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22 dicembre 2010

Il mondo dei bimbi – parte sesta


Che fare con i bimbi timidi? 1

La causa principale della timidezza è l’ambiente familiare ma può anche avere una concausa genetica.
Un bambino che nasce ansioso e cresce in un ambiente familiare assertivo, riesce a superare l’handicap iniziale, così come un bambino che nasce non ansioso ma che cresce in un ambiente non confacente ai suoi bisogni emotivi, sviluppa processi ansiosi.
Ma come si può intervenire quando il bambino è timido?

Ara Pacis: bimbo di famiglia imperiale 
L’accettazione: il bambino ha bisogno di avvertire uno spirito solidale intorno a sé. Accettatelo per quello che è senza riserve, egli non deve essere l’oggetto delle personali ambizioni, sogni e desideri del genitore. Non si può nemmeno pretendere che si comporti come se fosse un adulto. Bisogna sempre fargli capire che gli si vuole bene a prescindere.

Il disagio va compreso: innanzi tutto va evitata l’ironia e la presa in giro; non vanno sottolineati, anche se in modo scherzoso, gli elementi che caratterizzano la sua timidezza, i disagi, le ansie e le preoccupazioni. Un problema, che per un adulto, è banale o insussistente, per un bambino assume grande importanza, cercare di risolvere la questio con frasi del tipo “è una cosa da niente”, “è una sciocchezza”, serve solo a farlo sentire solo e incompreso, egli ha bisogno di essere rassicurato, aiutato, di avvertire il sostegno dei genitori e la loro comprensione.

Non dire in sua presenza che è timido: quando un bambino sente affermare dai genitori o da altre persone adulte che è timido, si convince che quello è il suo carattere e che tale resterà, ne assume la condizione come caratteristica stabile e di riconoscimento della sua persona, ne ripete i comportamenti in modo sistematico, può anche accadere che ritenendosi timido non faccia più alcun sforzo di socializzazione, utilizzando il suo ritenersi timido come alibi per evitare le situazioni ostiche, non solo, sa che quello è il giudizio che gli altri (e soprattutto i genitori) gli danno, chi ha letto il mio e-book “addio timidezza”, sa quanto incide negativamente, nelle persone timide, l’idea del giudizio altrui. La parola “timido” va bandita dal vocabolario di un genitore. 
Queste conseguenze sono ancora più gravi se si pensa che la timidezza infantile può anche essere solo temporanea e scomparire del tutto nel giro di qualche anno o con l’adolescenza. Spesso accade anche che si confonde la naturale e normale ritrosia del bambino, nei confronti degli sconosciuti, come segno di timidezza. Se a dire, in presenza del bambino, che è timido non è il genitore, ma un parente o un estraneo, bisogna intervenire negando con fermezza l’affermazione correggendola con frasi del tipo “no, è solo che ci mette un po’ a scaldarsi”, “non è vero, te ne accorgerai quando si scatena”, “no, è prudente”, “no, è sensibile”. Va evitato anche l’uso di sinonimie, tipo “è molto tranquillo”, “è remissivo”, “ha un carattere chiuso”.

Non forzare: questo è un errore frequente da parte dei genitori. Il bambino non va mai forzato a vivere situazioni per le quali non si sente pronto, né bisogna mai buttarlo nella mischia. Da evitare assolutamente è il volerlo porre al centro dell’attenzione, ponendolo come protagonista di performance di vario genere.

Incoraggiare la socializzazione: buona cosa è favorire dei momenti in cui il bambino si incontri con altri bimbi, anche organizzando delle feste ad hoc. Naturalmente, giacché ci riferiamo a fanciulli timidi, ci vuole gradualità; si può cominciare con un solo amichetto, e poi pian piano, quando si avverte che è pronto, si prova con due o tre bambini. Un altro elemento da tenere in considerazione è la scelta di bambini da affiancargli, è bene che abbiano un'età non superiore perché ciò potrebbe metterlo in difficoltà o in una condizione di sudditanza, che siano amichetti caratterialmente non aggressivi, in breve tranquilli compagni di gioco.

15 dicembre 2010

Il mondo dei bimbi - parte quinta


Quale approccio? – 2

Oggi continuerò col parlare di forme d’approccio da evitare o gestire con cautela e attenzione.
Evitare di sostituirsi ai figli: a volte la fretta o l'idea che il proprio figlio sia impacciato, spinge il genitore a sostituirsi a lui nell'operare delle scelte o nell’esecuzione di compiti di vario genere, o peggio ancora si accompagna il proprio intervento con frasi che trasmettono messaggi di inabilità. Questi tipi di atteggiamenti finiscono con l'essere interpretati come dimostrazione di una presunta incapacità, il bimbo acquisisce insicurezza e può cominciare a comportarsi come se fosse inabile nello svolgere determinate attività.
Quando non è il bambino a chiedere soccorso nelle sue attività e bene lasciarlo fare; in questo modo egli acquisisce autonomia operativa e vive le proprie esperienze senza coinvolgimenti emotivi negativi riguardanti la sua persona.

Pietro gaudenzi: maternità 2
Autorizzare l'errore: il bambino va educato ad accettare e gestire gli insuccessi; va aiutato a comprendere che gli errori sono possibili e che non per questo diminuisce il proprio valore. In queste situazioni è molto utile raccontargli episodi in cui noi stessi abbiamo commesso degli errori, talvolta si può anche ricorrere a sbagliare volutamente e mostrargli come gestire tali situazioni, in questi casi il genitore viene percepito come un modello da imitare. I rimproveri, soprattutto se accompagnati con frasi veicolanti messaggi di incapacità, procurano sentimenti di umiliazione e di inadeguatezza. Molto meglio spiegare il senso dell'errore e le possibili conseguenze con l'apporto di esempi chiarificatori, senza però ricorrere a frasi che rimandano a sensi di colpa.

Evitare la pedagogia nera: con questa terminologia la dr. Alice Miller definiva le punizioni estreme come ad esempio, quelle corporali o come il chiudere il bambino in luoghi bui o nudi in spazi esterni. Questi comportamenti hanno ripercussioni gravi anche in età adulta; i soggetti che subiscono queste forme di punizione sviluppano comportamenti depressivi o autoritari, tendono a ripetere le stesse azioni subite anche in età adulta e nei confronti della propria prole o dei partner; i bambini possono anche assumere atteggiamenti che riflettono l’immagine di sé, così come viene da loro percepita per mezzo dei comportamenti genitoriali, ad esempio se il messaggio percepito e quello di essere capriccioso, si comporta in tal modo, ciò perché egli ritiene che quella sia la sua identità. Ha molto più senso una punizione che indirizza la sua azione vietando l'uso o azioni che al bimbo piacciono molto, ad esempio l'uso delle PlayStation, del computer, della tv; il bambino è perfettamente in grado di valutare vantaggi e svantaggi, per cui se valuta che un suo comportamento implica un costo alto, penserà bene su quale sia l'atteggiamento più conveniente; in questi casi bisogna anche tener presente che il bimbo deve essere avvertito delle conseguenze cui va incontro in seguito ad un suo comportamento ritenuto sbagliato.

