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11 aprile 2018

La timidezza e il percepirsi invisibile



“Il mondo è una nostra rappresentazione”, affermava Schopenhauer, e non aveva tutti i torti, ma più chiaro lo è Epitteto, filosofo contemporaneo di Tacito, nell’affermare che: “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma l’idea che gli uomini formulano sui fatti”.

Umberto Boccioni - Stato mentale 3
La percezione dell’essere invisibili più che una condizione, è uno stato mentale.

Ma perché una persona timida, o fobica sociale, descrive le proprie difficoltà nell’interazione con gli altri utilizzando la metafora dell’invisibilità?

Perché la conoscenza implicita[1] di sé, e di sé-con gli altri, non riesce a tradursi, compiutamente, in una conoscenza esplicita che sia memoria di emotività regolate funzionalmente: i traumi, il dolore, le sofferenze, le percezioni dell’altro (soprattutto le figure di attaccamento) non sono state superate e hanno lasciato sul terreno una memoria esplicita che definisce negativamente il sé e/o gli altri.

La metafora è il linguaggio tipico dei sogni in cui si riversa la memoria implicita, soprattutto quando la mente non trova la strada per esprimerla dichiarativamente.

La metafora dell’invisibilità rimanda al dolore della non appartenenza sociale.

I continui insuccessi nell’interazione interpersonale proiettano la persona timida in uno stato di solitudine mentale prima ancora che di quella sociale. 

È invisibile perché non riesce ad attrarre su di sé l’interesse amorevole degli altri.

Più che altro vive come in una condizione di sospensione: è perso tra l’idea del non saper fare o del non saper cosa fare; è oppresso dalle paure del fallimento, del rifiuto, del giudizio negativo altrui, di fare brutta figura, di trasmettere un’immagine negativa di sé; è in balia dell’ inibizione ansiogena che frena la memoria, il ragionamento, il movimento.

Percependosi inadeguato spera di essere risucchiato dall’azione altrui; cosa che non accade o, quando accade, si trova in uno stato di dissociazione mentale tale da non riuscire a cogliere l’offerta.

La critica spietata agli altri o a sé stessi è dietro l’angolo.

Gli altri possono apparire insensibili e contro di loro si scatena la verve moralista su cui l’ansioso fa leva per spiegare o giustificare i propri insuccessi relazionali.

Anche il sé è colpevole. L’ansioso sociale si giudica in vario modo, reietto, vile, privo di personalità, di carattere, debole, inconsistente. Ma su tutto spicca il giudizio che deriva in modo più diretto dal sistema di credenze sul sé, quell’idea di inadeguatezza che pervade il proprio percepirsi implicito e che caratterizza, da forma e significato alle sue paure.

Nel proprio dialogo interiore, così come nell’immaginazione e nei processi di valutazione, egli è vittima dell’altrui comportamento ma, allo stesso tempo, è persecutore di sé stesso e, mosso dal disperato desiderio di essere accettato, si propone (anche come sola idealizzazione del sé - con gli altri) come salvatore. Come nel triangolo della tragedia, egli ricopre tutti i ruoli: la vittima, il persecutore e il salvatore.

Non riuscendo a cogliere il significato della metafora dell’invisibilità, a collocarla nella mancata o disfunzionale regolazione delle emozioni e nel contesto di un insieme di credenze in cui si annidano elementi di disfunzionalità organizzate (benché dannosa, anche la disfunzionalità ha una sua logica), l’ansioso sociale la vive alimentando, ancora una volta, le sue abituali emozioni negative.





[1] Quella implicita è conoscenza (o memoria) innata, tacita e procedurale, che non utilizza il linguaggio verbale e ha, quindi, una base genetica. Essa costituisce un patrimonio che abbiamo in comune (anche se con differenze) con molte specie animali. La si può anche descrivere come un insieme di disposizioni o tendenze innate. La conoscenza esplicita (o memoria esplicita) si fonda sul linguaggio verbale ed è dunque, dichiarativa. La conoscenza o memoria esplicita presuppone, pertanto, uno stato di coscienza attivo, il senso di sé e degli altri. Fondandosi sul linguaggio verbale, ha a che fare con la coscienza che è una prerogativa solo umana piuttosto recente in termini evoluzionistici, forse da collocare all’età delle prime pitture rupestri.




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