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27 novembre 2017

La paura della delusione


Come tutti gli ansiosi sociali, la persona timida ha una gran paura della sofferenza

Essa è percepita come qualcosa che non si è in grado di sopportare, che procurerebbe un tale crollo, psicologico, umorale, e talvolta fisico, da annichilire ogni possibilità di resistenza e/o sopravvivenza.

La delusione di cui sto trattando è da riferire a personali fallimenti, all’abbandono da parte di altri, alla perdita di affetti o di appartenenza, a rifiuti affettivi.

Safwan Dahoul - Dream 751
È il dominio delle mancanze a essere investito. Ma queste non appartengono al passato, bensì, al futuro. La timidezza sconta il prezzo del pensiero previsionale negativo. 

Non che il passato non abbia nessuna attinenza con la paura della delusione; infatti, se questi timori sussistono, generalmente, è perché l’ansioso sociale ha vissuto esperienze negative che l’hanno segnato e che hanno ulteriormente confermato e rafforzato le credenze e gli schemi cognitivi disfunzionali attinenti le prerogative personali o quelle degli altri.

Tuttavia, la paura della delusione è sempre riferita all’ipotesi di sofferenze future. 

Le persone timide tendono a fare previsioni negative su un arco temporale molto ampio, che va dal futuro immediato (da ora a pochi minuti) a quello lontano.

La peculiarità di queste previsioni è che annullano la differenza tra possibilità, probabilità e certezza. 

Non solo. Le previsioni degli ansiosi sociali hanno un segno negativo.

Ciò che è previsto è immanente, e non lascia spazio alla varietà delle possibili configurazioni della realtà. Tali possibilità alternative possono anche transitare fugacemente nella mente del soggetto timido; il problema è che tali ipotesi vengono subitaneamente scartate come assolutamente improbabili.

Con l’annullamento delle differenze cui accennavo, la previsione assume un carattere dicotomico o unilaterale, assomiglia a una profezia.

La previsione negativa induce a pensare che la minaccia non solo è reale, ma che è anche certa e inevitabile se si sceglie di vivere quell’esperienza così a rischio.

In certi casi, il solo pensiero di una sofferenza inevitabile è sufficiente a produrre ansia e sofferenza.

I temi di vita del soggetto ansioso fanno da sottofondo e linea guida nei processi di elaborazione, valutazione e previsione.

L’idea dell’insopportabilità della sofferenza fa sì che l’oggetto dell’esperienza negativa prevista necessita di essere evitato, aggirato, allontanato.

Le persone segnate da un attaccamento ansioso evitante considerano le relazioni intime come fonte di sicuro abbandono o perdita. Anche qui, la sola ipotesi che ciò possa verificarsi è sufficiente a determinare un comportamento evitante.

In molti casi, l’evitamento si manifesta come rifiuto a vivere relazioni di coppia e, se ciò invece accade, l’ansioso evitante pone in atto strategie di controllo, di monitoraggio di tutti quegli elementi che possono fare emergere le evenienze previste o temute. 

Se si cerca il pelo nell’uovo, lo si trova anche se non c’è.

Questi comportamenti evitanti e di controllo ossessivo hanno un effetto boomerang, si ritorcono contro la stessa persona ansiosa.


L’evitamento impedisce di vivere quelle esperienze che permettono di sfatare l’idea dell’insopportabilità della sofferenza e che questa ha sempre durate temporali, ha un inizio e una fine. Inoltre, si perde anche la consapevolezza concreta della varietà dell’esperienza della vita umana. Tali mancate esperienze costituiscono un mancato apprendimento ma anche l’allontanamento dei processi dell’accettazione del sé, degli altri e della vita stessa.


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