Non infondere sensi di colpa: un comportamento frequente è quello di far leva sul senso di colpa, in questo modo, in realtà, il bambino costruisce un'immagine di sé come di un soggetto negativo, non amabile, non meritevole di attenzione e cura. Si tenga sempre presente che il bambino tende a far coincidere il particolare con il generale, e che nel momento in cui si convince che la sua identità è caratterizzata negativamente, ne assume i comportamenti rispondenti a tale immagine, sviluppando così miti e disfunzioni cognitivi.

Non parlare in "adultese": spesso si parla ai bambini discorsi in un linguaggio che non possono comprendere, o gli si esprimono principi che appartengono al mondo adulto che non sono in grado di comprendere; gli si parla di impegno, di responsabilità, di sacrificio, di dovere, e quant'altro. Questi tipi di atteggiamenti genitoriali non tengono conto che si ha di fronte un bambino che percepisce il mondo, le cose, gli eventi, in una modalità totalmente diversa da quella adulta e che i concetti astratti sono molto lontani dalla loro capacità di comprensione.

Diamogli la possibilità di fare esperienze: comportamenti protettivi o apprensivi costituiscono una deviazione dell'apprendimento e la formazione convinzioni sulla propria persona in senso negativo. Dall’apprensività dei genitori il bambino apprende i comportamenti ansiosi e li assorbe; dagli atteggiamenti protettivi, il bimbo trae un’immagine di sé come di un soggetto inadeguato e debole. Questi comportamenti genitoriali privano il bambino di modalità di apprendimento che lo rendono indipendente e auto determinante, oltre a generare il manifestarsi di stati ansiosi e carenze comportamentali nelle relazioni sociali.

9 dicembre 2010

Il mondo dei bimbi - parte quarta

Quale approccio? - 1

Ma come bisogna comportarsi con i bambini? Cerchiamo di delineare alcune linee guida per potersi orientare nel difficile ruolo del genitore. Prima, però, desidero ricordare alcuni assiomi:
  • Il linguaggio degli adulti non è il linguaggio dei bambini;
  • Il modo di ragionare degli adulti non è il modo di ragionare dei bambini;
  • Il mondo degli adulti non è il mondo dei bambini;
  • La percezione degli adulti non è la percezione dei bambini;
  • I significati degli adulti non sono i significati dei bambini;
  • Anche i bambini sono persone, rispettiamoli come tali;
  • Le conseguenze dei comportamenti genitoriali, spesso emergono a posteriori o durante l’adolescenza;

Pietro Ggaudenzi: maternità

Rispettare la sua intimità: anche i bambini hanno una loro intimità, è il campo dove risiedono quelle paure non comprese dagli altri, le loro difficoltà, i loro problemi di relazione, di salute, quelli che per gli altri (genitori soprattutto) sono difetti, inabilità, elementi di diversità. Sono i loro punti deboli, perché dall’esterno non sono compresi, accettati, visti come fattori negativi, come fragilità.
In queste cose si sentono deboli e indifesi, esposti all’ignominia, al rifiuto, al pubblico dileggio. é importante evitare, in sua presenza, di parlare con altre persone, anche se familiari, dei suoi problemi di qualsiasi natura. egli vive quelle situazioni con un intenso senso di vergogna o di umiliazione.

Attenzione con le critiche: Essere eccessivamente critici, ridicolizzarli, umiliarli, soprattutto in presenza di altre persone (familiari e non), significa spingerli a sentirsi inferiori agli altri, inabili, sbagliati. Bisogna tener sempre presente che i bambini traducono il particolare in una legge generale, una critica fatta su un loro comportamento specifico, viene interpretata come una inabilità, una caratteristica strutturale della propria persona nel suo complesso. È bene che il richiamo sia fatto con parole e frasi che si riferiscono al particolare e non inglobano di per sé la persona, ad esempio si eviti l’uso di termini come cretino, stupido, idiota ecc. Il bimbo non è questo o quello, ma ha fatto questa o quella azione.

Attenzione a paragoni e aspettative : Molti genitori spingono i figli alla competizione, a volte consapevolmente, a volte involontariamente. Questi modi di fare, ottengono risultati ben diversi da quelli sperati o perseguiti dai genitori. Ricordiamoci sempre di avere a che fare con dei bambini e non con individui adulti. Se un bambino viene paragonato ad un altro indicato come esempio, vengono generati sentimenti di incapacità, inabilità, di inferiorità, di esclusione; egli si convince di essere esattamente ciò che esprimono i sentimenti che prova, si sentirà e si considererà un diverso. Se si addestra un bimbo ad avere una mentalità competitiva, insegnandogli che l’importante è l’avere successo, essere il migliore, essere vincenti, si ha come risultato un bambino che si convincerà anche che, stima, apprezzamenti, amore, rispetto, si ottengono solo avendo ottimi risultati, egli si vota alla perfezione; ogni insuccesso viene vissuto come una discesa agli inferi, la perdita del diritto all’amore, il non meritare rispetto, il fallimento come persona e come agente, l’essere un debole, un incapace. In breve il proprio valore non dipende da ciò che si è come persona, ma dal successo che si riesce ad ottenere.
Quando un bambino avverte di non riuscire a soddisfare le aspettative riposte in lui, sviluppa la paura di essere giudicato male e tende ad evitare ogni confronto sociale in cui ritiene di essere a rischio, diventa ansioso.
Un altro rischio è che possa diventare un soggetto passivo o sottomesso, per evitare di uscire perdente dai confronti.

Evitare le etichette: Quando diciamo ad un bambino che è questo o quello, egli si convince di esserlo, non solo, prima o poi comincia anche ad assumere quei comportamenti caratteristici che hanno generato quella etichetta. Se gli diciamo che è timido, si convince di esserlo, e ritenendosi tale, si comporta da timido perché quel comportamento esprime la sua identità. I bambini, pur nel loro modo di intendere le cose, prendono molto sul serio ciò che dicono i “grandi”, soprattutto i genitori che sono per loro, l’esempio da cui apprendere. Se diciamo ad un bimbo “stupido”, “cretino”, “sei cattivo”, “sciocco”, ecc, gli abbiamo appiccicato un’etichetta e lui la considererà la propria identità.


