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13 settembre 2017

Le ansie sociali e la vergogna della propria sofferenza - prima parte



PRIMA PARTE

Mi appresto a trattare un argomento alquanto complesso e ampio, per questo sarà diviso e distribuito in più parti come mia abitudine.
Per tanti sofferenti la propria ansia sociale è motivo di vergogna. Un aspetto che li accomuna alle persone depresse e a un po’ di individui con sofferenze biologiche.

Le ragioni della vergogna provata dagli ansiosi sociali, come anche dai depressi, sta probabilmente nel percepirsi inadeguati.

Annette Schmucker - senza titolo
In questo caso, l’idea dell’inadeguatezza abbraccia un vasto campo di significati e/o di rappresentazioni.

Un fattore che va osservato è che mentre l’altro è considerato persona normale, si ritiene che la propria persona non lo sia. 

L’ansioso sociale si sente un diverso.

Il problema è che questa diversità percepita genera un solco etico-morale tra l’idea della normalità e quella della anormalità così come valutate dalla soggettività dell’ansioso sociale.


La discrepanza tra l’idea del sé ideale e quella percepita come reale, diventa un confine tra l’accettabilità e la ripugnanza sociali, tra l’eticamente valido e l’invalido.

Sembra quasi che, nella mente degli ansiosi sociali, l’essere afflitti da forme di ansia sociale costituisca un peccato, lo sforare i limiti di determinati valori etico-sociali. 

Chiaramente si tratta di valori che hanno importanza rilevante nella visione morale del soggetto ansioso.

Non necessariamente tali valori ricoprono la stessa importanza anche negli altri. Come accade in ogni persona, quella con ansia sociale ha un proprio sistema morale, un insieme soggettivo di valori. Solo che i valori etico-morali della persona ansiosa sono fortemente influenzati dalle personali e disfunzionali credenze di base e da quelle derivate.

Il percepirsi inabile o incapace può rappresentare un fattore di non corrispondenza ai valori richiesti nella società o nel gruppo o nell’insieme sociale cui l’ansioso fa riferimento.

Va da sé che inabilità sociale o incapacità a far fronte con efficacia agli eventi, diventano elementi di comparazione ai fini della valutazione del proprio valore personale.

In questo caso il considerarsi privo di valore può essere ritenuta una rottura, un mancato rispetto di ciò che l’ansioso sociale ritiene essere dettami etico morali fondanti della società umana.

Come avrai notato, ho più volte fatto notare come i valori considerati primari e/o fondamentali sono quelli soggettivi dell’ansioso sociale, non quelli dell’intera collettività; cioè si tratta dei valori a cui egli conferisce grande importanza e che pensa siano coincidenti con quelli espressi dalla società. 

Ovviamente, tutto questo ragionamento è valido solo riferendoci a quei valori implicati nell’esercizio dell’interazione sociale.

Nel suo dialogo interiore, l’ansioso sociale può fare solo riferimento ai propri personali valori etico-morali. Ciò, anche perché egli ha una propria definizione del mondo, degli altri e di sé; tutto questo implica inevitabilmente una rappresentazione soggettiva del mondo reale, compresi valori e significati. 

A essere sinceri, quest’ultima considerazione è vera per tutte le persone ma, nel caso delle ansie sociali, ci troviamo di fronte a credenze di base e derivate, ad assunzioni e precetti che travalicano i significati collettivi.


In pratica, l’identità collettiva di un soggetto ansioso subisce un processo di soggettivizzazione estesa di sensi, significati e valori. All'ansioso sociale può apparire collettivo ciò che è solo il risultato di un processo cognitivo soggettivo.

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