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30 gennaio 2018

La timidezza come ansia da competenza sociale


È probabilmente la forma più diffusa di timidezza. Non a caso la timidezza è un disagio psichico legato alle interazioni umane: si manifesta in tale dominio e non in altri.

La persona timida è incalzata da alcune tipologie di paura: il giudizio negativo altrui, il timore di sbagliare, di non saper esercitare a sufficienza (o non saperle esercitare affatto) le abilità sociali, di essere d’incomodo, di dare fastidio, di subire il rifiuto, di non sapersi inserire nel gruppo di riferimento, dell’insuccesso, del fallimento, di apparire stupida, di arrossire, di impantanarsi o apparire goffa, di non essere all’altezza dei pari.

Chierici Simonetta - migrazione-spaesamento
Tali paure, spesso, coincidono con l’idea che si ha di sé stessi, e cioè, quelle credenze di base che riguardano la definizione del sé, delle prerogative e qualità personali. Si tratta, dunque, di ciò che si è convinti di essere. 

Credenze di base che, talvolta, contrastano con quanto si pensa di sé allo stato cosciente e razionale. Ho detto “talvolta” perché si verificano anche casi in cui il pensiero razionale è ostaggio di quello emotivo.

Possiamo definire l’ansia da competenza sociale quella condizione psichica di disagio che si manifesta nel percepirsi inadeguati all’interazione interpersonale in uno o più campi delle attività umane e sociali.


La persona timida sente di non poter competere con coloro che considera socialmente abili poiché ritiene, consciamente o inconsciamente, di non avere le qualità per poterlo fare.

Sentirsi inadeguati in qualcosa equivale al ritenersi tali. In altre parole, il soggetto timido sente o teme di essere ciò che è convinto di essere.

Se mi segui da tempo, e quindi hai seguito questo lungo viaggio nei meandri delle ansie sociali e della timidezza in particolare, ricorderai che le credenze di base sono definizioni del sé, degli altri e del mondo disposte nella nostra memoria a un livello inconscio, ma che possono pervenire allo stato di coscienza per vie traverse, come le percezioni intuitive, il “sentirsi” in un certo modo o in una certa forma, il temere di non avere determinate qualità, attraverso le credenze condizionali o doverizzanti, per mezzo dei pensieri automatici negativi, quest’ultimi, pensieri che si presentano tangenti allo stato cosciente.

Nel momento in cui l’individuo timido si trova nella condizione di dover fronteggiare una situazione o un evento, che valuta non essere alla propria portata, o che prevede si concluda negativamente per se stesso, sceglie tra due tipologie di decisione, la “spinta in avanti” e l’evitamento.

Scegliendo la spinta in avanti egli vivrà l’esperienza con un forte stato d’ansia che, generalmente, comporta l’insorgere dell’inibizione ansiogena che gli rende le cose assai più difficili; con la seconda opzione non affronta affatto l’esperienza, si estranea da essa, scappa, adotta tutte le misure per evitare di fronteggiarla.

Tra le due tipologie di comportamento vi è una differenza sostanziale; con la prima si ha la possibilità di verificare l’esattezza delle previsioni e la conformità, o difformità, dalle credenze disfunzionali che si sono attivate; con la seconda si evita tout court ogni possibilità di verifica della correttezza, e aderenza alla realtà, delle credenze e delle previsioni.

La scelta che va per la maggiore, è il comportamento evitante che funziona come una sorta di ghigliottina per l’opportunità di liberarsi dalle condizioni invalidanti della timidezza.



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