26 dicembre 2011

Viaggio alle radici della timidezza: invalidazioni e rinforzi 2

Con il rinforzo si crea una struttura protettiva della credenza che si manifesta attraverso una serie di attività cognitive che hanno il compito di bloccare il processo dell'invalidazione. 
Quanto maggiore è la quantità dei rinforzi di una credenza, tanto più forte e resistente è la struttura protettiva collegata.


Funzione del sistema cognitivo è il raggiungimento degli scopi, questo implica che non necessariamente esso sia interessato a recepire le invalidazioni, è più propenso a tenere attiva la maggior capacità possibile di valutazione e previsione.
Per questa ragione il sistema cognitivo, per non privarsi di una tale potenzialità, attiva le strutture protettive a difesa di quelle credenze fortemente confermate, soprattutto quando riguardano l'interpretazione di sé.


Le strutture protettive delle credenze cui ho accennato fanno parte degli stili di crescita della conoscenza:

Rafael Dussan - la pazza

  • L’esplorazione; agisce in positivo, opera modificando la credenza per renderla più coerente con la realtà e quindi più adattativa;
  • L’elusione; impedisce l’esplorazione in modo che il sistema non possa trovare elementi che confermino l’invalidazione, si manifesta con l’evitamento o la rimozione;
  • L’immunizzazione; blocca quei processi cognitivi che permettono il passaggio da un’idea a un’altra stravolgendone la logica dell’implicazione (è del tipo “se A è vero, allora anche B è vero”).
  • L’ostilità; ha l’obiettivo di ridurre il livello di certezza dell’invalidazione, opera manipolando la fonte o riducendone la credibilità.

Per far comprendere meglio la rilevanza dei rinforzi, voglio fare un esempio semplice: prendiamo il caso della recente scoperta secondo la quale i neutrini viaggiano a una velocità superiore a quella della luce, ebbene, più si ripeteranno questi esperimenti che confermano la scoperta, sempre più saremo convinti che ciò sia vero (rinforzi), e sempre più metteremo in discussione coloro che ancora negheranno la validità di questa novità (negazione dell'invalidazione). Allo stesso modo abbiamo anche potuto appurare, come il mondo scientifico si sia mostrato scettico (negazione dell'invalidazione), quando è stata data per la prima volta la notizia; infatti, i fisici hanno affermato così tante volte la validità della teoria di Einstein che la consideravano un dato certo, acquisito e scontato (rinforzo), tant'è che si sono sentiti smarriti e privati di una conoscenza, per loro, tanto importante.


Il rinforzo irrigidisce il sistema cognitivo nella valutazione della validità di quella data credenza.


In condizioni di normalità, conferme e invalidazioni si verificano in modo continuo, noi siamo sottoposti a questi processi tutti i giorni.
Il problema sorge quando, a essere rinforzate, sono credenze non aderenti alla realtà, cioè disfunzionali, e diventa ancora più problematico se le credenze disfunzionali non invalidate, riguardano da una parte, le proprie capacità, abilità, potenzialità, amabilità, valore personale, dall'altra la percezione degli altri e delle relazioni interpersonali e/o sociali. In questi casi il livello di rigidità è ancora più marcato, in quanto le credenze, riguardando se stessi e il mondo sociale, hanno primaria e fondamentale importanza per il raggiungimento degli scopi.


Le mancate invalidazioni delle credenze disfunzionali, determinano effetti negativi a cascata, per quanto riguarda le attività cognitive e innescano dinamiche circolari per quanto riguarda i processi che si attivano nell'ansia sociale e quindi nella timidezza
Il sistema cognitivo non prende atto dei propri fallimenti, non impara dall’esperienza e continua a ripetere sempre gli stessi errori, un sistema poco o non articolato blocca il suo stesso sviluppo, infatti, una nuova idea o va generata o appresa dall’esterno, cose che diventano difficili quando un sistema è povero: non è facile cambiare punto di vista quando si stenta già ad averne uno.

20 dicembre 2011

Viaggio alle radici della timidezza: invalidazioni e rinforzi 1

Come mai i pensieri degli ansiosi sociali mantengono la loro visione negativa di sé e del resto, nel tempo? Rispondere a questa domanda significa comprendere le dinamiche che permettono la permanenza delle credenze disfunzionali.


Tutte le credenze che si formano sono soggette a una continua modificazione, un processo che dura tutta la vita. Questo fenomeno di aggiornamento ha lo scopo di mettere in condizione l'intero sistema cognitivo e le sue attività di essere sempre più adeguate alla realtà e migliorare le capacità adattative.
Una credenza, essendo un modello ipotetico del mondo reale, necessita di un continuo aggiornamento e modellamento per fare aderire al meglio i propri schemi interpretativi alla verità oggettiva delle cose.
Il fenomeno attraverso cui si attua il processo di adeguamento delle credenze è dato dalle invalidazioni.


L'essere umano è costantemente sottoposto a stimoli provenienti sia dall'esterno, sia da se stesso. Questi stimoli sono di varia natura, provengono dai sensi dell'uomo, dalle esperienze materiali e oggettive, dalle esperienze emotive, dal continuo relazionarsi con il mondo delle cose e con il mondo delle relazioni interpersonali, provengono da varie forme di apprendimento (formativo, relazionale, esperienziale).


Gustav Klimt - albero della vita 3
Quando uno stimolo delinea una realtà oggettiva in contraddizione con l'ipotesi interpretativa dettata dalla credenza corrispondente, si ha un’invalidazione.


