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22 novembre 2017

La dipendenza affettiva in timidezza e ansie sociali


Ho spesso sottolineato come la timidezza sia un disagio legato all’interazione sociale che si manifesta in molte forme, caratteristiche e problematiche. In pratica, non tutte le persone timide sono tali allo stesso modo. Tuttavia, alcuni tratti caratteriali risultano essere più diffusi di altri.

La stessa ansia da relazione può manifestarsi in forme differenti e possono essere attinenti a diverse cognizioni disfunzionali.

Per comprendere le ragioni e le cause della dipendenza affettiva, molto diffusa nelle ansie sociali, bisogna cominciare da una questione centrale da cui dipende la formazione e lo sviluppo dell’identità personale. Parliamo dell’attaccamento
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Per spiegarlo partiamo dai bisogni primari dell’essere umano che si attivano sin dalla nascita, e cioè l’accudimento, la protezione, il conforto, la rassicurazione.

Già dalla nascita il neonato genera luoghi di memoria finalizzati al relazionamento con le figure di riferimento, i caregiver che in genere sono i genitori, in tale processo egli ripone delle attese nei confronti degli accudenti e, in funzione del modo con cui questi si relazionano a lui, l’infante sviluppa delle cognizioni di base su sé stesso e sui caregiver. 


Più in là nel tempo, le cognizioni riguardanti i caregiver si trasformeranno in credenze sugli altri operando, quindi, una generalizzazione.

I successivi anni dell’infanzia e della fanciullezza sono altresì determinanti nella fissazione, nella radicalizzazione o nella mutazione delle credenze che si sono formate.

Genitori assenti, disattenti, problematici, possono produrre, negli infanti, impressioni emotive e negative legate all’idea del non essere amorevoli, di non meritare attenzioni; di conseguenza il bambino comincia a sviluppare idee sulla necessità di essere accettato. 

Nei casi in cui i caregiver sono ossessivamente presenti, ansiosi, iperprotettivi, controllanti, che si sostituiscono al minore anche nelle decisioni più pertinenti a quest’ultimo, che reprimono il bisogno di autonomia del bimbo, favoriscono il formarsi di un insieme di credenze con le quali il bambino comincia a definire sé stesso come incapace o comunque inadeguato e, pertanto, bisognoso di rapporti di dipendenza per sopperire alle proprie carenze.

Genitori ipercritici, umilianti, repressivi, pure inducono a formazioni di credenze inerenti il tema dell’incapacità.
Una volta formatesi e rafforzatesi nel corso degli anni precedenti l’adolescenza, queste credenze evolvono in stili cognitivi auto svalutanti, preoccupati o timorosi.

Sono questi gli stili cognitivi che conducono a una percezione di un sé insufficiente. In particolar modo quelle esperienze infantili di relazionamento col genitore vissute emotivamente con sensazioni di abbandono e/o di rifiuto, producono uno stato di carenza affettiva.

Le credenze di base che sottendono la dipendenza affettiva riguardano, principalmente, i temi dell’abbandono, della non amorevolezza e della non accettazione da un lato e dell’incapacità dall’altro, soprattutto quando è riferita alla capacità o abilità di amare o suscitare interesse. Non va neanche trascurata, però, l’idea del percepirsi senza valore.

Partendo da queste definizioni del sé incentrate sull’inadeguatezza, le assunzioni e le credenze intermedie tendono a disegnare modelli comportamentali e scopi che producono come risultato il tendere a restare in ombra e ad assumere ruoli subalterni.

L’essere umano, in quanto animale gregario, ha un immanente bisogno di appartenenza sociale e di accettazione

Percepirsi in una condizione di appartenenza precaria o di non appartenenza, di essere un soggetto a rischio di abbandono o di non accettazione, accentua il bisogno affettivo e il timore che questo non venga a verificarsi.

La questione è che non si tratta solo di una storia di carenze affettive, ma anche di una concezione del sé ispirata alle idee di non amabilità, di indesiderabilità, di non accettabilità, che vanno a interagire con parallele idee riguardanti il tema dell’incapacità e, talvolta, dell’inferiorità.

Se le carenze affettive sono state vissute nell’infanzia o nella fanciullezza, la dipendenza affettiva è una condizione psicologica che si vive nel presente, che viene a costituirsi come conseguenza di un vissuto mai superato, ed è determinata dalla formulazione di un quadro cognitivo che definisce il sé e gli altri e interpreta l’interazione tra sé e gli altri in maniera emotiva, disfunzionale e con valenze negative. 

L’emozione dominante di questa condizione è la paura. 

Il timore della solitudine, dell’isolamento, dell’emarginazione, del rifiuto, del fallimento di sé e, in ultima analisi, della sofferenza. Ma è anche il timore di non essere in grado, o all’altezza, di far fronte al soddisfacimento dei bisogni relazionali e affettivi propri e altrui.

Per certi versi, possiamo dire che una storia di carenze affettive vissute, si trasforma in un tema di vita sulle carenze affettive permanenti e, di conseguenza, di previsione negativa sul proprio futuro.

In merito a queste problematiche, le metacognizioni della persona timida sono incentrate sulla necessità di trovare soluzioni alle proprie carenze operative individuando strategie che considera utili a tale scopo. Lo fa ricorrendo al controllo dell’altro/a, al rimuginìo, alla ruminazione, dando esecuzione a credenze intermedie e assunzioni, assumendo comportamenti anassertivi che tendono ad essere di tipo passivo e subalterno.

Al livello cognitivo ed elaborativo, l’affettività viene perseguita in maniera quasi ossessiva; diverso però è il comportamento operativo che può essere soggiogato dai timori cui ho accennato in precedenza e che possono anche sfociare nell’evitamento.

Tuttavia, l’ansioso sociale con dipendenza affettiva vive le relazioni (anche di coppia) assumendo comportamenti passivi e subalterni. Comunque, anche in questi casi, il timore della perdita lo spinge ad avere comportamenti di controllo. La sua attività di monitoraggio tende a verificare l’affidabilità dei sentimenti dell’altro/a, la validità e veridicità dei propri timori, l’attendibilità delle proprie assunzioni, l’aderenza delle proprie aspettative alla relazione in corso. 

Inoltre, quest’attività di controllo finisce con l’essere anche una funzione di ricerca di fattori che confermino la validità delle proprie tesi, credenze e assunzioni. In questo, la persona timida, si dà la zappa sui piedi.



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