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24 aprile 2018

Timidezza e solitudine


Timidezza e solitudine viaggiano spesso a braccetto perché entra in gioco la difficoltà nel relazionarsi agli altri.

Tuttavia, benché la persona timida sia cosciente di tale problematicità, nel suo tentativo di interpretare, e comprendere, cause e dinamiche di tale vicissitudine, indirizza la propria attenzione valutativa in direzioni errate.

Giorgio De Chirico -  la solitudine
Più che le cause, a essere oggetto delle proprie osservazioni sono, generalmente, gli effetti, le conseguenze, aspetti esteriori che, per la loro visibilità, immediatezza e risvolti negativi pratici nella vita reale, appaiono come fattori centrali.

Ad esempio, sotto la lente d’ingrandimento finiscono elementi e/o fattori di vario tipo come il corpo, l’impaccio nei movimenti o nel parlare, ma anche oggetti del pensiero che scaturiscono dalla tendenza abituale a distorsioni logiche del ragionamento come le inferenze arbitrarie e le astrazioni selettive.


Tutti questi, e altri fattori concorrenti, confluiscono nel rafforzamento di una visione negativa del sé e del sé-con gli altri.

Quando una persona si vede perdente, opera come tale indipendentemente dalle proprie capacità e abilità. 

Dall’idea negativa del sé e del sé-con gli altri scaturiscono i pensieri previsionali negativi, le paure e, di conseguenza, i disagi nell’interazione interpersonale.

La solitudine è una condizione risultante dai reiterati insuccessi nell’interazione interpersonale vissuti con particolare intensità emotiva di sofferenza.

È questo, lo stretto legame che c’è tra solitudine e timidezza. 

Infatti, la timidezza, è l’espressione di una condizione di disagio nell’interazione sociale che, come si è visto, è di natura cognitiva.

Alla solitudine si perviene per mezzo di strategie comportamentali tese ad evitare quella sofferenza già vissuta ma che, nella memoria, è raccontata come una esperienza i cui effetti appaiano enormemente ingigantiti rispetto alla realtà oggettiva dei fatti; ora con una intensità emotiva tale che la sofferenza viene valutata di un livello non sopportabile; ora come produttrice di gravi danni a sé o agli altri. 

Le strategie comportamentali di difesa che vengono adottate sono di tipo evitante. Parliamo, quindi, di evitamenti, di ritiro sociale, dell’appartarsi, dell’estraniarsi, della dissociazione dalla realtà o dai fatti contingenti.

È chiaro che tali strategie per poter produrre come risultato la solitudine, devono essere reiterate tanto a lungo da far diventare abituali tali comportamenti fino a divenire tratto del carattere della persona.

Spesso, le persone timide lamentano un comportamento escludente da parte degli altri. Riguardo a ciò va tenuto conto il fatto che gli individui tendono a reagire in modo coerente ai comportamenti altrui. Gli individui, reagiscono agli stili comportamentali evitanti in maniera più o meno analoga, cioè a un comportamento di auto isolamento rispondono con l’esclusione.

La solitudine implica uno stato di sofferenza dovuto dal fatto che, chi vive in tale condizione, avverte tutto il peso di un’appartenenza border-line o anche nulla.

Generalmente, al dolore della non appartenenza, la persona timida reagisce accentuando il proprio ritiro sociale, come trascorrere le giornate nella propria casa e tendere a ridurre le uscite. Purtroppo, sovente, il ritiro sociale comporta anche un crescendo della perdita di interessi e l’andare verso l’apatia.

Giacché il soggetto timido si rende conto della propria difficoltà sviluppa, su tale tema, attività metacognitive nel tentativo di trovare una soluzione, solo che gli strumenti adottati nel pensiero metacognitivo non vanno nella direzione del problem solving, anzi, risultano non essere funzionali agli scopi: ruminazioni di lunghe durate che si ripetono come un disco rotto e focalizzati sull’insuccesso; rimuginii, anch’essi protratti nel tempo, che non riescono a superare l’ostacolo della previsione negativa; la preoccupazione che blocca il pensiero sui punti dolenti senza procedere oltre.



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