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30 dicembre 2013

Timidezza, ansia sociale e auto sabotaggio

L'auto sabotaggio si verifica in tutti i comportamenti e i pensieri non funzionali al raggiungimento dei nostri obiettivi.
Tutti questi pensieri disfunzionali e i comportamenti conseguenti, al momento, possono apparire logici, oppure come immanenza dell’inevitabilità. 

Spesso il prendere coscienza della disfunzionalità e, quindi, del loro essere auto sabotaggio, avviene a posteriori, quando il dado è tratto e se ne vedono le conseguenze negative. In tali contesti possono susseguire due tipologie di pensieri, ambedue confermanti le credenze negative sottostanti.


George Grosz - Suicide
Una prima tipologia si può manifestare nella spietata autocritica con la sottolineatura delle proprie inadeguatezze, caratterizzate da frasi tipo, “non sono buono a niente”, “non faccio altro che combinare casini”, “ancora una volta un dimostrato quello che sono, una nullità”, “faccio sempre stronzate”. 

Nella seconda tipologia possiamo intravvedere i cosiddetti “pensieri razionalizzanti”, che tendono a giustificare i comportamenti che si sono avuti, in genere di evitamento, e che si verificano sempre a posteriori di una data situazione. 


17 dicembre 2013

Aspetti cognitivi in timidezza e ansia sociale: la lettura del pensiero

È forse la distorsione cognitiva più comune cui ricorrono le persone. Questo fenomeno chiamato “lettura del pensiero”, è in uso a tutti, ma, chi è afflitto da disagi sociali o da disturbi mentali, fa, di questa modalità del pensare, un uso esagerato, in certi casi, drammaticamente spropositato.
Nelle varie forme di ansia sociale, e quindi anche nella timidezza, è una modalità cognitiva che assume, sovente, carattere di sistematicità.

In condizioni normali, la lettura del pensiero assume la forma di una supposizione formulata sulla base di trascorse esperienze dirette e oggettive e, in tanti casi, può anche corrispondere al vero.
Oscar Kokoschka - la visitazione

Il problema nasce, quando si esce fuori, dalla consapevolezza del valore ipotetico della supposizione. L’ipotesi si sostituisce alla certezza e, così, si determina una distorsione nel processo cognitivo di elaborazione del pensiero. Da processo razionale si passa a uno emotivo. Tutti sappiamo bene che l’uomo non ha il potere di leggere nel pensiero altrui. 


9 dicembre 2013

Viaggio alle radici della timidezza: il livello gerarchico di pensieri

parte seconda


La funzione delle credenze di base e intermedie, nasce dalla necessità dell’uomo di dare senso alle cose e alle esperienze, e di organizzarle in modo coerente, in modo da poter essere le più adattive possibili, garantendo così le migliori condizioni di vita.

Perché una credenza di base possa avere seguito e concretizzarsi nei comportamenti, ha bisogno di altri pensieri, capaci di trasferire il significato originario, in una pluralità di modelli cognitivi, capaci di adattarsi ai contesti della vita sociale. Questa funzione è svolta dai pensieri disposti nel secondo livello gerarchico, le credenze intermedie, che pure sfuggono all’attenzione dello stato cosciente dell’individuo.


Paul Delvaux - la scala
La loro, è una funzione sostanzialmente disciplinante, devono determinare le regole del gioco e, al tempo stesso, dovendosi adattare alla variabilità e alle numerose configurazioni degli eventi reali, devono anche interagire in modo variegato. 

Tale diversificazione è assicurata dagli stili del pensiero, infatti, essi si presentano sotto la forma di motti, leitmotiv, precetti, condizionali, doverizzazioni, assunzioni che possono avere carattere perentorio, e/o concettuale. A questi sono poi da aggiungere altre forme di pensiero che determinano le modalità del ragionare. Tra queste ultime troviamo anche le distorsioni cognitive, schemi del ragionare viziati da pulsioni emotive e, in qualche caso, manipolative.

Le credenze intermedie sono suddivisibili in tre aree tematiche: l’accettazione riferita al bisogno della gregarietà, di appartenenza ad ambienti sociali, di legami affettivi; la competenza relativa alle abilità sociali e alle capacità di far fronte agli eventi che investono, in modo diretto o indiretto, l’individuo come soggetto sociale; il controllo come bisogno di verifica, di garanzia, di qualità.

A seconda dell’area tematica e dello stile, le credenze intermedie determinano un insieme normativo orientato a indirizzare le scelte comportamentali.

Posti al terzo livello di questo sistema gerarchico, c’è il grosso dei pensieri emotivi che attraversano, quotidianamente, la mente delle persone. I pensieri automatici sono un po’ la sintesi finale delle credenze di base e intermedie ma, allo stesso tempo, sfuggono o una categorizzazione funzionale vera e propria, così come le abbiamo viste nel caso delle credenze. 

Pur essendo quelli che più frequentemente si presentano a un livello cosciente, sfuggono alla nostra attenzione proprio per la loro automaticità; si pensi, ad esempio, a tutte le volte che mettiamo in funzione il nostro pilota automatico, quando percorriamo le strade abituali della nostra città senza neanche pensarci su. Una cosa del genere avviene con i pensieri automatici. 

Possono anche sfuggirci perché si presentano, nella nostra mente, come immagini mentali, raffigurazioni, sogni ad occhi aperti, rappresentazioni visive. 

In tutte le forme di ansia sociale, e quindi anche nella timidezza, i pensieri automatici si caratterizzano per la negatività delle loro visioni. 
In questi casi sono, perlopiù, orientati verso due direzioni funzionali: la previsione, chiaramente pessimista, e l’attualizzazione negativa delle capacità e abilità personali; mentre nella prima classe esprimono previsioni d’insuccessi, di giudizi negativi altrui, di rifiuti, nella seconda classe sotto accusa sono l’incapacità nel riuscire negli obiettivi.


3 dicembre 2013

Viaggio alle radici della timidezza: il livello gerarchico di pensieri

parte prima

In questa trattazione, mi riferirò all’insieme di pensieri inerenti l’individuo in relazione ai contesti sociali; del sé sociale rispetto a se stesso e agli altri. In breve a quei pensieri che, in modo diretto o indiretto, hanno a che fare con il mondo delle relazioni umane, in tutte le sue manifestazioni. 

L’intero dominio cognitivo è basato sui pensieri, ma non tutti quelli che passano per la nostra mente, sono oggetto della nostra attenzione cosciente. 