In pratica, il sistema cognitivo si viene a trovare nella condizione di non poter più riconoscere la validità della credenza invalidata, in quanto non più soddisfacente il bisogno di aderenza al mondo reale e non più utile ai processi di adattamento alla vita sociale e materiale.


L'invalidazione costituisce, pertanto, l'accertamento d’inadeguatezza di una credenza alla realtà e alla sua rimozione o messa in mora.


Il fenomeno dell'invalidazione, di per sé, non è costitutiva di una nuova credenza, questa - semplicemente - viene rimossa: spetta all'attività del sistema cognitivo sostituire o modificare la credenza invalidata.


Questo fatto implica un temporaneo vuoto interpretativo che genera un temporaneo stato di crisi dell'apparato cognitivo in quanto è privato di uno schema rappresentativo della realtà ed è, quindi, impossibilitato a esperire quelle attività cognitive per far fronte a quegli eventi cui venivano collegate le credenze invalidate.


Nella realtà, e in condizioni normali, il sistema cognitivo è abituato e allenato a modificare o sostituire una credenza destituita, esso infatti, acquisisce elasticità operativa grazie all'esercizio continuo di tale funzione: il vuoto informativo viene rapidamente colmato in modo tale che le attività correnti dell'uomo non subiscono apprezzabili fattori di crisi.
Purtroppo, non sempre è così. 


Nel caso dell'ansia sociale il processo dell'invalidazione s’inceppa. Perché?


Come abbiamo visto le credenze sono sottoposte a continue verifiche di validità. Esse possono essere invalidate, ma anche confermate della loro validità, come accade per tutte quelle credenze che si mostrano pienamente coerenti con i dati oggettivi provenienti dall'esperienza. 


Quindi le credenze non subiscono soltanto un processo di invalidazione ma anche un processo di validazione. L'atto di conferma di uno schema di memoria conferisce un nuovo attributo di validità che va ad aggiungersi a quelli precedenti, questo fenomeno viene chiamato rinforzo.


Questo fenomeno di rinforzo è facilmente comprensibile alla luce delle due leggi dell'apprendimento di Skinner che determinano il concetto di condizionamento operante

va alla seconda parte....

14 dicembre 2011

La paura di manifestare timidezza o apparire timidi

Una persona vive la timidezza come problema nel momento in cui, questa, diventa un handicap nello svolgimento della propria vita sociale.
Sono gli effetti che la timidezza produce, a rendere il soggetto timido cosciente del proprio disagio. Egli, infatti, non è consapevole dei fattori e dei processi cognitivi responsabili della propria condizione mentale.


Vive l'emozione della paura ora, come fenomeno auto giustificante, autosufficiente o auto generata, ora come riflesso di percezioni che avverte in modo confuso, ora come effetto causato dall'evento.
I suoi pensieri, dinanzi al momento ansiogeno, vertono su previsioni negative, considerate certezze dell'avvenire, su una condizione di stallo del problem solving, da un sentimento d’incapacità o inabilità che spesso non sa spiegare.
La timidezza è, talvolta, vissuta come una sorta d’indeterminatezza che la mente cosciente avverte come sensazione astratta, priva di contorni o forme definite.


Umberto Boccioni - idolo moderno
L'associazione timidezza-disagio e timidezza-conseguenze negative, diventano le certezze della condizione di essere persona timida. Sul fronte di queste certezze, l'ansioso sociale misura il proprio grado di esclusione o di fallimento sociale.
L’attribuzione di causa viene fatta coincidere con l'evento stesso, o con fattori causali di rimbalzo cioè derivati, oppure con valutazioni cognitive disfunzionali.



8 dicembre 2011

Viaggio alle radici della timidezza: le credenze

La credenza è uno schema interpretativo della realtà che si forma nella nostra mente. La sua funzione è di informare la persona su se stessa, sugli altri, sul mondo esterno. 
Tali informazioni vengono poi utilizzate, nei processi cognitivi, per analizzare gli eventi, valutare le proprie capacità per far fronte a essi, fare delle previsioni sui possibili effetti di una nostra ipotesi di reazione all'evento, determinare il comportamento più adatto alla circostanza.


Questi schemi interpretativi, che si manifestano nella forma di convincimenti, risiedono a un livello profondo della nostra mente e quindi sono inconsci, ciò implica che l'individuo non ha la consapevolezza di avere tali credenze.


Dalì - illusioni diurne
L'insieme delle credenze costituisce un sistema interpretativo della realtà, un sistema d’ipotesi che ci informa su come funziona il mondo, sono una rappresentazione della realtà, è conoscenza intesa come aggregato d’informazioni acquisite attraverso le esperienze nelle sue varie forme e contesti.


Le credenze si strutturano attraverso l'apprendimento, processo che avviene in modo variegato, attraverso i sensi, le emozioni, la percettività, l'interazione fisica, il linguaggio, per imitazione o similitudine, attraverso l'interazione con le persone di riferimento o esterne a tale rapporto.



30 novembre 2011

La timidezza e il giudizio di sé

La timidezza esplicita un sentimento di paura e questo, a sua volta, è la reazione emotiva alla percezione di sé o degli altri.


Sappiamo che i sentimenti di paura, insieme alle conseguenze derivanti dai propri comportamenti, sono gli unici fattori di cui una persona timida è realmente consapevole. 