1 dicembre 2010

Il mondo dei bimbi (parte terza)

Presta attenzione a ciò che dici - 2

Oggi continuerò ancora in questo viaggio nelle frasi abituali che producono danni cognitivi ai bambini. Do molta importanza a ciò, perché conosco una gran quantità di vittime di questi comportamenti che oggi, da adulti, ne pagano pesantemente le conseguenze. Purtroppo assisto ancora abbondantemente a questi modi genitoriali di relazionarsi con i propri figli, spesso umiliati, incompresi, repressi, talvolta anche molto oltre il limite della decenza.


Se gli dici cose del tipo:

un giorno di questi, mi farai morire dal dispiacere”
con tutti i sacrifici che facciamo per te, è così che ci ringrazi?”
ci aspettavamo dei buoni voti e invece guarda che fai”
dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, ci dai sempre una delusione, vuoi farci star male?”


Il genitore pensa di indurre il figlio a cambiare, pensa di responsabilizzarlo.
In realtà producendo nel bimbo il senso di colpa, non fa altro che instillare nella sua mente inconscia la convinzione di essere un individuo indegno, non meritevole di stima e di affetto. un bambino identifica il genitore come l ’”altro da sé”, cioè tutti gli altri, il mondo esterno alla sua persona. Se egli si sente indegno di affetto e apprezzamento, si sentirà tale nei confronti di tutti gli altri.
Queste convinzioni si fissano negli schemi di memoria del sistema cognitivo, condizionando in modo sistemico, la sua vita da adulto. Già verso la fine della prima adolescenza potrà cominciare a manifestare timidezza, passività, depressione, subalternità nei confronti altrui, incapacità nel far valere i propri diritti o la convinzione di non averne. Se un bambino ha già predisposizione all’ansia, questi sintomi possono manifestarsi anche in età infantile.


Se gli dici cose del tipo:

te lo dico per il tuo bene, per assicurarti un futuro”
lo faccio per il tuo bene, per il tuo futuro”
la vita è fatta di sacrifici, se vuoi avere qualcosa dalla vita te la devi guadagnare con l’impegno, lottando”
hai il dovere di impegnarti a scuola, i giochi e gli amici sono meno importanti, possono anche aspettare”

Magari gli si chiede se ha capito e lui risponderà di si, solo che lui ha si capito, ma nel modo dei bambini, non certo nel senso che intendono gli adulti.
Un bambino interpreta queste frasi nel senso che le cose che gli piacciono sono cattive, che non gli è concesso di farle oppure che non le merita, e giacché gli piace giocare, si convincerà di valere poco perché il genitore non lo considera importante.
I bambini non hanno una vera cognizione del futuro, è qualcosa di troppo astratto per la loro mente che non ha ancora sviluppato, in senso compiuto, la percezione del tempo, anche il concetto di sacrificio è qualcosa di alieno per la loro mente. In generale tutti i concetti astratti sono per loro incomprensibili nei termini che intendono gli adulti.
Con questi tipi di frasi, il bimbo percepisce solo, e genericamente, che da lui ci si aspetta molto. Quando si sente dire sovente queste cose sviluppa fenomeni come ad esempio l’ansia da prestazione, e già questa da sola gli procurerà da adulto molti problemi.


Se gli dici cose del tipo:

“Ti ho detto un sacco di volte che questo non lo devi fare, che puoi farti male”
sta sempre vicino a mamma (o papà) che ti puoi perdere”
sta sempre vicino a me, che puoi andare sotto un’auto”
smettila di correre (o giocare a pallone) che sudi e ti ammali”
non giocare con quelli là, che possono farti male”
queste cose da solo non le devi fare, se non c’è mamma o papà”
devi fare solo quello che ti dice mamma o papà”

Una delle maggiori cause dell’insorgenza dell’insicurezza, della timidezza, dell’ansia provengono da genitori apprensivi o ansiosi. Un bambino deve poter sperimentare esperienze da solo per poter acquisire una precisa cognizione dei rischi e delle opportunità offerte dalla vita. Un bimbo frenato diventa un adulto con molte carenze comportamentali, timido, insicuro, ansioso, imbranato.
Questi tipi di frasi danno al bambino la percezione di essere debole e incapace e si convince di ciò. può sviluppare l’idea che la sua sicurezza dipende solo dagli altri ma non da se stesso.
Un genitore deve essere una presenza protettiva ma non invadente, rispetto ai rischi, deve coinvolgere il figlio in modo attivo senza trasmettergli la sensazione di essere fragile.


Se gli dici cose del tipo:

un uomo vero non piange mai”
non piangere, che non serve a niente”
smettila di aver paura, che non c’è motivo”
solo i deboli piangono”
ma insomma è mai possibile che ti spaventi ancora per queste cose, alla tua età?”
non arrabbiarti che è stupido”
non essere triste, i bambini non lo sono mai”

Un bambino ha bisogno di comprendere e apprendere le emozioni che prova, ha bisogno di scoprire come gli altri vivono le emozioni e come interpretano le sue; sente anche il bisogno di conforto e che si mostri interesse per la sua condizione emotiva. Queste emozioni non vanno interpretate per “supposizione”, con i bimbi bisogna dialogare ed essere solidali.
se non ricevono partecipazione, non imparano a definire e a dare senso alle loro emozioni, sensazioni e percezioni, restano esperienze sconosciute, non comprensibili, a cui non sanno dare risposte. Le conseguenze di questo mancato apprendimento si riversa anche nelle relazioni interpersonali, non comprendendo i sentimenti degli altri, non riescono a rispondere in modo adeguato alle emozioni altrui, finendo con l’essere rifiutati o isolati dal gruppo di cui fanno parte.
Se gli si trasmette il messaggio emozione = debolezza, egli le vivrà con un livello di conflittualità interiore drammatico, ritenendo di non poter contare sugli altri, non le esprime per vergogna, per non essere emarginato o non essere mal giudicato.
Non riuscire ad esprimere le proprie emozioni significa non riuscire a comunicare in modo adeguato con gli altri, e ad avere comportamenti non assertivi.

