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3 agosto 2017

Nella timidezza non si riesce a essere se stessi


“Non ce la faccio a esprimermi”; “non riesco a essere me stessa”; “non sono mai me stesso”; “finisco sempre per recitare una parte”; “alla fine non mi comporto come vorrei”; “non sono capace di essere come sono nella realtà”.

Ti è mai capitato di dire o pensare frasi come queste? È uno degli inghippi “standard” della timidezza: non riuscire a manifestare la propria persona, la propria personalità, l’indole interiore, l’io ideale.

La persona timida è fortemente condizionata dalla propria timidezza e, dunque, da quell’insieme di schemi cognitivi che la sottendono.


Stefano Musso - profondo abisso
Non si riesce a essere se stessi perché subentrano i pensieri automatici negativi che ora ci dicono che siamo inadeguati, ora che già prevedono che le cose andranno a finire male, con un bel fiasco; ma anche perché poi si è presi nella morsa delle emozioni negative, quelle paure che si manifestano in molti modi: paura del giudizio altrui, timore dell’insuccesso e del fallimento, paura di fare brutta figura, timore di essere rifiutati, paura di non riuscire, timore di non essere all’altezza, paura di essere oggetto di sberleffi, timore di perdere amori o amicizie, paura della solitudine, dell’esclusione sociale, paura della non appartenenza.


La paura porta con sé anche l’ansia. È il punto in cui si innesca il circolo vizioso della timidezza e, quindi, tutto il processo pensiero-emozione-ansia si ripete indefinitamente.

Probabilmente, e in genere è così, non ti accorgi neanche di questo processo sequenziale, tutto è così ravvicinato e veloce che avverti come se l’insieme fosse un’unica cosa. Anzi, generalmente, non ti accorgi neanche che nella tua mente sono transitati dei pensieri automatici.

In verità, quando inizia il processo pensiero automatico-emozione-ansia, il problema è già cominciato a esistere: il principio è cominciato con l’attivazione delle credenze di base disfunzionali, quelle definizioni negative, telegrafiche e perentorie del sé che ti ricordano di essere inadeguata/o.

Il circolo vizioso della timidezza implica, necessariamente, una conseguenza assai sgradevole: l’inibizione ansiogena. 

Così hai vuoti di memoria che ti si blocca, ti muovi con impaccio, hai difficoltà a ragionare sulle cose, perdi la prontezza d’azione, sembri imbambolato/a, non ti vengono cose da dire o da fare, non ti riesce di far cose che in altri momenti faresti con facilità e, talvolta, ti viene di avere dei comportamenti che in condizioni non ansiogene non avresti mai. E così, nel corso del tempo, le scene mute si moltiplicano, la mancanza di iniziativa diventa una costante, e i comportamenti che non ti esprimono si ripetono.

L’inibizione ansiogena è la conseguenza potente dell’interazione tra pensieri negativi, emozioni negative e ansia. È potente perché è capace di rendere la tua timidezza come qualcosa di marcatamente invalidante. La persona timida non riesce a essere sé stessa perché è diventata ostaggio delle paure, dei pensieri negativi e dei sintomi dell’ansia.

La mente, in tale condizione, focalizza la propria attenzione non sulla soluzione del problema, non sul vivere l’esperienza, ma sull’idea dell’esistenza di un problema che si prevede essere portatore di una sofferenza non sopportabile.

Anche quest’attività mentale di valutazione e previsione sfugge allo stato cosciente dell’individuo timido, si tratta di pensieri, che talvolta si presentano nella forma di immagini, che viaggiano nella penombra della mente, sono quasi sempre processi di valutazione automatica.

Così le persone timide finiscono solo con il rilevare gli aspetti esteriori che suggeriscono loro colpe e incapacità proprie che nulla hanno a che fare col problema reale. 

Così emettono giudizi e valutazioni che contengono locuzioni del tipo: “non riesco”; “non sono capace”; “non mi so comportare”; “non so… [fare o dire questo o quello]”; “non sono…”.

E si sa, gli individui timidi sono spesso cattivi con sé stessi.




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