Tutte le altre valutazioni "coscienti", che un soggetto timido fa su se stesso, sono attribuzioni di causa errate, in quanto costruite su modelli interpretativi della realtà fortemente influenzate dalle proprie condizioni emotive.


Pedro Pintor - quiero pintar como un nino
La persona timida tende a valutarsi in funzione dei risultati che ricava dalla sua interazione sociale e di cui è portato a prendere in esame solo gli elementi negativi. Nonostante siano coscienti che le esperienze negative sono un portato della timidezza, finiscono con l'assecondare proprio quelle istanze interiori che sono le generatrici del proprio disagio.



22 novembre 2011

Come si affronta la timidezza?

La premessa.

La timidezza è una condizione mentale che percepisce, interpreta, valuta e prefigura gli eventi come momenti di rischio fortemente penalizzanti per se stessi, che si manifesta, all'esterno, con comportamenti inibiti e rinunciatari, in genere accompagnati da stati d'ansia.


A determinarne e caratterizzarne le varie forme con cui si manifesta sono, da un lato, un apparato cognitivo disfunzionale in una o più credenze che ne costituiscono l'insieme nella sua parte informativa, dall'altro i comportamenti abituali acquisiti e derivanti dalle disfunzioni cognitive.


Pablo Picasso - il pasto del cieco
Benché, nella maggior parte dei casi, le persone timide sanno di esserlo, essa viene percepita e considerata, a livello di consapevolezza, per via dei sentimenti negativi che provano verso se stessi e gli effetti penalizzanti che vivono sulla propria pelle come conseguenza della propria timidezza.



17 novembre 2011

L'attribuzione di causa o significato negli individui timidi

Le persone timide, in genere, sono coscienti di esserlo e provano anche a darsi una spiegazione. Questi tentativi di autoanalisi, poggiano le proprie basi del ragionamento sulla percezione che hanno di sé, dell'altro da sé e sull'interpretazione dei fenomeni di relazione sociale.


Di fatto, quest'insieme di valutazioni è vincolato dal livello di consapevolezza della propria condizione che, muovendosi sul piano dello stato di coscienza, coglie solo ciò che affiora e che è la risultante dell'intero processo cognitivo viziato da convincimenti interiori profondi (credenze) disfunzionali.


Il risultato è che attribuiscono le cause dei propri disagi sulla base:



Umberto Boccioni - Stato mentale
  • Dei ragionamenti figli di distorsioni cognitive;
  • Delle interpretazioni emotive; 
  • Degli effetti della propria condizione;
  • Dei fenomeni psicologici che possono essere considerati cause di livello intermedio e che costituiscono, pertanto, quegli effetti che generano, a loro volta, successivi esiti. Si tratta cioè, di fattori che vanno ad alimentare il circolo vizioso della timidezza, e delle varie forme dell'ansia sociale.




9 novembre 2011

Il rapporto tra passato e presente nelle persone timide

Il passato, nel disagio dell'ansia sociale, è punto di riferimento costante nelle attività di pensiero rivolte, non solo, ai tentativi di autoanalisi che ogni sofferente attua verso se stesso, ma anche alla costante tendenza all'aspra autocritica, e alla rivisitazione degli eventi vissuti, di cui non si riesce ad avere un atteggiamento mentale di accettazione e/o di superamento.


Il rimuginìo è sicuramente l'elemento più emblematico e caratteristico di questo rapporto maniacale, che il soggetto timido e l'ansioso sociale in generale, ha con la propria storia individuale.


Se il rimuginìo costituisce la non accettazione degli esiti negativi della propria esperienza, lo sforzo di autoanalisi rappresenta il tentativo di dare una spiegazione plausibile alle cause di tali esiti, e di ricercare gli errori presunti commessi da se stessi.


Lo spirito con cui una persona timida si spinge nella ricerca degli errori propri, è quasi sempre improntata alla tendenza verso un’implicita e aprioristica autocondanna, che nella fase conclusiva di tale processo viene a esplicitarsi.


Picasso - Donna che piange con fazzoletto
L'ansioso sociale, in questa ricerca nel proprio passato, e in modo quasi ossessivo, dell'origine del proprio male, abbandona del tutto il proprio presente, che gli appare inconsistente nell'ottica investigativa.


Il problema è che il passato, e con esso gli eventi succedutisi nel corso del tempo, sono già dati, consumati e, pertanto, immodificabili.



2 novembre 2011

Comportamento e timidezza

Come ho già affermato in altre occasioni, per comportamento s'intende ciò che si fa e ciò che si dice.


Tutti quanti noi, riusciamo in modo più o meno oggettivo, a interpretare i tipi di sentimenti, emozioni, disponibilità relazionale, condizione umorale, eccetera, attraverso la mimica facciale, la postura, la gestualità, gli sguardi, il tono della voce, il modo di parlare. Questa riconoscibilità di stati d'animo, in parte è appresa per via esperienziale, e in parte è innata. 


Watzlawick afferma che non è possibile non comunicare: un individuo, qualunque cosa faccia, trasmette dei sensi e/o dei significati, e ciò indipendentemente dalla sua intenzionalità. Persino il non fare è comunicazione.


Comunemente si usa dire che il comportamento si apprende, in realtà a essere appresa è la cognizione del comportamento.


Benché l'ansia sociale sia una condizione mentale che fa riferimento a convinzioni interiori profonde (credenze) riguardanti se stessi, gli altri e il mondo circostante, una persona ansiosa è riconoscibile - all'esterno - solo attraverso i suoi comportamenti. Ciò perché egli pone in essere il proprio percepirsi, o il percepire l'altro da sé, per mezzo di atteggiamenti corporei, azioni e linguaggio verbale.