24 novembre 2010

Il mondo dei bimbi (parte seconda)

Presta attenzione a ciò che dici - 1

Un bambino fino a che non supera l’età adolescenziale, pensa da bambino, non da adulto, né è in grado di pensare come adulto, non perché è stupido, ma per il fatto che egli percepisce il mondo, le persone, le azioni, le cose o quanto gli diciamo, in un modo tutto suo. D’altra parte, se potesse pensare e ragionare come gli adulti, non sarebbe più un bambino, ma un adulto.

Tutto ciò che apprende oggi come bambino, tenderà a metterlo in pratica quando non sarà più un bimbo, comprese le convinzioni negative su di sé che si formano ascoltando le tue parole di oggi.

Per un bambino il genitore è punto di riferimento, rappresenta colui o colei che sa tutto, che è saggio, per cui una sua parola diventa verità assoluta.

Se gli dici cose del tipo:

“Tu non sei capace di……”
lascia perdere, quando sarai più grande imparerai
questo non è adatto a te, è difficile
sei un idiota o idiota!
sei un imbecille o imbecille!
sei un cretino o cretino!
Sei uno scostumato
Sei un asino
Sei cattivo
“Sei la pecora nera….”
“Stupido!”
“Non capisci niente”
“Quante volte ti ho detto che…”

Savina Lombardo: disegno a penna
Per un bambino le etichette rappresentano ciò che egli   è   come persona, nella sua interezza, non contestualizza la frase o la parola nella specifica situazione, perché non ha ancora appreso pienamente a collegare le cose nella loro relatività (processo che si completa verso la fine della prima adolescenza, cioè dai 12 ai 14 anni).
Tuo figlio si convincerà di esserlo di natura, di essere nato così e di restare tale per tutta la vita. Queste convinzioni si fissano nel suo io inconscio (sistema cognitivo) e cominciano a manifestare i loro effetti deleteri soprattutto durante la seconda adolescenza (dai 15 anni in poi), quando entrerà nella fase in cui comincia a delineare il suo ruolo e le sua personalità sociale. Queste convinzioni lo fanno sentire inadatto, inferiore agli altri, incapace. Ne conseguono comportamenti di evitamento come il fare scena muta quando è in gruppi di persone, timidezza quando si deve approcciare ad individui dell’altro sesso, quando è chiamato a fare delle performance artistiche, di lavoro o di qualsiasi altro tipo; diventa ansioso ogni qual volta una situazione gli suscita pensieri inerenti le proprie convinzioni negative su se stesso, ha comportamenti passivi nei confronti degli altri. La sua vita da adulto diventa una sofferenza interiore perenne.

Se gli dici cose del tipo:

“Vergognati, hai visto che Tizio ha fatto meglio di te?”
“Lui è più bravo di te”
“Guarda Caio, lui si che va bene”

i confronti con gli altri, vengono interpretati dal bambino, come dimostrazione della sua “diversità” in termini di capacità, di abilità, rispetto agli altri. Si convince di essere inferiore. Già dalla seconda adolescenza (se non prima) sviluppa il timore di confrontarsi ed esprimere proprie opinioni, di prendere iniziative. Potrà avere comportamenti passivi e di evitamento.

Se gli dici cose del tipo:

devi sempre puntare in alto”
da te mi aspetto grandi cose”
“….puoi fare di più”
devi fare meglio”
non deludermi”
non sei stato abbastanza bravo”

Il genitore pensa così di spronarlo, di stimolarlo, in realtà per un bambino queste frasi sono batoste. vengono interpretate come un obbligo alla perfezione per evitare il fallimento. Come ho già detto prima, il bambino assolutizza  i messaggi che gli arrivano, per lui il dato particolare diventa norma generale, per cui il mancato raggiungimento di uno standard richiesto, non è vissuto come incidente di percorso, come episodio, ma come fallimento totale come persona, come catastrofe. Il bimbo comincia ad inseguire la perfezione, l’adolescente e l'adulto dopo, si darà sempre standard elevatissimi e non raggiungibili, e giacché la perfezione non esiste, vivrà in una condizione di frustrazione e disperazione costante. In questi casi sono frequenti sentimenti di terrore e l’insorgenza di stati d’ansia in ogni tipo di situazioni che prevedono delle prestazioni: sessuali, lavorative, esibizioni artistiche o di semplice svago.
 
Se gli dici cose del tipo:

“Se non andrai bene alla interrogazione, farai una bruttissima figura”
“Se sbagli gli altri penseranno che sei scarso”
“Non bisogna mai piangere, sennò gli altri penseranno che sei un tipo debole”
“Che penseranno gli altri se fai questo?”
“Sta attento che gli altri sono pronti a metterti in croce”
“Gli altri sono sempre pronti a giudicarti”
“Se fai così gli altri penseranno che sei un incapace”

Quando dai importanza al giudizio altrui, non fai altro che convincere tuo figlio che il suo valore non dipende dalle sue qualità, che egli non è, né sarà mai, artefice della propria vita, delle proprie fortune o sventure. Il bambino matura la convinzione che il suo valore, le sue qualità, le sue abilità, le sue fortune, la sua immagine, dipendono solo e soltanto dal giudizio altrui. Così si forma un individuo ossessionato dal giudizio esterno, che fa di tutto per non dispiacere gli altri, sviluppa una personalità passiva, succube, sottoposta, che subisce umiliazioni senza reagire, molto ansiosa.

17 novembre 2010

Bambini e timidezza - parte prima

Il mondo dei bimbi 

i bambini capiscono ciò che diciamo loro? Sì e no. Nei primi 18 mesi il bambino attraversa la fase di sviluppo delle attività sensoriali e motorie e non vi è una funzione di pensiero. 

Tra i due e i quattro anni è in una fase preconcettuale e non è ancora in grado di utilizzare i concetti di spazio, tempo, causa ed effetto. Il suo ragionamento non è ancora deduttivo o induttivo, in quest'età il bambino conferisce agli oggetti una vita animata, non riconosce una convenzione umana nei nomi delle cose anzi, egli pensa che sia una proprietà intrinseca dell'oggetto stesso. Pensa che quanto lo circonda sia soggetto alla volontà sua e dell'uomo. A tutto ciò cui non sa dare spiegazione attribuisce significati magici e conferisce agli oggetti e agli avvenimenti, sensi e i significati legati al suo stato emotivo.