Quando parlo di pensiero inconscio, mi riferisco proprio a questa categoria di pensieri. Non che essi non siano reperibili, riconducibili alla nostra attenzione cosciente e/o consapevole; solo non abbiamo appreso il modo di individuarli.

Paul Delvaux - la citta inquieta
Questa difficoltà è data dal fatto che essi si manifestano in modo “subdolo”, tra le righe di altri pensieri, nelle “contorsioni” del nostro linguaggio, sotto forma d’immagini, fantasie visive, si nascondono nel nostro stile di verbalizzare e/o di percepire ciò che si pone alla nostra attenzione. Inoltre, producono altri pensieri collegati e conseguenti, e questi, finiscono col sostituirsi a quelli che li hanno preceduti, non in modo semplicemente formale, ma anche in termini di sensi e di significati.

I pensieri derivati che si sostituiscono a quelli originari, non modificano sensi e significati in modo radicale, tendono piuttosto ad articolarli; così facendo, però, il risultato finale è quello di un pensiero che si spinge ben oltre l’origine, determinando nuove implicazioni anche molto significative e fortemente determinanti.

Studiando queste interazioni tra pensieri, Beck, Ellis e altri, si sono accorti che la mente costruisce un vero e proprio sistema organizzato di pensieri che si dispongono in modo gerarchico

Tale gerarchia è determinata secondo il livello di derivazione degli uni, dagli altri. Non solo. Hanno anche notato che quelli più profondi, più “inconsci”, più lontani dalla nostra attenzione cosciente, sono quelli originari, cioè, che danno origine a un insieme gerarchico di pensieri collegati tra loro in senso logico e/o tematico.

Nel sistema di descrizione e/o definizione del sé, degli altri e del mondo, la gerarchia distingue i pensieri tra le forme che vanno dal carattere generale del loro significato o descrizione, a quello più specifico; dal carattere massimamente sintetizzato a quello più descrittivo.

Le credenze di base sono i pensieri originari, in cima alla scala gerarchica, quelli posti al livello più profondo e più lontani dalla attenzione dello stato cosciente. 

Da ogni credenza, o da un suo raggruppamento “semantico”, discende un insieme di pensieri, collegati da nesso logico, e disposti, gerarchicamente, in modo consequenziale. 

Queste, hanno sensi e significati perentori, generali e assoluti, riferiti all’interezza della categoria cui si riferiscono (se stessi, gli altri, il mondo), sono delle vere e proprie definizioni estremamente sintetiche, tali che, generalmente, si esprimono verbalmente attraverso pochissime parole; ad esempio: “Sono stupido/a”, “sono un fallito/a”, “non sono amabile”, “il mondo è ostile”, “le persone sono menefreghiste”. 
Essendo pensieri originari, sono anche i primi a formarsi.



26 novembre 2013

Ansia sociale e timidezza: il pessimismo

Nelle varie forme di ansia sociale, e quindi anche nella timidezza, il pessimismo esprime sfiducia nella possibilità del raggiungimento dei propri obiettivi. 

Allo stato cosciente, esso è percepito come uno status quo permanente che è tale perché condizionato da ostacoli di natura sociale o personale, considerati insormontabili.
Edvard Munch - ragazza in lacrime

L’idea della non solvibilità della propria condizione sociale o interiore, è sovente chiaramente espressa, non solo nei pensieri automatici negativi, ma anche nelle credenze intermedie che si presentano nelle forme di assunzioni, motti e leitmotiv.

Laddove la timidezza e le altre forme di ansia sociale, si sono sviluppate per effetto del brodo di cultura familiare, tali credenze intermedie, sono riscontrabili anche nei precetti familiari. In tal caso, ci troviamo di fronte a un ambiente sociale che esprime, e trasmette, elementi cognitivi disfunzionali, il che indica, chiaramente, che in tali ambienti vi sono membri che, a loro volta, presentano disagi psicologici e modalità comportamentali anassertive.


19 novembre 2013

Ansia sociale e timidezza: il variegato mondo dei pensieri automatici

Quando un tipo di pensiero diventa abituale, cioè, si ripete in una pluralità di occasioni, comincia a manifestarsi in maniera automatica. 
Per usare una metafora potremmo descriverli come delle routine in un programma per computer: la mente vi ricorre economizzando sul processo elaborativo nella costruzione del pensiero.

Il carattere automatico di tali pensieri fa sì che essi possano svolgersi nella mente in modo molto rapido, tanto da sfuggire facilmente e sistematicamente all’attenzione del nostro stato cosciente.


Fatima Azimova - my abs
La difficoltà di ricordarci o renderci conto del passaggio di un pensiero automatico per la nostra mente, è ulteriormente favorita dal fatto che può presentarsi anche sotto forma d’immagine o di un rapido puro atto di coscienza.

I pensieri automatici si presentano alla mente di tutte le persone, tutti abbiamo queste “routine” che passano per la nostra testa, e tutti abbiamo difficoltà a ricordare di aver avuto questi pensieri, a essere coscienti del loro passaggio. 


13 novembre 2013

Ansia sociale e timidezza: quando non si cerca aiuto

Molte persone timide restano bloccate di fronte a difficoltà e a situazioni di problem-solving, per via dei loro pensieri emotivi. 
Una tale condizione di stallo conduce spesso a comportamenti di rinuncia, di abbandono, di resa e a vivere emozioni negative come la tristezza o lo sconforto.

Jorn Asger - il timido orgoglio
Uno studente delle superiori, evita di porre domande all’insegnante su ciò che non ha capito, e uno studente universitario non se la sente di rivolgersi all’assistente per avere delucidazioni; un altro non osa nemmeno chiedere supporto ai compagni di studio; un impiegato non ha ben compreso cosa fare, ma si tiene ben lontano dal chiedere ulteriori chiarimenti; una persona che non riesce a orientarsi in città, non osa chiedere informazioni ai passanti; in un negozio di strumenti ottici, un individuo ha paura di chiedere spiegazioni sul funzionamento di una macchina fotografica. 

Sono tutti casi di soggetti timidi, di ansiosi sociali in generale, che considerano, in chiave negativa e per varie motivazioni, la possibilità di chiedere aiuto o informazioni ad altre persone.

5 novembre 2013

Quando il timido dice: non servo a niente

La valutazione delle proprie capacità e abilità è un’attività automatica che qualsiasi individuo svolge, ogni volta che è posto dinanzi un compito da svolgere. È un fenomeno che, generalmente, sfugge proprio del tutto all’attenzione e alla coscienza consapevole dell’individuo, infatti, si tratta di un processo cognitivo che si svolge in termini molto rapidi e a un livello mentale piuttosto lontano dallo stato di coscienza. 