Marc Chagall - io e il villaggio
Ogni comportamento costituisce l'espressione esterna di un processo cognitivo. Concretizza le scelte e quindi le decisioni dell'individuo.


Così come accade per alcune categorie di pensieri, molti comportamenti sono automatici. Diventano tali perché entrano nelle abitudini dell'individuo e quindi sono posti in essere in modo ripetitivo. 


Nonostante ci sia sempre consapevolezza di un comportamento, in determinati casi un tale grado di coscienza viene a ridursi proprio per effetto dell'abitudine.


Gli ansiosi sociali sono riconoscibili anche perché utilizzano determinati comportamenti che, oltre ad essere abituali, sono anche tipici dell'ansia sociale.
Una persona timida tende a tenersi in disparte, a essere poco loquace, a fare scena muta quando è in gruppo, a evitare l'incontro con persone che non conosce o che gli interessano particolarmente, ad avere una vita solitaria o con pochissimi contatti.


Un individuo è timido, perché ha convincimenti profondi negativi (credenze) su di sé, che riguardano le proprie capacità, abilità, competenze, potenzialità, appetibilità, l'essere poco o per nulla attraente come persona, il non amabile, il non suscitare interesse da parte degli altri, il non sentirsi un pari degli altri.


È timido perché in conseguenza di queste credenze, egli sviluppa altri tipi di pensieri che lo descrivono come soggetto perdente o lo vedono come tale in ogni attività di previsione degli eventi.


È timido perché a conclusione di quest’attività di analisi, valutazione e previsione, egli determina dei comportamenti che riflettono fedelmente e rigidamente il proprio senso d’impotenza, d’incapacità, di fallimento. 


Questo avviene nelle situazioni sociali cui è chiamato a far fronte, ma contemporaneamente, e anche fuori da tali situazioni, incurvando le spalle, ponendo lo sguardo fisso a terra, tenendo la testa abbassata, anche se inconsapevolmente e attraverso questa fisicità, egli "rappresenta" la propria condizione mentale. 


Una volta che la condizione interiore di una persona timida acquisisce un linguaggio fisico esteriore, questo diventa il modo di essere nel mondo esterno a sé, la esternalizzazione corporea della timidezza diventa un fatto abituale, sistematico, automatico: si radicalizza in quell'individuo diventando un tratto caratteristico della sua personalità.


È proprio partendo da quest'ultima osservazione, che possiamo comprendere quanto sia difficile, per un soggetto timido, riuscire poi a cambiare comportamenti che si sono profondamente radicati nelle sue abitudini.


Nonostante ciò, è possibile cambiare queste abitudini, sostituendole con altre, attraverso un metodico impegno nel ripeterle con assiduità. Infatti, solo creando nuove abitudini, è possibile sostituire quelle vecchie.

25 ottobre 2011

La paura delle persone timide verso gli sconosciuti

Uno degli aspetti più frequenti che si riscontrano nella timidezza, è la difficoltà nell'instaurare relazioni e/o una comunicazione soddisfacente con persone che non si conoscono.


Di fatto una persona è sconosciuta perché di essa si sa ben poco o nulla, appare con un’identità inesplorata, un'incognita che reca con sé un mondo celato.  Di una persona sconosciuta, non si conoscono gli usi, i costumi, gli interessi, le passioni, l'indole, la personalità, il tratto caratteriale, la cultura.


Agli occhi di una persona timida, lo sconosciuto appare alieno, imperscrutabile e quindi impenetrabile. Un portatore di rischi non quantificabili, non individuabili, né qualificabili. 


Chi, come accade spesso nell'individuo timido, non ha appreso modalità di comunicazione efficaci, si ritrova privo di schemi comportamentali di riferimento e di abilità sociali, tali da gestire in modo duttile o dinamico l'approccio di "scoperta" dello sconosciuto.


Jackson Pollock - the key
Ogni persona conosce esclusivamente quanto è presente nell'apparato cognitivo, sotto forma di schema interpretativo della realtà (credenze). Questo significa che solo quello che è patrimonio della propria esperienza, costituisce la sua conoscenza.


Il sistema cognitivo caratterizzato dalla timidezza, si trova a essere impreparato rispetto alle sue esigenze di valutazione e previsione, non avendo elementi di conoscenza con cui costruire un'attività operativa, resta interdetto, sospeso nell'indecisione tra il cosa e il come fare, proprio perché lo sconosciuto non è riferibile ad alcun modello cognitivo dato.


In questo contesto, a complicare ulteriormente le cose, entrano in gioco anche altre credenze che, nel soggetto timido, riguardano se stesso o gli altri.
Infatti se il problema fosse riferito al solo fatto di non avere un modello di riferimento, probabilmente anche l'individuo timido - dopo una prima fase d’impasse - potrebbe riuscire in un approccio di "scoperta".


Quando a questa difficoltà interpretativa, viene ad aggiungersi una credenza di base, col suo portato conseguente di pensieri automatici negativi e credenze intermedie, la persona timida s’imballa.


La paura di essere giudicati male da una persona che non si conosce, dà luogo a pensieri caratterizzati da inferenze arbitrarie, ragionamenti dicotomici, catastrofizzazioni, lettura del pensiero, ragionamenti emozionali. 
È chiaro che il timore di un giudizio negativo, fa leva su credenze di base che inducono il soggetto timido a percepirsi come persona inabile, incapace, indesiderata, debole, insignificante.