Tra i sette e i dieci anni il bambino comincia a pensare in modo induttivo e deduttivo, a ragionare in astratto e a categorizzare, e solo verso i dodici anni che il ragionamento del bambino si avvicina sufficientemente al pensiero maturo. L'età adolescenziale si configura pertanto come punto di passaggio tra una fase di strutturazione, ad una di esercizio compiuto del pensiero.

sistema cognitivo e apprendimento

Gli assunti principali della teoria dell'attaccamento stabiliscono che ogni essere umano, da quando nasce fino alla morte, ha bisogno:

  • di avere la certezza di essere accettato;
  • di avere la certezza di essere nutrito sul piano fisico;
  • di avere la certezza di essere sorretto sul piano emotivo;
  • di avere la certezza di essere confortato se è triste;
  • di avere la certezza di essere rassicurato se è spaventato.

Per un bambino questi bisogni sono assolutamente essenziali. Dal modo con cui le persone che lo accudiscono (in genere i genitori) rispondono alle sue richieste di conforto e cura, la sua mente crea degli schemi di memoria che costituiscono l'interpretazione del mondo, delle cose, di se e degli altri; pertanto la sua percezione di ciò che è esterno a se e di se stesso, sarà veicolato da tali schemi di memoria.
Questo processo inizia sin dalla nascita, e per alcuni ricercatori, anche durante l'ultima fase di gestazione. Si ritiene che verso i quattro anni di età, un bimbo abbia già formato un insieme strutturato di schemi di memoria (dette anche credenze). Quest'insieme costituisce il sistema cognitivo di base, che sarà punto di riferimento di ogni suo comportamento, di valutazione e di previsione; in base a questi, egli adotterà le azioni necessarie al raggiungimento dei suoi scopi.

i tre stili genitoriali

il comportamento dei genitori, incide in modo significativo sulla formazione del sistema cognitivo e della personalità del bambino, soprattutto nel periodo che va dalla nascita all'età adolescenziale; l'eventuale comparsa di stati ansiosi nell’adolescente sono spesso originati da comportamenti  inappropriati dei genitori.
Esistono tre stili di comportamento genitoriale:

Lo stile genitoriale permissivo: è caratterizzato da un'assenza di regole per il bambino e da una scarsa disponibilità e risposte alle sue istanze. questo modello comportamentale determina, nel bambino, la convinzione di non essere accettabile, degno di attenzione e affetto, non desiderabile, si sentono trascurati e non amati.

Lo stile genitoriale autoritario: è caratterizzato dall'atteggiamento duro e intransigente nei confronti del bimbo che deve attenersi, pedissequamente e senza contestazione, a regole e costumanze che gli vengono dettate. Parliamo dei genitori che esigono perfezione, disciplina, ubbidienza, comportamenti formali precisi e che mal sopportano vizi e capricci, finendo con l'essere insensibili e indifferenti ai bisogni del figlio. Questo stile porta il bimbo a considerarsi di scarso valore, insicuro, inidoneo, dotato di scarse capacità, e con forti sentimenti di inferiorità.

Lo stile genitoriale autorevole: è uno stile che permette di stabilire regole che vengono applicate con determinazione, ma non con uno stile impositivo. Questo tipo di genitore è attento alle esigenze e alle istanze del figlio, si pone come guida decisa, autorevole e democratica; predilige il dialogo all'imposizione, è disponibile a modificare le regole quando ciò si rende utile o necessario.

11 novembre 2010

Cause della timidezza: la teoria dell’attaccamento

Bernard Pothastgi: la madre premurosa
Come nasce la timidezza? Una teoria interessante che può aiutarci a comprendere le possibili cause della timidezza è la teoria dell’attaccamento. Il sistema di attaccamento è un insieme di comportamenti tesi a regolare il rapporto tra il bambino e la persona che se ne prende cura, chiamata caregiver (che in genere coincide con la figura genitoriale). L’attaccamento è innato e si attiva quando il bambino avverte il bisogno di assistenza o di protezione. Secondo i sostenitori di questa teoria, l’attaccamento è attivo
soprattutto nei primi tre anni di vita, nel periodo in cui il bambino è totalmente dipendente data la sua non autosufficienza.

Il principio di base è che il bambino genera dei luoghi di memoria che sono copioni di comportamento, attraverso i quali si relaziona con la figura dell’attaccamento (caregiver). Già dai primi mesi di vita, secondo alcuni ricercatori, il neonato genera delle attese nei confronti del caregiver e dal modo in cui il genitore risponde alle sue richieste di assistenza e cura, il bimbo sviluppa delle credenze sia su se stesso sia sul caregiver. L’insieme delle aspettative, delle credenze e dei comportamenti sono chiamati Modelli Operativi Interni (MOI).

Entro la fine del primo anno, il modo in cui il caregiver risponde alle aspettative del bambino determinano in lui lo stile di attaccamento chiamato pattern. Sono stati delineati quattro diversi pattern: il sicuro, l’ansioso evitante, l’ansioso ambivalente ed il pattern disorganizzato.

Nel pattern sicuro i MOI descrivono un bambino che ha sviluppato una credenza di sé come amabile e accettato ed il caregiver come figura disponibile, che risponde alle aspettative in modo positivo.

Nel pattern ansioso evitante, abbiamo un bambino che percepisce se stesso come non amabile, incapace di suscitare comportamenti affettuosi e vede il caregiver come non disponibile, distante, ostile.

Il quadro del bimbo con pattern ansioso ambivalente è più complesso, in quanto si sovrappongono o si alternano il modo ansioso evitante e quello sicuro, in questo caso il bambino, che ha dei genitori dai comportamenti instabili o incostanti, sviluppa una sostanziale confusione; non essendo in grado di avere credenze ben delineate si comporta in modo variabile.

Il pattern disorganizzato descrive un bambino dai molteplici modelli operativi, percepisce sia se stesso sia il caregiver, come soggetti da “controllare” in modo reciproco.

Per quanto riguarda gli adulti, gli studi di altri teorici hanno portato a delineare una diversa tipologia di pattern di attaccamento, lasciando intendere che tali stili si modificano nel corso degli anni anche se in modo non radicale. sono stati descritti quattro tipi: il pattern sicuro, il pattern preoccupato, il pattern timoroso ed il pattern distaccato-svalutante.

Nel pattern sicuro abbiamo una persona a proprio agio con se stesso e percepisce positivamente gli altri.
Nel pattern preoccupato si delinea uno stato di preoccupazione nelle relazioni con gli altri.
Il pattern timoroso è caratterizzato da una condizione di timore nell’intimità e dall’evitamento sociale, descrive una valutazione di sé svalutata mentre la credenza degli altri è orientata ad una visione di dipendenza e a rischio di accettazione.
Il pattern distaccato-svalutante esprime il rifiuto dell’intimità e della dipendenza.