Diego Rivera - The Day of the Dead
Anzi, la si potrebbe anche considerare come una sorta di routine del sistema strutturale e/o funzionale dell’attività cognitiva. Ciò perché la mente tende a economizzare quando può fare riferimento a schemi di memoria già costituiti.

Gli elementi di riferimento, da cui il sistema cognitivo raccoglie le informazioni per svolgere la propria attività di elaborazione, sono le credenze di base, che possono essere descritte come definizioni sintetiche del sé, degli altri e del mondo, e le credenze intermedie, che possiamo definire come l’apparato “legislativo” che stabilisce le regole secondo cui conformare il comportamento. 


29 ottobre 2013

Timidezza e ansia sociale: auto commiserazione e vittimismo

Tra le forme cognitive verbali maggiormente usuali, che si possono riscontrare in una persona timida, e che esprime il profondo senso di scoramento e, al tempo stesso, d’impotenza, sono la tendenza all’auto commiserazione e/o al vittimismo.

Bollare questo tipo di comportamento, da parte degli individui timidi o degli ansiosi sociali, come uno sterile piagnisteo o come atteggiamento manipolativo, significa non comprendere appieno la complessa e sofferente condizione psicologica in cui essi versano.


George Grosz - vittima della societa
Auto commiserazione e vittimismo sono due facce di una stessa medaglia. Operano sempre nel dominio del pensare giudicante, in cui il giudizio è riferito ai patimenti emotivi soggettivi dell’ansioso sociale e del timido, ma, mentre la prima è un’introflessione, un giudizio negativo su di sé, la seconda è un’esternalizzazione, un giudizio negativo sugli altri.

Le persone afflitte dalle varie forme di ansia sociale come la timidezza, hanno un profondo senso di vulnerabilità. Esse si sentono particolarmente esposte ai rischi derivanti dal dominio delle relazioni sociali. 

Il rischio non è visto come possibilità del verificarsi di un fenomeno che può essere molto o poco probabile, ma come un pericolo immanente, e la probabilità rasenta la certezza. 


23 ottobre 2013

Timidezza e ansia sociale: pensare in modo possibilista

Timidezza e interpretazione

Timidezza e ansia sociale hanno le loro radici nell’interpretazione degli eventi, delle situazioni, dei comportamenti.

L’attribuzione di causa e di significato, che concorre nel processo interpretativo degli avvenimenti, in quanto attività di pensiero, è una variabile dipendente non solo dalla storia propria esperienziale della persona timida, ma anche e soprattutto, dagli stati emotivi vigenti al momento dell’esperienza da interpretare.

Nel caso degli ansiosi sociali (e dei timidi), anche la storia esperienziale è fortemente caratterizzata dagli stati emotivi, e ciò rende ancora più radicale la loro tendenza a pensare con ragionamento emotivo.


Ma cosa comporta il ragionamento emotivo?


Joan Miro - metamorfosi
Un fattore determinante è senz’altro l’assegnazione del carattere probante a tutto ciò che è di esclusiva pertinenza del dominio personale e, in particolar modo, ai pensieri, alle emozioni, ai sentimenti.

Nel momento in cui queste attività, frutto del dialogo interiore, assumono carattere probante, i dati di fatto, propri della realtà, perdono la loro valenza oggettiva, cioè si verifica una confusione, una commistione nella distinzione tra gli avvenimenti reali e ciò che è mentale. 

Certo, noi sappiamo che il ragionamento emotivo, le attribuzioni di causa e significato, sono il risultato dell’interazione tra gli schemi interpretativi attivati e le dinamiche valutative ed elaborative dell’attività cognitiva. Così come sappiamo anche, che gli stessi schemi interpretativi, sono il risultato dell’interazione tra lo stato emotivo del momento presente e l’esperienza vissuta nello stesso momento.

16 ottobre 2013

Aspetti della timidezza: il senso di colpa

Sinteticamente potremmo dire che il senso di colpa discende dal percepirsi come persona sbagliata in qualche modo o aspetto di sé.

Ma perché ci si sente in colpa? 


Mitch Barrett - voices
Da una parte può discendere dall’idea di aver trasgredito alle regole etiche e comportamentali in uso a un gruppo di riferimento o a un dominio sociale più ampio, oppure a norme che costituiscono o assumono particolare valore per il soggetto stesso. 
Per altro verso da collegare all’idea di aver avuto un comportamento scorretto, lesivo, ingiusto, o inopportuno, nei confronti di altri.

In ogni caso c’è sempre un’idea svalutativa di se stessi, definizioni del sé come soggetti inadeguati. 


In diverse tipologie di situazioni e comportamenti, il senso di colpa segue o prelude la vergogna.

La persona timida, o ansiosa sociale, nel momento in cui si sente in colpa, ha già un background cognitivo centrato su tali pre-giudizi riguardanti se stessa. 


9 ottobre 2013

La circolarità della timidezza e delle altre ansie sociali

La timidezza si auto alimenta e auto perpetua, e ciò è vero per tutte le forme di ansia sociale. 

In questo fenomeno, il tempo, inteso come sequenza di ripetizione di attivazione delle credenze, dei pensieri automatici negativi , dei comportamenti di difesa (evitamento, elusione, fuga, fuga in avanti, estraniazione), dei sintomi d’ansia, costituisce il fattore di radicamento della timidezza stessa.

La timidezza emerge con l’attivazione delle credenze di base disfunzionali, da queste, parte una sequenza di processi, cognitivi e fisici, a cascata. 

Ciascuno dei segmenti di tale processo è causale di quello che segue ma, al tempo stesso, è parte della dinamica che conduce alla sua stessa ripetizione.
Ciò avviene attraverso il fenomeno del rinforzo. 

I comportamenti di affrontamento delle situazioni ansiogene messi in atto, producendo un temporaneo alleviamento, o l’evitamento del rischio paventato attraverso i pensieri predittivi, confermano la validità di tutte le premesse cognitive che hanno dato luogo a quegli stessi comportamenti.


Giorgio Celiberti - uccello nella gabbia
Le credenze di base disfunzionali vengono confermate nel loro valore; i sensi e i significati contenuti nelle assunzioni delle credenze intermedie vengono riaffermate; i pensieri automatici negativi sono rinvigoriti nella loro validità e nella loro automaticità; i comportamenti adottati sono ulteriormente radicati nel loro essere prassi operativa e abitudine.