Gli individui timidi tendono spesso a confrontare se stessi e le proprie capacità comportamentali percepite, con il comportamento di amici e conoscenti. Da questo confronto, ovviamente, ne escono perdenti: ciò accentua ancora di più il disagio che provano nei casi in cui la persona sconosciuta entra in relazione con il gruppo cui si appartiene.


Quando vengono a verificarsi condizioni mentali, come quelle cui ho accennato, il timido e la timida attuano tutti quei comportamenti che sono soliti porre in essere: si zittiscono, tendono ad appartarsi o a isolarsi dal gruppo, abbandonano il terreno, si estraniano mentalmente, il loro sguardo diventa assente, il viso acquisisce un tono mesto, tendono a incurvarsi ancora di più, gli occhi puntano sugli oggetti che gli sono prossimi o nel vuoto. 


Inevitabile diventa a questo punto, il precipitare del proprio livello di autostima, dello scoramento, tendono ad auto biasimarsi, a condannare se stessi e, al tempo stesso, a sentirsi totalmente impotenti e incapaci confermando, così, ulteriormente la validità delle proprie credenze negative (rinforzo).

19 ottobre 2011

Affettività, sesso e timidezza

Fondamentalmente si può dire che una persona timida vive la sessualità e le relazioni affettive, fortemente condizionato da molteplici fattori che entrano in gioco e si dispiegano sui tre livelli di pensiero e, di conseguenza, nei comportamenti.


Da un punto di vista comportamentale il soggetto timido tende, in modo quasi sistematico, a una posizione di attesa, egli è fermo. Non c'è un andare verso, né un cercare l'altro. L'andare verso è un comportamento delegato all'altro. 
Se nel maschio ciò può determinare un’impossibilità di costruzione di relazione, nella donna si può tradurre in un frapporre filtri e ostacoli al possibile sviluppo di relazione.


Questo essere fermo, annichilisce la propria identità, il proprio essere, facendo sì che esso si determini in subordine all'altro, in relazione al giudizio di questi letto fondamentalmente attraverso i suoi comportamenti. 


Max Ernst - la coppia
Mentre nella normalità l'essere di un individuo è determinato a priori, nell'ansia sociale l'identità entra in secondo piano, si auto reprime o si auto annulla per configurarsi in funzione dell'altro. L'autonomia, intesa come autodeterminazione del proprio ruolo all'interno della relazione a due, si riduce sotto l'effetto del prevalere dell'altro.


La persona timida vive il giudizio dell'altro e, nello stesso tempo, legge in esso ciò che egli pensa di sé. 
La sua identità non è, dunque, il sé oggettivo, ma l'idea di sé che ritiene di leggere nei comportamenti dell'altro, vissuti come giudizio espresso nei suoi confronti.



12 ottobre 2011

I sentimenti di rancore e odio nella timidezza

Chi ha letto il mio libro "Addio timidezza", ha sicuramente compreso che la timidezza è una condizione mentale, relativa al mondo delle relazioni sociali, che fa riferimento a convinzioni interiori profonde riguardanti se stessi, gli altri e il mondo sociale, e le cui visioni sono negative o pessimistiche.


A livello cosciente la persona timida pensa e ragiona condizionato in modo sistemico e vincolante da tali convincimenti interiori. I suoi pensieri sono funzionali a queste credenze e tendono a giustificarle, assecondarle e confermarle. 
Tutto ciò accade senza che vi sia consapevolezza, in quanto tale influenza si verifica in modo inconscio. Naturalmente il soggetto, non essendo cosciente di questo processo cognitivo, considera i suoi ragionamenti come logici, sensati, persino scontati ed è evidenti. Egli si ritiene perciò nel giusto nell'elaborazione delle proprie considerazioni riguardanti sia se stesso, sia tutto ciò che è altro da sé.


George Grosz - vittima della società
Quando l'individuo timido si trova a fare i conti con le conseguenze della propria condizione, non può esimersi dal fare delle valutazioni sulle cause di quello stato di cose, o nell'individuazione di eventuali colpe derivanti dall'interazione sociale.


Le attribuzioni di causa che scaturiscono da questa ricerca, tendono sempre ad una lettura del fenomeno che non contrastino con le credenze di base, poggiano spesso sulle apparenze esteriori, su interpretazioni emotive, su logiche giustificanti.
Essendo condizionate dalle credenze, sono ovviamente fuorvianti e variano da soggetto a soggetto. Dipende dal modo di percepire se stessi e gli altri, ma anche dalla tendenza ad una non assunzione di responsabilità.


La propensione alla non assunzione di responsabilità è un modo, del sistema cognitivo, di trasferire il problema - e quindi la sua soluzione  - a ciò che è esterno da sé e, pertanto, non dipendente o riconducibile alla propria persona. 


Questa deresponsabilizzazione di sé, ottiene lo stesso risultato che si ha con il ragionamento frutto di un'altra distorsione cognitiva quale è la personalizzazione: non far entrare in conflitto o a contatto le credenze di base con lo stato di consapevolezza. Infatti, se accadesse, le convinzioni profonde coinvolte andrebbero incontro al rischio dell'invalidazione.


Il sentimento di sentirsi incompresi, isolati, di far parte di un mondo "altro", che spesso si fa strada nei pensieri delle persone timide, crea una frattura tra sé e ciò che è esterno a sé. Fattore questo che favorisce i ragionamenti emozionali. 