4 novembre 2010

Test timidezza

Trattelli - Condizione Umana
Oggi ti presento un test con il quale potrai avere una indicazione di massima sul tuo livello di timidezza, ma ti consiglio di non dare ad esso un valore assoluto o specifico. Nei precedenti articoli ho indicato i principali sintomi, e la situazioni critiche nelle quali si manifesta la timidezza, prendi in considerazione anche quegli elementi. Seleziona le affermazioni che ti corrispondono.

O  Non ami parlare in pubblico.
O  Hai difficoltà a parlare con persone sconosciute.
O  Eviti di guardare le persone negli occhi.
O  Odi usare i bagni pubblici.
O  Non ami fare shopping da solo/a.
O  Provi tensione emotiva quando ti presentano a qualcuno che non conosci.
O  Non sai che dire quando sei insieme a un gruppo di persone che discutono.
O  Hai difficoltà a parlare con persone dell’altro sesso.
O  Non sopporti quando ti prendono in giro.
O  Odi rispondere al citofono.
O  Non sopporti le persone che ti guardano continuamente.
O  Diventi nervoso/a nelle conversazioni faccia a faccia.
O  Non ti piace chiedere aiuto.
O  Non ti riesce agevole leggere ad alta voce.
O  Non ti piace rispondere a domande che ti vengono poste.
O  Ti imbarazza ordinare al ristorante.
O  Alle feste se non conosci tutti molto bene, non ti senti a tuo agio.
O  In certe occasioni eviti di parlare perché hai paura di esprimere opinioni       inadeguate.
O  Vorresti essere più estroverso/a.
O  Non ti piace stare al centro delle stanze.
O  Reagire ai complimenti minimizzando.
O  Preferisci leggere, scrivere o ascoltare la musica anziché stare in un gruppo
 numeroso.
O  Arrossisci facilmente.
O  Trascorri molto tempo nella tua stanza.
O  Non ami parlare di cose personali.

Somma tutte le x e moltiplica per 4: avrai la tua percentuale di timidezza

21 ottobre 2010

I sintomi dell’ansia

Hai una serie di sintomi e vorresti sapere se è ansia sociale? Ma quali sono?
Ci sono due tipologie di sintomi che caratterizzano l’ansia sociale, quelli fisiologici e quelli psicologici.

Escher: humanity
I sintomi fisiologici interni, non riconoscibili dalle altre persone, sono: traspirazione, mancanza di saliva, deglutizione anormale, contrazioni del torace, respiro corto, respirazione aritmica, incapacità di coordinare volontariamente i movimenti, vertigini, esitazione, movimenti involontari, facilità ad inciampare, a rompere oggetti, mancanza di equilibrio, tremolio alle dita, sensazioni che il cuore stia per cedere, spossamento, condizione di passività dopo che finisce il momento critico, tachicardia, senso di soffocamento, nausea, tensione addominale.

I sintomi fisiologici esterni, riconoscibili dagli altri e che procurano il maggior disagio, sono: il rossore al viso, il pallore in volto, corde vocali rigide che comportano la parola strozzata, balbuzie, cambiamento di voce che sovente è molto bassa e diventa incomprensibile, sudore, tremore, panico.

I sintomi psicologici, che causano quelli fisiologici, sono per lo più di carattere comportamentale ed emotivo quali il senso di vergogna, l’imbarazzo, i sentimenti di umiliazione, di frustrazione, di inferiorità, senso di angoscia, tensione generalmente vissuta come penosa passività verso eventi dannosi che il soggetto pensa stiano verificandosi o teme possano verificarsi.

L’associazione di sintomi e la loro intensità varia da soggetto a soggetto. Va da sé che quantità di sintomi associati, delle situazioni scatenanti e l’intensità con cui si manifestano, delineano forme diverse di ansia sociale, che vanno dalla lieve timidezza fino al disturbo evitante di personalità, ma questa è un’altra storia.

13 ottobre 2010

Il circolo vizioso della timidezza

La timidezza e l’ansia sociale in generale, si autoalimentano.
In una persona timida quando sta per vivere una situazione ansiogena, cominciano ad affiorare pensieri che riflettono la sua condizione psicologica, parte di essi vengono alla mente, senza che il soggetto abbia svolto alcun lavoro di ragionamento razionale e spesso non vi è nemmeno piena coscienza, sono i pensieri automatici. Indipendentemente se questi siano auto eseguiti o meno, basta ad innescare un processo che si conclude con le valutazioni, talvolta inconsce, operate ad azione conclusasi con il comportamento che determina la fine della situazione.

I pensieri iniziali riguardano l’idea che si ha di sé, in merito alle abilità che si posseggono nell’esperire quella data situazione, o all’idea che si ha degli altri, riferita alle loro disponibilità, questa fase corrisponde all’analisi delle potenzialità, dei mezzi disponibili e della congiuntura

Le idee del se, non sono mai positive, sono sempre improntate verso l’inadeguatezza.
Giacché il sistema cognitivo ha la funzione principale di valutare le possibili conseguenze di un’azione, per determinare un comportamento appropriato al raggiungimento degli obiettivi posti, accade che, la fase immediatamente successiva all’analisi dei mezzi disponibili, è la previsione degli esiti seguenti alla partecipazione del soggetto agli eventi. Il pronostico di quest’ultima fase, non è percepita come ipotesi ma appare come certezza, ed è sempre negativo. 

A questo punto l’individuo timido entra in uno stato ansioso e si manifestano i sintomi fisici caratteristici della timidezza e tipici della risposta fisiologica propria del soggetto, nei casi di fobia può subentrare vero e proprio terrore. Alcuni sintomi fisiologici possono anche far parte nel novero dei pensieri anticipatori dell’ansia, o contribuire ad alimentare ulteriormente quest’ultima; accade, in genere, quando si teme che tali sintomi possano essere visibili agli altri, come ad esempio il rossore, l’eccessiva sudorazione, il tremore: la persona timida vive sempre con imbarazzo la visibilità del proprio stato ansioso, fino a giungere a comportamenti goffi o impacciati, come reazione a tale condizione di difficoltà.