La ragione di tutto ciò, pur nella sua complessità, è piuttosto semplice, venendo a mancare la possibilità, attraverso l’esperienza sul campo, di poter verificare la validità dei convincimenti interiori e la funzionalità dei comportamenti rispetto agli obiettivi di vita, il sistema cognitivo non è nelle condizioni di invalidare la non oggettività delle informazioni contenute negli schemi cognitivi. 

Pertanto, tutto rimane immutato ma, essendoci stato riconferma della validità delle cognizioni preesistenti, queste si radicalizzano ancora di più come informazioni e modelli di riferimento, irrigidiscono ulteriormente i futuri processi mentali di elaborazione, valutazione, previsione e decisione.

In breve negli ansiosi sociali e quindi anche le persone timide, quando si trovano di fronte a situazioni e contingenze ansiogene, la mente attiva lo schema cognitivo (l’insieme delle credenze, delle assunzioni, delle regole e dei pensieri automatici negativi) collegato al modello situazionale, conseguentemente esse sono pervase dalle emozioni e insorge l’ansia. 

A questo punto subentra uno stato di necessità, che è quello dei annullare le emozioni negative, l’ansia sopraggiunta e ripristinare lo stato di quiete che, ovviamente, è relativo; tale bisogno, che ha carattere impellente, determina la scelta comportamentale che consiste nell’evitamento, nell’elusione, nella fuga, nell’estraniazione o nelle fughe in avanti. 

Il ripristino dell’apparente stato di quiete produce il processo cognitivo conclusivo che tende a essere automatico; la scomparsa dei fattori di sofferenza, dovuto all’attuazione del comportamento di affrontamento, è interpretato come dimostrazione della validità delle credenze di base, delle assunzioni e delle regole contenute nelle credenze intermedie, e dei pensieri automatici negativi. 

Talvolta questo processo cognitivo conclusivo, inizia con pensieri razionalizzanti, la loro funzione è la ricerca delle argomentazioni a sostegno del proprio operato e della giustezza del comportamento che si è posto in essere. 

Anche i pensieri razionalizzanti sono funzionali al fenomeno del rinforzo, proprio perché confermano lo schema cognitivo disfunzionale che si è attivato in concomitanza dell’evento. 

Per concludere si può rappresentare tutta la dinamica fin qui descritta, nello schema che segue.






1 ottobre 2013

Quando l’evitamento della sofferenza diventa disfunzionale

Nella cultura umana è fortemente radicata l’idea che il raggiungimento della felicità sia maggiormente disponibile evitando la sofferenza. Un tale concetto ha una sua validità nella misura in cui l’evitamento della sofferenza non dia luogo a una cognizione dogmatica e a comportamenti, da essa discendente, che determinano una sorta del “non vivere”.

Portata alle sue estreme conseguenze, quest’idea conduce a un'implicita negazione della sofferenza come fattore intrinseco e propria della vita umana. 

Pensare che la vita sia possibile senza patemi è come negare il principio della gravità mentre un elefante sta precipitando sulla nostra testa.

Conseguenza dell’idea d’evitamento della sofferenza è l’assunzione di pensieri e comportamenti di controllo nei confronti delle esperienze. 

Carrie Ann Baade - mare di lacrime
Tali assunzioni, sono talmente considerate desiderabili, che l’attuazione di strategie di controllo attraverso pensieri e comportamenti, orientati all’evitamento della sofferenza, sono apprese e incoraggiate negli ambienti sociali e sono ampiamente divulgate nella letteratura passata e presente, nelle arti visive e persino nelle pratiche farmacologiche.

Possiamo osservare che, nella timidezza e in altre forme di ansia sociale, le strategie di controllo per l’evitamento della sofferenza, trovano applicazione assidua e sistemica.

È una delle ragioni per la quale mi sono sempre dichiarato contrario all’idea di sostenere il pensare positivo sistematico, piuttosto che a un pensare possibilista, funzionale o oggettivo; a un pensare, cioè, che apra a una visione più articolata e duttile nell’interpretazione dei fatti, e a una loro valutazione con una logica in grado di prendere in considerazione la pluralità degli scenari possibili e costruire, così, un paniere diversificato di modelli interpretativi.


25 settembre 2013

La timidezza, l’ansia sociale e le assunzioni

Le assunzioni costituiscono i principi e le norme cui devono ispirarsi i comportamenti e hanno la funzione di adattare questi ultimi alle determinazioni delle credenze di base.

Infatti, le credenze di base, per avere influenza e condizionare le attività umane, necessitano di strutture cognitive che determinano principi e condizioni che, da una parte le giustificano teoricamente ed emotivamente, dall’altra facciano da corollario al processo decisionale. Queste devono avere una parvenza logica, apparire perfettamente funzionali e razionali.

Non a caso le persone afflitte da timidezza o ansia sociale applicano con convinzione le loro assunzioni disfunzionali, queste appaiono loro assolutamente logiche, razionali, assolutamente valide nella loro struttura funzionale.

Le assunzioni possono essere espresse sotto forma di motto, di leitmotiv, di condizionale, di obbligo, di precetto etico o morale, di aforisma, di parola d’ordine, di slogan, modi di dire, talvolta è tradizione familiare, in qualche caso è regola di gruppo; può persino esprimersi in forma immaginativa, d’immagine mentale.

Joan Miro - costellazione risveglio all' alba
Esse prendono parte alla vita di tutti gli individui ma, nel caso degli ansiosi sociali, dei timidi, assumono carattere imperativo, dominante, preminente, valore assoluto. Ciò fa si che le assunzioni, in tali soggetti, sono osservate e applicate in modo pedissequo e sistematico, mentre nella normalità sono copiosamente soggette a essere ignorate o applicate in modo sporadico. 

Il problema sta nella rigidità cognitiva, infatti, le persone timide, ansiose sociali, sono caratterizzate dal fatto che percepiscono gli eventi, le situazioni e i comportamenti, attraverso un limitatissimo repertorio interpretativo, cioè nella loro mente si sviluppa, in modo compiuto, quasi sempre un’unica tesi di lettura, mentre altre ipotesi interpretative sono del tutto ignorate o, nel migliore dei casi, del tutto periferiche.

Questa rigidità è tutta schiacciata verso la presunzione di validità della credenza di base che viene attivata.

Le assunzioni possono essere credenze intermedie o pensieri automatici, ovviamente nel caso del soggetto timido o dell’ansioso sociale in generale, questi ultimi sono in chiave negativa. Il grado del loro radicamento dipende da dove esse vanno a collocarsi. 