Nel momento in cui l'attribuzione di causa trasferisce all'esterno gli effetti di causalità e induzione, il formarsi di sentimenti di rancore o di odio, sono alla portata di uno schiocco di dita.


Il risultato di questo processo è facilmente riscontrabile nei ragionamenti auto giustificativi, frutto di astrazioni selettive e/o di generalizzazioni eccessive che vedono una società composta da persone false, egoiste, superficiali, consumiste, insensibili, che hanno perso il senso dei valori, proiettate verso la cultura dell'apparenza e della materialità, simboli di una società decadente.

Ciò non significa che io voglia negare l'esistenza di aspetti negativi della società contemporanea che pure ci sono e anche universalmente riconosciuti. Il problema sta nel fatto che ciò che è esternamente apparente, visibile o constatabile, diventa argomento strumentale al servizio di moti cognitivi di autodifesa.


Se è vero che la società in cui viviamo interferisce nella nostra vita, è anche vero che buona parte delle nostre venture o sventure dipendono da come ci rapportiamo agli eventi, cioè da come li interpretiamo, da come interpretiamo noi stessi nei confronti degli eventi, dal modo con cui reagiamo agli stimoli che ci pervengono.

6 ottobre 2011

Questo sito protesta contro la legge bavaglio. 


Vogliono impedirci di informare e di sapere!


Vogliono coprire, insabbiare e garantire il ladrocinio.


Vogliono un popolo ignorante e disinformato, per poterlo dominare, derubare e infinocchiare.


Vogliono un popolo asservito ad un'unica cultura, quella dell'annientamento della dignità umana, della mercificazione del corpo e della mente, annichilire l'etica civile.


Diciamo NO a questa barbarie 

5 ottobre 2011

La comunicazione nei soggetti timidi

Quando una persona è timida, lo comunica a prescindere dalla sua volontà. 
Lo fa attraverso la postura, l'espressione del viso, dello sguardo, con l'evitare di guardare in faccia, con il parlare logorroico o con il non parlare affatto, la posizione abituale della testa, gli estenuanti silenzi nelle discussioni, l'incertezza delle proprie azioni, l'esitazione nel prendere decisioni, l'uso della terza persona nel linguaggio quando si vuol svolgere una critica, l'apparente stato di assenza sia quando si è con gli altri, sia quando si è da soli, la tendenza a comportamenti passivi o talvolta aggressivi che danno un'idea di nervosismo, con le tipiche manifestazioni fisiologiche dell'ansia.


Avrai notato che non ho fatto accenno ai contenuti del "dire" ma a quelli del "come", al mondo del comportamento leggibile dagli altri che, riferito alle relazioni umane, è comunicazione. 


Salvador Dalì - L'uomo Invisibile
Il primo assioma della comunicazione elaborato da Watzlawick, afferma che non è possibile non comunicare: qualsiasi cosa faccia una persona, comunica indipendentemente dalla propria volontà. Facci caso, per ogni individuo che incontri o vedi o per ogni sua azione, ti fai un'idea - sia pur schematica e grossolana - della sua persona, anche se non la conosci e se non ci sono stati scambi verbali.


La timidezza si manifesta anche in alcuni contenuti del "dire", questo perché il soggetto timido spesso è privo di adeguati modelli di comunicazione, dovuto fondamentalmente a un mancato apprendimento.


Proprio l'apprendimento di modelli sociali di comunicazione verbale e non verbale, costituisce uno dei fattori basilari che permette a ogni individuo di porsi in relazione con gli altri; senza di essi, è come andare in barca senza remi. 
Si finisce col comunicare fuori da canoni e linguaggi convenzionali e conosciuti dalla collettività, generando una difficoltà di comprensione e d’interscambio. 


L'effetto principale di questa complicazione, è il sentimento d’impotenza che insorge nell'animo del soggetto timido, che provoca un crollo della propria autostima, la manifestazione dell'insicurezza, la tendenza a chiamarsi fuori da diverse forme o luoghi della comunicazione.


Un soggetto timido o un ansioso sociale, non deve fare solo i conti con le proprie carenze comunicative, egli è in continuo confronto-scontro con l'idea che ha di sé stesso, con le convinzioni profonde riguardanti le sue abilità, capacità e potenzialità.


De Chirico - le muse inquietanti
In questo contesto, gli effetti negativi dovuti all'insufficienza funzionale di modelli di comunicazione, si risolvono in un rafforzamento delle convinzioni negative profonde che si ha di sé stessi e degli altri.


Il sentimento di sentirsi incompresi, di far parte di un mondo "altro" e che spesso si fa strada nei pensieri di queste persone, crea una frattura sociale che conduce a un parziale o totale auto isolamento che, anche se involontario è comunque perseguito.


Il sentimento d’impotenza si traduce con l'idea d’incapacità, di nullità, d’insignificanza, con il sentirsi immeritevoli, non amabili, non attraenti, non interessanti, non intelligenti, stupidi, brutti. 
Tutte cose che conducono alla non accettazione, al rifiuto della propria persona, a giudizi ipercritici ora verso sé stessi, ora verso gli altri.


Un insieme di sentimenti e idee che producono l'autocensura quasi sistematica nei propri comportamenti. 