Consegue un comportamento che può essere d’evitamento, di fuga o d’inibizione (vedi art. “Problemi di timidezza: le azioni nei comportamenti sociali”).
l’individuo timido, quando si trova durante la situazione, concentra tutta l’attenzione su se stesso, valuta il suo comportamento che non gli appare mai adeguato alle circostanze anche quando è del tutto normale o esemplare, avverte gli altri come presenza giudicante della sua persona o anche invasiva della propria interiorità, soppesa l’incidenza dei suoi sintomi fisici e gli effetti che può produrre la loro visibilità, si auto giudica come se fosse altro da sé ma pienamente in balia delle proprie emozioni. In tale condizione, sia il livello dell’ansia, sia l’intensità dei sintomi fisici, tendono ad aumentare ed egli tende ad avere degli atteggiamenti di sicurezza (vedi nota precedente).

La conclusione della prestazione o partecipazione all’evento è anche l’occasione, per l’individuo timido che l’ ha vissuta, per una valutazione finale che è sempre negativa, essa prescinde da dati oggettivi ma poggia sulle sole percezioni personali.
Comportamento evitante, fuga e valutazione finale negativa della prestazione, hanno in comune lo stesso identico epilogo: il rafforzamento delle convinzioni negative di se stessi, e quindi la conferma di quelle idee negative del sé entrate in gioco quando l’evento stava per presentarsi, il ciclo si chiude in modo circolare ed il sistema cognitivo resta immutato come impianto ipotetico della realtà, perpetuando se stesso. Nella figura sottostante è rappresentato l’andamento circolare dell’insorgenza e del mantenimento della timidezza.



30 settembre 2010

Temperamento, introversione e timidezza

Si utilizza spesso il termine “temperamento” come sinonimo di carattere o di personalità, creando confusione tra questi tre aspetti, diversi tra loro, che esprimono le caratteristiche di una persona. Chiariamo dunque le peculiarità di questi tratti dell’individuo. Il carattere esprime l’insieme delle peculiarità proprie d’adattamento ai valori ed alle tradizioni e consuetudini della società, si determina attraverso l’esperienza acquisita durante l’età evolutiva, sia in ambito familiare, sia in quello sociale.
La personalità si può definire come la sintesi tra temperamento e carattere, è frutto dell’interazione tra i fattori innati e quelli appresi.

Le definizioni del temperamento

De Chirico: Grande interiore metafisico
Le definizioni del temperamento sono molteplici e raggruppabili in tre filoni teorici, genetiche, emozionali, comportamentali, comune a tutte le teorie è il ritenere:
  • Che il temperamento abbia una base biologica,
  • Che sia stabile nel tempo ma che modificano le sue espressioni comportamentali in relazione all’ambiente sociale o fisico,
  • Che ci sia un legame diretto tra temperamento e comportamento in relazione alle mutate condizioni ambientali o che sia tale solo nella prima infanzia,
  • Che abbia una forte componente affettiva



Secondo il filone teorico “ereditario”, il temperamento si può definire come un’infrastruttura che raccoglie l’insieme delle inclinazioni affettive e comportamentali che nel corso della vita si evolvono in personalità. in quest’ottica costituisce la base biologica della personalità. Sulla base dello studio longitudinale effettuato ed ancora in corso, Kagan (vedi articolo precedente) ritiene che il patrimonio genetico iniziale non è deterministico ma definisce solo una predisposizione ed i fenotipi sono soggetti al cambiamento in relazione all’esperienza raccolta nel corso del tempo.
Per il filone teorico “comportamentale” è quel sistema che raggruppa l’insieme delle qualità stilistiche e formali del comportamento riguardanti l’affettività, la sensibilità, le risposte agli stimoli ambientali. Si può dire che sia il “come” del comportamento.
Nel filone teorico “emozionale” si definisce il temperamento come quei fenomeni che caratterizzano la natura emozionale di un individuo che coinvolgono la qualità dello stato tipico individuale dell’umore, l’energia o l’attenzione prestate agli stimoli ambientali.
In via del tutto generale, il temperamento è definibile come l’inclinazione a sperimentare e reagire, agli stimoli ambientali, con modalità caratteristiche proprie dell’individuo.

16 settembre 2010

La causa della timidezza è genetica?

Dallo studio del genoma umano non sono emersi, a tutt’oggi, elementi che lo confermano. Tuttavia vari studi inducono ad ipotizzare che possa esserci un’origine genetica dei disturbi d’ansia, e quindi della timidezza.

Nel 1992 uno studio dello psichiatra Kenneth Kendler, fatto su un campione molto ampio di 3700 gemelli, faceva emergere alcuni dati interessanti. Nei casi di gemelli omozigoti (nati da una cellula fecondata da uno spermatozoo ed aventi identico patrimonio genetico), se uno di loro era ansioso, nel 24% dei casi, lo era anche l’altro; La percentuale scende al 15% nei casi di gemelli di zigotici (nati da due diversi ovuli secondati da due diversi spermatozoi).

Uno studio longitudinale (monitoraggio nel corso degli anni), iniziato nel 1989 diretto dal dr. Jerome Kagan, e tutt’ora in corso, ha studiato il temperamento di bimbi appena nati e ne ha seguito la loro evoluzione sino ad oggi (attualmente hanno 21 anni). L’importanza del lavoro di Kagan è data dal fatto che gli individui presi in esame sono stati osservati durante tutto il loro processo di crescita fisica e comportamentale, dalla nascita alla maggiore età.

Per maggior chiarezza diciamo subito che 

il temperamento è definibile come la tendenza innata nello sperimentare e nel reagire, nei confronti dell’ambiente, in modo tipico, è la base biologica della personalità

ad esempio tratti del temperamento sono, l’inibizione nei confronti del nuovo, la tendenza sociale, l’attenzione prestata verso ciò che ci circonda, l’esprimere le emozioni sia positive sia negative, le attività motorie.

circa il 20% dei bimbi presi in esame, nella ricerca di Kagan, mostravano inibizioni comportamentali, vale a dire che erano molto reattivi; il 40% erano poco reattivi, sembravano privi d’insicurezza; il restante era in condizioni intermedie.

Sono emerse delle tendenze interessanti, i bambini molto reattivi a quattro anni hanno la possibilità di diventare significativamente inibiti ben quattro volte superiore ai bimbi poco reattivi; verso i sette anni la metà di loro presentavano già sintomi d’ansia, mentre tra i bimbi inizialmente “sicuri”, solo il 10% sviluppavano tali sintomi. Questo andamento si riduceva nell’età adolescenziale, solo un terzo dei bimbi molto reattivi mantenevano i tratti ansiosi.

Quanto agli ex ansiosi, questi, accettando il proprio temperamento che avevano ereditato, si erano liberati dei suoi vincoli, pur rimanendo poco disinvolti, se la cavavano bene.