Quando le assunzioni coincidono con le credenze intermedie, quindi poste a uno stadio distante dal livello cosciente, sono più fortemente radicate, hanno carattere normativo generale e, in genere, includono strategie di affrontamento o sono diretta espressione delle credenze di base, queste; in questo caso, sono più difficilmente soggette a modificazione in quanto le credenze di base interferiscono marcatamente in tale processo di cambiamento. 

Quando sono pensieri automatici negativi, perciò posti a uno stadio prossimo a quello cosciente, hanno, fondamentalmente, carattere di previsione e si riferiscono a situazioni specifiche.

Per fare un esempio prendiamo il caso di una persona con problemi di accettazione e con una credenza di base che la definisce come non amabile: un’assunzione che è credenza intermedia, potrebbe essere, “esprimere i propri bisogni induce le persone a pensare di essere usate e si allontanano”; un’assunzione che è un pensiero automatico potrebbe essere, “se chiedo a Carla di abbassare il volume dello stereo, lei s’incazzerà”.

Così come le credenze di base, anche le assunzioni e i pensieri automatici negativi, sono idee, non la verità. Pensare che le idee debbano necessariamente coincidere con il vero, significa confondere il pensiero con la realtà, perdere di vista, o non considerarla affatto, la distinzione tra ciò che appartiene al mondo reale e ciò che appartiene al mondo delle idee.

17 settembre 2013

Timidezza e ansia sociale: la commistione tra fatti, pensieri ed emozioni

Già Epitteto, nel primo secolo d.C., affermava che le persone sono turbate dall’interpretazione che danno alle cose, piuttosto che dalle cose stesse. Un concetto ripreso più tardi anche dall’imperatore e filosofo Marco Aurelio.

Cosa contiene di così importante, questa semplice affermazione? 

Che da una parte ci sono i fatti puri, semplici e concreti, dall’altra c’è il nostro modo di intendere quei fatti. 

Noi assegniamo sensi e significati agli eventi, alle situazioni, ai comportamenti altrui e, a questi ultimi, anche le intenzioni. 

Queste attribuzioni di significati, sensi e intenzioni non sono soltanto determinate dalla nostra storia individuale, dalle nostre conoscenze e dalle nostre esperienze; dipendono anche dal nostro stato del momento in termini di umore, emozioni e sentimenti. Variano da persona a persona, ma in uno stesso individuo possono cambiare da momento a momento. 

Bortolossi Walter - cerchio vortice
Le persone che soffrono di ansia sociale, e quindi anche chi è afflitto dalla timidezza, tendono a trasformare le proprie sensazioni, timori, supposizioni, impressioni, le proprie emozioni, in significati e dati oggettivi della realtà esterna. 
Alcuni hanno delle assunzioni che muovono proprio in direzione di una distorsione cognitiva che fa pensare loro cose del tipo: “Se avverto questa sensazione, vuol dire che è vero”, “il fatto che provo ciò, dimostra che è vero”.


10 settembre 2013

Timidezza e corteggiamento, un problema con l’altro sesso

Gran parte degli individui timidi fanno i conti, nel fare o ricevere il corteggiamento, con questo loro tratto caratteriale. Questo problema si verifica, sia quando l’approccio ha, come obiettivo, il presentarsi per determinare il primo momento di contatto, sia nelle fasi in cui bisogna attuare quei comportamenti finalizzati all’essere accettati come partner.

I problemi di base sofferti dalle persone timide, in tali situazioni, sono principalmente quelli dell’accettazione e della competenza

La tipologia dei pensieri automatici negativi e dei comportamenti di affrontamento, variano in funzione del ruolo sociale ricoperto in questa particolare tipologia di relazionamento a due, a seconda delle credenze che sottendono a tali problemi, e in ragione del genere sessuale.


Le credenze di base che, generalmente, si attivano in questi casi, sono quelle negative su di sé. Queste possono essere raggruppate in tre categorie: 
Lawrence Alma Tadema - tra speranza e paura

  • L’inadeguatezza (“non sono all’altezza”, “sono un imbranato/a”, “sono un debole”, “sono un fallito/a”, “sono un perdente”). 
  • La non amabilità (“sono noioso/a”, “non ho niente da offrire”, “non sono un tipo piacevole”, “sono difettoso/a”). 
  • Il non essere degni di valore (“non sono capace di amare”, “sono inutile”, “sono inaccettabile”, “sono cattivo/a”). 


Si noti che mentre nelle prime due categorie, le credenze, esprimono un giudizio di valore, nell’ultima esprimono un giudizio morale, una differenza non da poco.


4 settembre 2013

L’ansioso sociale come osservatore emotivo di se stesso

Nelle forme di ansia sociale, come nella timidezza, si registra un’elevata focalizzazione su se stessi.

Queste auto focalizzazioni, costituenti l’attività preminente che si svolge nel dialogo interiore, si manifestano sia sotto forma d’immagini mentali, sia come immaginazione scenica in movimento, sia nella loro forma verbale.

La ragione principale è probabilmente dovuta al fatto che gli individui timidi, e gli ansiosi sociali in generale, si sentono diversi rispetto agli altri. Una tale percezione di diversità non può che fare riferimento a credenze di base disfunzionali che delineano una definizione di sé come soggetto, a vario grado e titolo, inabile nelle attività di relazione interpersonale, incapace a far fronte con efficacia a eventi e situazioni che possono prefigurare giudizio negativo altrui, essere in una condizione d’inferiorità culturale o sociale, non essere in grado di reggere la competizione, non essere persona amabile, non essere sufficientemente interessante o attraente come persona.

Francesco Clemente - giardino interiore
Il percepire se stessi, negativamente, è, dunque, una caratteristica fondante della condizione di persona timida, nella fobia sociale, nel disturbo evitante della personalità, e in altre forme di ansia sociale.

Una tale percezione negativa del sé, induce gli ansiosi sociali a porsi continuamente in rapporto alle situazioni temute in termini di elevato rischio di fallimento.


26 agosto 2013

Su timidezza e ansia sociale: Quando si vede falsità e ipocrisia intorno a sé - II parte


seconda parte

Quando, in un individuo timido, il timore diventa quasi un’ossessione, qualsiasi cosa dicano o facciano gli altri, egli lo interpreta come indirizzata alla sua persona, e non è percepita in modo generico: gli occhi, le parole e i pensieri degli altri, hanno caratteristiche ben precise, sono sfottò, sono derisioni, sono disprezzi, sono cattiverie.