La persona afflitta dalla timidezza ha paura di parlare di sé, di esprimere pareri e idee, di manifestare sentimenti ed emozioni. 
Quest’autocensura non afferisce solo al mondo delle parole, ma anche, e in modo significativo, alla mobilità corporea che si concretizza nella rigidità delle movenze, delle espressioni facciali, di posture raccolte e chiuse verso sé stessi.


Le persone timide, dunque, si auto reprimono. Infatti il comportamento inibito è sicuramente l'esternalizzazione più evidente della propria condizione, spesso confuse col pudore. 
Il problema è che mentre il pudore si riferisce a un concetto etico morale d’intere collettività (a prescindere dalla validità o meno di tale principio), l'inibizione è la reazione emotiva a una condizione mentale del proprio mondo interiore, alla percezione dell'accettabilità della propria persona.

28 settembre 2011

Relazione tra ansia e comportamento

Prima di addentrarmi in questa trattazione, penso sia bene chiarire la differenza tra ansia, comunemente intesa, e ansia sociale. Ho notato che spesso si fa confusione tra queste terminologie.


L'ansia sociale è una categoria che raggruppa una pluralità di forme di disagio sociale e/o di disturbi psicologici; fenomeni che vanno dalla normalità alla patologia. Forme dell'ansia sociale sono, ad esempio, la timidezza, la fobia sociale, il disturbo evitante della personalità, forme intermedie o specifiche di questi disagi e altri fenomeni analoghi.


Savina Lombardo - timorosa emozione
L’ansia è la reazione emotiva e fisiologica a eventi che mettono in allarme l’attività cognitiva. È dunque la risposta a una condizione mentale che prefigura dei rischi. È anche un sintomo che avvisa l'individuo quando accade una situazione che il sistema cognitivo considera pericoloso.


Quando l'ansia si attiva, crea un vortice in cui vengono trascinati i pensieri che vanno in fibrillazione e che conducono a comportamenti condizionati.


In questi casi il comportamento costituisce una reazione liberatoria dall'ansia.


Il soggetto timido, l'ansioso sociale, quando si manifesta l'ansia, avverte il bisogno di uscire da quella condizione viscerale di sofferenza fisiologica ed emotiva che può produrre vere e proprie crisi di panico. 


Gli stessi aspetti fisiologici possono procurare un aggravarsi dello stesso stato ansioso, ciò perché il timido vive queste manifestazioni esternalizzate della propria condizione, come una vera e propria dichiarazione esplicita di debolezza, d’incapacità, di goffaggine, di "imbranatura", d’incompetenza, questo genera in lui un profondo senso di vergogna.


Modigliani - bambina in azzurro
Quando si trova in questa situazione, l'individuo timido ha un'unica motivazione è un unico obiettivo: liberarsi dell'impaccio. In un certo senso è come se tutto il resto, in apparenza, finisse in secondo piano. 
In realtà il turbinio di pensieri e di reazioni emotive finiscono con l'accavallarsi o sovrapporsi, da una parte il sistema cognitivo rivendica il valore delle proprie credenze di base, dall'altra la condizione fisica e umorale fa pressione sull'elaborazione delle scelte decisionali.


Il comportamento diventa, dunque, l'unico strumento capace di azzerare lo stato contingente. 
Da questo punto di vista lo scopo della persona timida o dell'ansioso sociale in generale, che coincide anche con l'obiettivo del sistema cognitivo, è l'eliminazione dell'ansia, e il comportamento - che è deputato a svolgere il ruolo esecutivo delle scelte - è l'elemento conclusivo e risolutivo dell'intero processo di valutazione e di decisione.


Sia il comportamento, sia l'ansia non sono fenomeni pensanti ma, pensato nel primo, e provocato nel secondo. 
Ciò nonostante inducono al pensiero e favoriscono la riproposizione dell'intero schema del processo quando avvengono situazioni con caratteristiche analoghe a quelle vissute, si ripropone cioè quello che in un precedente articolo ho chiamato "il circolo vizioso della timidezza".


L'ansia, dunque, può agire come elemento scatenante, induttivo o decisivo, del processo che conduce al comportamento. 
Visto in quest'ottica, il comportamento di una persona timida, è un effetto del condizionamento emotivo prodotto dall'ansia. Questa relazione non necessariamente è da considerarsi a senso unico, in quanto un comportamento può generare, a sua volta, il fenomeno dell'ansia per effetto delle risposte che vengono dall'esterno, relative alle azioni messe in atto.

20 settembre 2011

L'attività della mente nel cognitivismo

Con il cognitivismo cambia il modo di pensare la mente. Fino agli anni 50 il pensiero psicologico è dominato da due indirizzi di ricerca principali: 


Uno indaga i processi mentali e propone l'esistenza di un’identità interiore (io inconscio) contrapposta a una cosciente, un io inconscio inaccessibile, i cui sistemi funzionali possono essere rintracciabili solo attraverso tecniche come l'interpretazione dei sogni, l'analisi delle libere associazioni d’idee e di lapsus. Si propone quindi una netta separazione tra l'io cosciente ed io inconscio che può solo essere raggiunto con l'intervento di una persona esterna al soggetto da analizzare. L'individuo dunque non è in grado, da solo, di cogliere le istanze provenienti dal proprio mondo interiore. 


Joan Miro - La nascita del mondo
L’altro indirizzo è proiettato verso lo studio del comportamento. In questo tipo di approccio è predominante la tendenza a un’analisi scientifica dei fenomeni, che devono essere misurabili, visibili e ripetibili. Il comportamento è l'unico fattore umano conoscibile e verificabile in modo certo e su cui la sperimentazione produce risultati visibili.