Uno degli adolescenti ex reattivi, raccontava che nel sentir parlare del rischio di attentati all’antrace aveva provato un forte malessere, ma sapendo della sua eredità genetica e riflettendoci su, l’aveva superato.
Una ragazza, ora ventunenne si definiva diligente piuttosto che ansiosa, rispettosa delle regole, nutriva una forte passione per la danza e, in tal campo vi eccelleva.

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3 settembre 2010

Problemi di timidezza: le azioni nei comportamenti sociali

Le persone timide per proteggersi dalle situazioni che scatenano in loro ansia e fenomeni fisici, attuano dei comportamenti elusivi, detti anche comportamenti di sicurezza.
per meglio comprendere quest’aspetto faccio alcune brevi premesse:
  • Molti di questi comportamenti in realtà sono processi mentali interni, nel mio libro “addio timidezza” si analizzano questi aspetti in modo approfondito.
  • Il soggetto tende ad utilizzare una pluralità di azioni elusive, che utilizza in relazione al tipo di situazione, al tipo di manifestazioni fisiche e ansiogene che insorgono.
  • Alcune azioni di sicurezza influenzano il comportamento delle persone con cui sono in relazione, accade per una difficoltà interpretativa dell’azione stessa che talvolta confonde l’interlocutore, confermando in questo modo, i timori del soggetto timido che riceve quindi un rinforzo delle credenze specifiche che fanno riferimento a quella data situazione.
  • Altri tipi di questi comportamenti attirano l’attenzione di altre persone, e ciò può provocare uno stato di disagio ulteriore, di vario grado, nell’individuo timido che li ha attuati, e favorire anche in questo caso, un processo di rinforzo delle credenze attinenti.


Appare chiaro, a questo punto, che le azioni svolte per proteggersi dalle situazioni critiche, seppure hanno una temporanea riduzione dei fenomeni ansiogeni, ragione per la quale vengono attuate, finiscono con l’aggravare questi ultimi e confermare quelle convinzioni cognitive che ne sono alla base operando, quindi, un rinforzo delle credenze relative.

Le tattiche protettive che vengono poste in essere, possono riassumersi in quatto principali gruppi di azioni:
  1. L’evitamento che è, possiamo dire, il comportamento principe data la semplicità della sua attuazione. Il soggetto timido agisce in modo preventivo, rinuncia all’azione, evita di farsi coinvolgere o nel trovarsi in quelle circostanze che le sue valutazioni previsionali giudicano pericolose.
  2. L’inibizione che si attua nelle situazioni che, non essendo state evitate, pongono le persone timide, nell’esigenza di avere comunque un atteggiamento di sicurezza. Esse si chiudono nella riservatezza o manifestano comportamenti decisamente inibiti. Il fare scena muta in un gruppo di persone è un esempio rappresentativo di questi tipi di atteggiamenti.
  3. La fuga, che forse più di altre esprime la drammaticità della condizione interiore in cui può versare un soggetto socio-ansioso o timido. Quando la situazione raggiunge un livello di insostenibilità emotiva e/o fisiologica egli abbandona di colpo la scena e scappa.
  4. La fuga in avanti che consiste nell’affrontare, in modo volontario, proprio le situazioni che procurano paura. La scelta di fare del teatro da parte di chi teme l’esposizione in pubblico è un esempio di questo tipo di comportamento.

 Se la quarta tipologia di azioni può anche rivelarsi uno strumento di superamento o agile gestione delle difficoltà che incontra una persona timida, va da sé che le altre tipologia di azioni, non solo accentuano i caratteri e le forme critiche presenti in un socio-ansioso o di un timido, ma procurano anche una decisa caduta di autostima che va ad inserirsi nel circolo vizioso dell’intero processo della patologia.

Ci sono altre azioni di protezione che vengono attuate per far fronte alle difficoltà che si incontrano e possono considerarsi integrative di quelle che ho poc’anzi illustrato e che hanno per lo più lo scopo di mascherare ciò che è visibile agli altri, come l’arrossimento, lo sguardo il viso, la sudorazione, il tremore, l’ansia. Lo si fa ricorrendo all’uso di occhiali da sole, il trucco marcato, far scendere i capelli sul viso, evitare di togliersi la giacca, tenere la braccia raccolte, tenere spesso le mani sulle guance, evitare di guardare gli interlocutori, parlare senza fare pause e in modo veloce, stringere con forza gli oggetti o evitarne la prese per altri, sfregare le mani sui vestiti, tenere le mani nelle tasche, fare uso di alcolici o di droghe e tranquillanti prima di affrontare le circostanze che si temono.

In realtà questi stratagemmi non risolvono la condizione di disagio, per cui finiscono con l’essere solo un’illusione di cui i soggetti stessi, spesso, se ne rendono conto pur continuando ad attuarli come se fossero l’ultima spiaggia.

28 agosto 2010

Parlare in pubblico: valutazioni e rimedi

Emilio Longoni: L'oratore dello sciopero
È possibile superare la paura di parlare in pubblico, o quantomeno si può imparare a gestirla in modo adeguato.
Ma come nasce questo timore che a volte si trasforma in vero e proprio terrore?
È uno dei casi tipici dell’ansia da prestazione. Esporsi al pubblico per molti equivale al dover dimostrare in modo inequivocabile competenze ed abilità che sono sottoposte al severo giudizio degli altri. L’oggetto della paura non è la prestazione in sé, ma le conseguenze immaginate di una cattiva esecuzione. La persona ansiosa concentra tutta la sua attenzione sui possibili eventi o fenomeni negativi, riferiti a se stessa, che possono manifestarsi l’intervento pubblico e la valutazione delle ripercussioni, sempre negative, che tali fattori generano come reazione altrui nei suoi confronti. Dunque, da una parte, l’ansioso pensa ai fenomeni fisiologici e psicologici, avvertibili dal pubblico, come il tremore, l’eccessiva sudorazione, il rossore al volto, il balbettare, l’incespicare sulle parole, il blocco della funzione vocale, l’amnesia nervosa, la visibilità del proprio stato ansioso; dall’altra parte pensa al giudizio degli altri che ne conseguirebbe anche in termini catastrofici, come il perdere la faccia, la credibilità, il crollo del valore personale e/o professionale, l’essere considerato incompetente, incapace, falso, non valido, inetto, la perdita del proprio ruolo sociale e/o professionale, la perdita del lavoro, il fallimento, l’emarginazione, la povertà, l’umiliazione.