Nel momento in cui gli ansiosi sociali, i soggetti timidi, assumono queste logiche interpretative, anche i loro comportamenti (ciò che si dice e ciò che si fa) risentono di tale modalità percettiva, determinando un ulteriore distacco tra sé e il mondo sociale.

Gli altri, che certo non hanno il potere di leggere nel pensiero altrui, sono, in un certo senso, incentivati a distanziarsi, a loro volta, da essi. Le persone timide, loro malgrado, si escludono da sole perché sono in balia dei pensieri automatici negativi, che pervadono - sinistre - la loro mente, e delle loro paure. 

Joan Mirò - osservatori 
Pensieri e timori che, oltre a rinforzare le credenze disfunzionali, conducono a comportamenti disadattivi.

Quando gli schemi cognitivi e i comportamenti, così delineatesi, producono i disadattamenti sociali e  conseguenze derivanti, di colpo, gli altri appaiono come individui orientati a fare del male, a godere delle sofferenze altrui. I loro linguaggi e comportamenti, persino se benevoli, sono interpretati come falsità e ipocrisie.

Un aspetto di questa condizione è la deresponsabilizzazione, una sorta di depersonalizzazione delle cause derivanti dal sé. 

La persona timida, non riuscendo a gestire il proprio stato emotivo e a trovare soluzioni efficaci ai personali comportamenti disadattivi, ripone negli altri le sue attese liberatorie, egli si aspetta che gli altri si facciano carico delle sue difficoltà, ritenendo che amici, conoscenti, colleghi, eccetera, lo debbano tenere sempre in considerazione in ogni circostanza e in ogni momento. 

Il problema è che gli altri non hanno né il potere, né la possibilità, di intervenire nella sua mente, nei suoi pensieri disfunzionali, sulle sue paure.

Giacché il suo disagio è di origine cognitiva, alimentato dalle credenze disadattive, dai pensieri automatici negativi, dalle ansie anticipatorie, da comportamenti, che essendo abituali, sono diventate modalità radicate nei propri modi di agire, dagli altri, che tra l’altro hanno una propria vita privata, non potranno mai pervenire le soluzioni che il soggetto timido si attende. 

Gli altri non sono in grado di annichilire le sue problematiche interiori, nemmeno rinunciando alla propria autonomia, alla libera vita privata, agli obiettivi personali.

In taluni casi, la mancanza di soluzioni provenienti dall’esterno, si trasforma in alibi, generato soprattutto da processi cognitivi inconsci, per deresponsabilizzarsi rispetto a quelle che sono le prerogative disfunzionali del proprio mondo interiore.

In un certo senso ciò è anche un rifiuto del sé, la non autoaccettazione che può sfociare persino nell’auto disprezzo e che si determina con una fuga da sé.

Purtroppo, uno dei paradossi della timidezza è che le paure, le ansie, i pensieri disfunzionali, permangono anche quando le previsioni che ne derivano sono sistematicamente smentite dai fatti.

Infatti, può anche accadere che taluni membri del gruppo di riferimento, in una fase iniziale della relazione, possano provare a rendere partecipe, delle attività comuni, il soggetto braccato dall’ansia sociale, ma tale tentativo difficilmente sortisce risultati concreti.
Comunque sia, i mancati inviti, gli evitamenti stavolta attuati dagli altri, l’apparente disinteresse altrui, le critiche, acquisiscono tutti carattere dimostrativo della cattiveria del mondo: il pessimismo globale è servito su un piatto d’argento.

20 agosto 2013

Su timidezza e ansia sociale: Quando si vede falsità e ipocrisia intorno a sé

prima parte

Quando una persona timida è sopraffatta dalla propria condizione, dalla difficoltà di integrarsi nei contesti sociali, subentra il pessimismo.

Non è più solo questione di percepire se stessi come inadeguati a vario titolo, l’intera sfera sociale gli appare come un mondo precluso alla propria persona, una società composta da individui dominati dall’egoismo, dall’insensibilità, negatrice dei sentimenti della solidarietà, della comprensione, dell’accoglienza.

La generalizzazione su quest’idea negativa acquisisce valore quasi assoluto, per cui il mondo degli uomini è, di per sé, inospitale, estromissivo, minaccioso, cattivo. Questa raffigurazione acquista valore di definizione della società umana. 
Benché l’ansioso sociale sia conscio della radicalità di questa sua concezione, non riesce a non pensare in termini così oscuri.

È soprattutto il problema dell’accettazione a essere il terreno di coltura per la formazione di tale percezione del consesso sociale.


Tamara De Lempicka - i rifugiat
Un quadro come questo, si determina quando il soggetto timido vive l’interazione sociale sommerso da una varietà di disagi e dai pressanti timori di essere oggetto dell’osservazione e dei giudizi degli altri.

Ha difficoltà a inserirsi nelle conversazioni, oppresso com’è, dal non sapere cosa dire, dal sentirsi vuoto d’idee, dal percepirsi non all’altezza della situazione o persino inferiore, dall’essere convinto che una sua partecipazione potrebbe rivelarsi inopportuna, fuori luogo, troppo banale, inconsistente, insignificante, noiosa, esempio di stoltezza e stupidità.

Ha difficoltà a rapportarsi agli altri, convinto com’è, di non esserne capace, di non essere meritevole di attenzione, di non essere interessante come persona, di essere troppo goffo per farlo, di non possedere le qualità giuste.

Si sente un pesce fuor d’acqua, fuori contesto, talmente diverso da concepire, o immaginare, se stesso o gli altri, come extraterrestri; pervaso dal timore di essere di troppo, di poter solo arrecare disturbo e fastidio.

Il pensiero di trovarsi al centro dell’attenzione e, pertanto, di essere analizzato, osservato, valutato e giudicato; il percepirsi estremamente vulnerabile e dannatamente trasparente, spingono, le persone timide, a porsi hai confini del gruppo, in disparte come a rinchiudersi in un cantuccio, a declinare gli inviti, a far vita solitaria. 

Questi comportamenti, alla fine, diventano un’abitudine, tanto da delineare il suo carattere, la sua indole, la definizione di se stessi, la sua identità esterna: le credenze disfunzionali vi trovano i loro agiati rinforzi, le loro perentorie conferme di validità.

Più si comportano così, più finiscono con l’auto isolarsi. Si evita, si fugge, si elude, ci si estranea piombando in un coacervo di pensieri che si susseguono rapidamente e indistintamente.