I cognitivisti, indagando sui processi mentali, hanno un approccio diverso nel modo di concepire l'identità e la sua formazione. L'io inconscio non è visto come una funzione contrapposta allo stato cosciente, ma come un insieme interpretativo del mondo reale che lambisce lo stato cosciente e che in talune circostanze o ambiti ne fa parte, si tratta di un insieme interpretativo che, diversamente dalle scuole di pensiero precedenti come la psicoanalisi, è individuabile e modificabile dallo stesso soggetto che lo partorisce. Ciò implica anche un ruolo diverso dello psicologo che non è più chiamato a essere l'interprete unico o privilegiato dei moti interiori della mente.



12 settembre 2011

Assertività: a chi serve

Essendo una struttura logica finalizzata alla gestione efficace dei rapporti interpersonali e una forma etica che ne delinea obiettivi e limiti, l'assertività è utile a tutti.

Per comprendere meglio la sua utilità, basta pensare ai comportamenti più usuali che vengono attuate dalle persone, il comportamento passivo, quello aggressivo e quello manipolativo. Ciascuna di queste forme di comportamento producono ripercussioni negative  su chi le attua, soprattutto nel medio e lungo periodo, l'effetto boomerang colpisce non solo la propria auto considerazione, con le ovvie implicazioni che riguardano il sistema cognitivo, ma anche la qualità dei rapporti con le persone con le quali si è o si entra in relazione.

Miranda Di Massimo - Libertà
L'assertività può essere uno strumento integrativo per chi vuole migliorare le proprie abilità relazionali, correggere alcune peculiarità espressive proprie, per conoscere meglio se stessi. Serve alle persone timide, introverse, ansiose, che hanno difficoltà nel relazionarsi con le persone, a destreggiarsi in varie situazioni, che hanno paura nell’esprimere sentimenti e idee. In ambito psicoterapeutico, questa tecnica è affiancata alla desensibilizzazione sistematica, in modo di superare sia i processi ansiogeni sia quelli comportamentali. Serve alle persone con gravi deficit comportamentali.

Corsi di assertività vengono talvolta svolti anche presso le aziende che tendono a migliorare il rapporto tra i propri operatori e il pubblico. Purtroppo questi corsi non vengono presi abbastanza sul serio sul piano etico e concettuale. 

L’uso “meccanico” delle tecniche assertive non delinea, di per sé, comportamenti assertivi in quanto sono necessarie comprensione, maturazione e condivisione intima dei principi ispiratori della logica assertiva che, come ho già espresso nei precedenti articoli, è una sorta di filosofia del comportamento e del valore individuale nelle relazioni sociali. 

Ma quali sono i vantaggi che si tengono con un comportamento assertivo?

Ebbene, voglio soddisfare subito questa curiosità. Avere un comportamento assertivo significa essere abili in: 

  • Esprimere sentimenti, idee e interessi in modo appropriato e diretto; 
  • Parlare di se stessi senza vergogna o timore; 
  • Salutare le persone in modo amichevole e genuino; 
  • Accettare i complimenti in modo relazionale; 
  • Comunicare con le espressioni del viso, la gestualità, le movenze del corpo; 
  • Esprimere un disaccordo forte o moderato, senza temere le reazioni altrui e con la consapevolezza dei propri diritti d’espressione; 
  • Fare e chiedere chiarezza;
  • Difendere i diritti e la libertà propria, senza subire l’arroganza e la prevaricazione altrui; 
  • Essere perseverante nel manifestare reclami, lamentele, di fronte ai “no” che negano i propri diritti; 
  • Evitare di giustificare ogni opinione e comportamento, quando sono frutto di libere scelte o espressioni personali;
  • Essere e affermare se stessi;
  • Esprimersi in prima persona;
  • Relazionarsi socialmente con rispetto verso la propria dignità e verso i diritti degli altri;
  • Entrare in una conversazione e reggerla;
  • Reagire in modo positivo ed efficace a critiche o a comportamenti manipolativi.


Da un punto di vista pratico,  l'assertività costituisce un insieme di comportamenti verbali e non verbali, per mezzo dei quali l'individuo riesce a trovare soluzioni nella gestione dei rapporti interpersonali

La persona assertiva agisce:

  • Riconoscendo valore alla propria persona pur nella consapevolezza dei propri limiti umani. 
  • Accettando i propri limiti non come espressione di inferiorità o di inabilità, ma come consapevolezza dei naturali confini umani e della relatività di ciascun individuo nell'insieme sociale composito della comunità e della cultura umana.
  • Riconoscendo i diritti altrui e muovendosi nel rispetto delle loro libere espressioni, ma senza farsene condizionare in modo lesivo dei diritti e delle libertà proprie.
  • Interagendo con i propri timori, con pacata razionalizzazione e senza farsene condizionare. 
  • Affrontando le situazioni critiche con comportamenti tesi a razionalizzare i problemi e a cercare soluzioni attuabili sulla base delle capacità proprie e dei mezzi disponibili.


Le persone che sono cresciute in ambienti familiari e/o sociali carenti di modelli di comportamento efficaci, presentano inevitabilmente forti lacune nel modo di vivere e gestire i rapporti interpersonali. Ciò accade perché essi non hanno avuto possibilità di apprendere modalità comportamentali funzionali al mondo delle relazioni sociali. L'assertività costituisce in questi casi un punto di riferimento essenziale per rimediare alle carenze di cui si soffre.