto, attiva quei processi di valutazione cognitiva che finiscono con il confermare e rafforzare le credenze disfunzionali che vengono coinvolte.

Si convince ancor di più di non valere, di non essere all’altezza, di non essere capace, di non essere abile, di non essere amabile e desiderabile. Perpetua, dunque, quell’errore di valutazione che la allontana dalla individuazione dai reali elementi cruciali della crisi relazionale.



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