Tutti comportamenti, questi, che hanno il solo scopo di sfuggire al giudizio e agli occhi degli altri. Eppure si sentono ancor di più osservati e sempre più giudicati. 
Tutto ciò che proviene dagli altri, i sorrisi, le paroline, i piccoli gesti, gli sguardi, appaiono puntati su di sé.


12 agosto 2013

Aspetti della timidezza: l’imbarazzo

Mentre la vergogna è un’emozione che esprime la consapevolezza della propria inadeguatezza, presunta o vera che sia, l’imbarazzo è un’emozione che significa un disagio a seguito di un proprio comportamento, attuato sotto gli occhi di altri, e considerato dal soggetto stesso come inaccettabile o inopportuno.

Essendo l’imbarazzo, una funzione collegata ai contesti sociali, esso si manifesta solo e soltanto alla presenza degli altri. Il comportamento può essere percepito come infrazione alle regole solo se esiste un contesto sociale in cui essa si manifesta.

La funzione strutturale dell’imbarazzo, che è un’attività simpatica del sistema nervoso autonomo, è quella di segnalare una trasgressione di norme sociali, indipendentemente se queste siano reali o temute.

Enrico Baj - Adamo ed  Eva
Le persone timide e gli ansiosi sociali in generale, avendo i problemi di base dell’accettazione sociale e/o della competenza, sono caratterizzati da una marcata tendenza alla focalizzazione su se stessi, quindi dirigono spesso l’attenzione sui loro comportamenti in pubblico. 
Questa propensione auto focalizzatrice induce il soggetto timido ad assumere il preminente ruolo di giudice severo, oltre che di osservatore, dei propri comportamenti, pertanto li compara a quelle che egli ritiene siano norme sociali o pensa che gli altri le considerino tali.


6 agosto 2013

I pensieri dell'ansia sociale e della timidezza

Chi ha letto il mio libro “Addio timidezza”, sa già che sia la nostra memoria, sia le nostre elaborazioni dei dati di conoscenza, si manifestano attraverso il pensiero.

Il pensiero non si estrinseca solo nella forma verbale, che sicuramente è la più comune, esso si esprime anche in forma di immagini mentali fisse o dinamiche o in forma di atto di coscienza. 

Qualunque sia la forma in cui si esprime, la sua direttività dipende, in massima parte, dal problema di base che insiste nel soggetto, e cioè l' accettazione, la competenza e il controllo. La sua funzione è, invece, legata sostanzialmente alla gerarchia tra i diversi livelli in cui si colloca il pensiero. Le sue caratteristiche, infine, si determinano in ragione della funzione e della direttività.

I pensieri espressione delle credenze di base, si esprimono in forma sintetica, perentoria, dichiarativa, incondizionata, descrittive delle proprie prerogative, o di quelle degli altri (per esempio, “sono un perdente”, “sono un essere inferiore”, “sono un debole”, “sono stupido”).

Se andiamo ad analizzare i pensieri espressione delle credenze intermedie, vediamo che si esprimono in diverse forme. Ci sono i pensieri regolanti che stabiliscono, cioè, norme e doveri comportamentali, regole cui bisogna attenersi per operare nel rispetto delle credenze di base (ad esempio, “devo essere il migliore”, “devo fare le cose in modo perfetto”, “non devo contraddire il mio capo”, “devo sempre avere il controllo delle cose”). 


Umberto Boccioni - Stato mentale 3
Altra forma, espressione delle credenze intermedie, sono i pensieri condizionali, molto simili per significati contenuti a quelli doverizzanti, hanno però la caratteristica di essere meno sintetici, contengono una condizione e la sua conseguenza, quest’ultima può essere sia riferita all’obiettivo da raggiungere, sia riferita alla non osservazione della condizione preposta. Si tratta di regole da rispettare per evitare che le minacce percepite - di volta in volta - possano tradursi in realtà, per evitare d’incorrere nei giudizi negativi altrui (per esempio, “se non sono amato dagli altri, il mio valore è zero”, “se non faccio le cose come si deve, sono una nullità”, “se non riesco in questo, sono un fallito”). 


30 luglio 2013

Aspetti della timidezza: la condizione immatura

Quando gli schemi cognitivi, alla base della timidezza o altre forme di ansia sociale, si formano prima dell’età adolescenziale, anche se restano latenti, abbiamo a che fare con credenze di base che sono andate a formarsi in età, nelle quali il livello di sviluppo, non è sufficiente a far rendere cosciente il soggetto dei limiti della convinzione che va costruendo; età nelle quali non è possibile cogliere la validità, relatività e contestualità di quelle interpretazioni che accettano e che assumono come proprie.

È il caso della gran parte delle persone timide e degli ansiosi in generale.

Ciò è tanto più vero, quanto minore è l’età del soggetto. Per comprendere meglio il significato di quanto affermato, farò qualche passo indietro per accennare brevemente la fase di sviluppo delle capacità intellettive dell’uomo. 


Max Ernst - due bambini minacciati da un usignolo
Prima dei quattro anni, il bambino è in una fase pre-concettuale, a qualsiasi cosa che giunge alla sua attenzione, egli attribuisce vita animata. Prima dei sette anni, conferisce alle cose proprietà intrinseche e, non avendo ancora sviluppato la capacità di pensare in modo deduttivo e induttivo, a quanto non riesce a dare una spiegazione, gli conferisce significati e sensi in modo emotivo; pertanto, per fare un esempio, se gli si dice che è stupido o che è cattivo, assume tali dichiarazioni come caratteristiche proprie e innate: la sua mente forma credenze di base riguardante il sé che lo definiscono come tale. 

È solo tra i sette e i dieci anni che, il bambino, comincia a categorizzare e a ragionare in astratto, ma ancora non riesce a relativizzare e a contestualizzare in modo compiuto le proprie esperienze.

Il pensiero è, dunque, ancora in una fase di strutturazione, stadio che si completa con l’ingresso nell’età adolescenziale che rappresenta il momento del passaggio alla fase del suo esercizio compiuto.


23 luglio 2013

Quando il timido dice: non sono stato invitato

Il coinvolgimento emotivo tende a investire la persona timida in tutti gli ambiti sociali, negli eventi e nelle situazioni in cui, in qualche modo, sente o ritiene di farne o di doverne far parte.

Quando alla base delle sue disfunzioni cognitive c’è il problema dell’accettazione, il soggetto timido è spinto in una continua verifica del livello di gradimento, di accoglienza e disponibilità da parte dei gruppi sociali e delle persone cui si riferisce. 

