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19 settembre 2017

Le ansie sociali e la vergogna della propria sofferenza - seconda parte


SECONDA PARTE


“Preferisco non uscire perché se incontro qualcuno che mi conosce e mi chiede cosa sto facendo, poi dovrò dirgli la verità”. La verità, per questo ragazzo, sarebbe stata di dover dire che non faceva nulla e che stava solo tutto il giorno, e di ciò se ne vergognava.

Non avere lo stile di vita, che l’ansioso sociale presume hanno gli altri, è motivo di vergogna, si sente fuori dalle regole, ma si sente anche un minorato, un fallito, un essere di scarso valore, uno che fa pena, una persona che non potrà mai essere valutata positivamente.


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Vergognarsi per la propria condizione di sofferenza interiore è anche la testimonianza di un pressante bisogno di appartenenza sociale

Aspira ad appartenere a una qualche collettività e, quindi, desidera che la propria persona possa corrispondere a quel target di valori che ritiene siano quelli preferiti nel gruppo cui aspira di farvi parte.

La discrepanza tra il suo percepirsi nella vita reale e l’io che dovrebbe corrispondere ai valori presi a riferimento misura il suo livello di diversità e di lontananza dall’appartenenza sociale.


Se non esistesse questa tensione verso gli altri, la vergogna per la propria condizione psichica non esisterebbe. In effetti, essa esiste solo in relazione al dominio dell’interazione sociale.

Vergognarsi di avere una forma di ansia sociale, come accade per le altre cause di vergogna, può comportare anche il sentimento dell’umiliazione.

Qui l’umiliazione non proviene dagli altri, è un sentimento che l’ansioso sociale sente verso sé stesso, proviene dal giudizio che egli dà di sé stesso in relazione alla sua idea di non corrispondenza ai valori e alle qualità che costituiscono il suo riferimento ideale.

Talvolta, ad accentuare o favorire il senso della vergogna interviene la non accettazione di sé, in alcuni casi, persino il non voler riconoscere la propria sofferenza, che è una forma di evitamento cognitivo. 

In questi casi è più probabile che l’emozione della vergogna sopravvenga senza che il soggetto ne comprenda le ragioni.

Il timore di giudizi negativi altrui, di trasmettere impressioni o un’immagine di sé non lusinghiere, induce a provare vergogna nel farsi vedere in cattive condizioni.
Spesso, anche nei confronti delle persone più vicine in amicizia.

Quando ci si vergogna per la propria sofferenza, si tende al ritiro sociale. 

Come già saprai, il comportamento evitante non produce mai effetti positivi: conferma e rinforza credenze e metacredenze disfunzionali, favorisce il permanere e il consolidarsi di abitudini nel ricorrere a forme disfunzionali di autoregolazione emotiva, rende persistente la propria sofferenza.

In alcuni casi l’ansioso sociale prendendo coscienza del provare vergogna finisce col ruminare su tali esperienze. 

Entra nel dominio della meta vergogna.

La meta vergogna genera una escalation di auto focalizzazioni su sé stessi, queste, ovviamente, scaturiscono in un giudizio negativo sul sé e, talvolta, sugli altri o sul mondo.

La particolarità delle meta emozioni e delle metacredenze disfunzionali è che vanno a costituire un surplus di sofferenza: essa viene percepita con una intensità e una gravità ben superiori a quelle oggettive, in pratica, agiscono come amplificatore sia della percezione emotiva, sia di quella cognitiva. 

Ciò, quando il rapporto con le proprie esperienze interne presenta già le sue criticità, finisce con l’accentuare non solo la sofferenza in sé, ma anche l’idea della sua insopportabilità.




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