Questo continuo verificare per vedere se si è accettati dagli altri, induce l’ansioso sociale a considerare un’ampia varietà di situazioni, eventi e comportamenti altrui come strettamente correlati alla propria persona. Egli non riesce a separare gli eventi sociali da sé. 

L’idea che gli altri abbiano una propria vita privata, costituita da una pluralità di relazioni sociali indipendenti tra loro, che abbiano una propria autonomia, una varietà d’intenti, interessi e obiettivi, è cosa che l’ansioso sociale non annovera tra le ipotesi interpretative degli eventi oggetto del suo indagare.

Joan Miro - La finestra di avviso
In tali situazioni, l’attenzione delle persone timide non è orientata all’oggettività delle situazioni e dei comportamenti altrui, è incentrata su se stessi, sulla relazione tra essi e gli altri, sulla percezione di sé come soggetti immeritevoli di accettazione sociale.

La loro interpretazione degli avvenimenti è caratterizzata da personalizzazione degli stessi, intesa come risposta altrui nei propri confronti. Esse sono condizionate dai loro timori, non si tratta d’interpretazione della realtà oggettiva, ma dell’intendere emotivo del reale.

Il mancato invito a un evento, la scarsa attenzione relazionale proveniente dagli altri, e altre situazioni similari, costituiscono - per le persone timide - una dimostrazione di rifiuto sociale: esse si sentono emarginate, ignorate, considerate di scarso valore, non importanti, non amate.


17 luglio 2013

Aspetti della timidezza: I problemi di accettazione, competenza e controllo – terza parte


Il problema del controllo

Le persone che temono il dominio altrui o di perdere la padronanza di se stessi, in termini di comportamenti o in termini di governo del proprio corpo o della propria mente, hanno il problema del controllo.

Anche in questo caso la formazione di questo problema è, fondamentalmente, di origine ambientale. Le cause possono essere diverse:
Joan Mirò - la scala della fuga

  • Può essere cresciuto in un ambiente in cui le figure di riferimento hanno avuto nei suoi confronti comportamenti incostanti, disattenti, incoerenti, instabili, ambigui.
  • Il soggetto può aver avuto un genitore particolarmente dominante.
  • Può essere cresciuto in un ambiente dove la perdita del controllo costituisce un problema considerevole.
  • Il soggetto può essere cresciuto in un ambiente in cui i genitori o uno di essi erano vittime di alcolismo, tossicodipendenza, di altre patologie socialmente invalidanti.
  • Il soggetto può aver avuto genitori in condizioni di povertà, disoccupazione o comunque in gravi condizioni sociali tali da non aver permesso un rapporto equilibrato con i figli.


Il problema di controllo di “prima istanza” è un aspetto più collegabile ad altre forme di disturbi d’ansia, ma è meno accentuato nelle forme di ansia sociale. 

Infatti, nell’ansia sociale, quella del controllo può essere un problema di “seconda istanza”, derivante dal problema di accettazione o di competenza. In questi casi, la fenomenologia è diversa: la preoccupazione non è tanto il timore di perdere il controllo di sé o di essere dominati, ma è dettata dall’ossessione di non incorrere nei giudizi negativi altrui

Il bisogno di accettazione, nelle persone timide e negli ansiosi sociali in generale, induce a un continuo controllo, sugli altri e su se stessi, per verificare la propria accettabilità ma anche per attuare quei comportamenti finalizzati all’accettazione sociale. 
I timidi che hanno il problema della competenza, sono indotti a forme di controllo orientate a verificare la qualità, le espressioni e i sintomi fisiologici legata ai propri comportamenti sociali, alle proprie performance; infatti, la loro preoccupazione è quella di evitare di lasciar trasparire o di trasmettere un’immagine negativa di sé.

Per una persona timida le gratificazioni e il riconoscimento sociale assumono particolare importanza in quanto testimoniano il livello di accettazione o di valore quotato della propria persona. In tal senso la perdita di controllo del proprio comportamento, di sé, rappresenta - per l’individuo timido - un grave fattore di rischio relativo al giudizio negativo altrui, al rifiuto sociale.

9 luglio 2013

L'apprendimento problematico

Ho più volte scritto articoli sul problema dell'apprendimento di modelli comportamentali e cognitivi dei bambini, e di come l'esempio genitoriale sia essenziale essendo, il loro, la fonte principale da cui attingono informazioni e modelli.
Questo corto è estremamente efficace nell'esprimere la problematica.


                                        

Aspetti della timidezza: I problemi di accettazione, competenza e controllo – seconda parte

Il problema della competenza

Se una credenza di base di un individuo timido o un ansioso sociale in generale, è inerente a un’idea di inferiorità, di incapacità, di inabilità in uno o più campi dell’attività umana, il suo problema principale è quello della  competenza.

L’origine ambientale  di questo problema può scaturire da varie cause: 

  • la più frequente è quella dell’essere messi a confronto con altri membri della famiglia  o con estranei presi come esempi da seguire; 
  • dall’essere più volte etichettati come incapaci, deficienti, cretini o con altre terminologie o frasi del genere; 
  • a una sorta di sentimento di inferiorità generale della famiglia rispetto alle altre, dovute  ad esempio, alle  condizioni sociali, alla religione o all’etnia  di appartenenza; 
  • da carenze oggettive, ripetuti insuccessi o insufficienze in determinate attività; 
  • l’avere avuto poche occasioni di successo o di gestione efficace di situazioni.

Giacomo Balla - il linguaggio interrotto
In una persona timida che vive il problema della competenza, ogni evento, ogni situazione  che attiva credenze di inadeguatezza, genera il timore dell’insuccesso cui si ispirano le sue attività di previsione. 
Il sentirsi incompetente altera sia la percezione del grado di complessità nello svolgimento dell’attività va a valutare, sia la valutazione delle proprie competenze; l’ansioso sociale attribuisce, quindi, un maggiore livello di difficoltà di soluzione del problema e minimizza le proprie capacità. 

Giacché si sente inadeguato, è indotto a ricercare rapporti di dipendenza, ad avere comportamenti passivi, a temere coloro che rivestono ruoli autoritari o che gli appaiono autorevoli. 

I soggetti timidi col problema della competenza tendono a stare sempre in guardia, ad analizzare le reazioni altrui per verificare se sono percepiti come incompetenti, questa modalità scaturisce dal fatto che hanno paura di essere smascherati, cioè che gli altri possano accorgersi dell’inadeguatezza che pensano li caratterizza.