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30 dicembre 2016

Pensiero e immaginazione nelle ansie sociali


L’imagery è l'attività mentale non verbale. In altri termini, è il pensare per immagini mentali, flashback, i sogni a occhi aperti (daydreaming), i sogni, le scene visive che non si svolgono nel momento presente, sensazioni o ricordi di odori o suoni non presenti nella realtà del momento. È anche un’immagine mentale che viene associata ad una percezione sensoriale, ad esempio, sento l’odore di carciofi arrostiti e subentra nella mia mente l’immagine del carciofo arrostito anche se non è fisicamente davanti ai miei occhi.

L’imagery è essa stessa un’attività di pensiero. 

Vi ho più volte fatto riferimento parlando dei pensieri automatici negativi e di come questi si presentino spesso sotto la forma di immagini mentali.

Anche le attività del rimuginìo e della ruminazione sono prevalentemente espresse attraverso l’imagery.

Salvador Dalì - l'arrivo del sogno
Anche durante il pensiero verbale (pensare usando le parole) associamo e vediamo mentalmente immagini rappresentative di ciò che si sta pensando verbalmente.

Dunque, l’imagery ha una funzione centrale nel nostro modo di rappresentare le esperienze. 

È opinione di molti autori che l’imagery abbia un più rapido e facile accesso alle informazioni contenute nella nostra memoria perché più primitiva, cioè, preesistente al linguaggio verbale sviluppato dall’uomo nel corso della sua evoluzione.


19 dicembre 2016

Problemi di autostima


L’autostima esprime il grado di fiducia che si ha nelle proprie capacità e abilità. 

Dunque, essa è uno di quei “sintomi” attraverso cui possiamo accorgerci se abbiamo, a livello cosciente e/o a livello inconscio (causa prevalente), dei convincimenti negativi su noi stessi.

L’autostima può essere anche interpretata come un segnale che ci avverte sullo stato di “salute” del nostro mondo interiore.

Già da quello che ho finora affermato, si evince che l’autostima non è una funzione a sé stante, ma l’espressione e, al tempo stesso, la conseguenza della nostra condizione psichica.

Elisa Anfuso - sogno dunque esisto
Come in tutte le forme di ansia sociale, la timidezza è sempre accompagnata da una bassa autostima oppure dall’illusione di avere una alta autostima (sentimenti di superiorità).

Come già saprai, le ansie sociali esistono quando, nel livello inconscio, nella memoria a lungo termine, si sono formate e radicalizzate convinzioni negative su sé stessi, sovente anche sugli altri. 

Si tratta delle credenze di base che definiscono sinteticamente il sé in merito alle capacità di fronteggiare gli eventi con efficacia, alle abilità nell’interagire socialmente, all’essere o meno interessanti e/o attraenti come persona.

Quando una persona ha, nella propria mente, una credenza che definisce sé stessa in chiave negativa, significa che tutti i suoi ragionamenti, inerenti l’interazione sociale tra sé e gli altri, che tutte le interpretazioni di eventi, situazioni e comportamenti che fa, attingono informazioni basilari proprio da questo “archivio” in cui sono raccolte le conoscenze di base su sé stessi, sugli altri e sul mondo.


12 dicembre 2016

Il timido depresso


Parlare di una forma di “timidezza depressiva” è improprio. Più che altro si tratta della coesistenza di un’ansia sociale come la timidezza con problemi dell’umore come la depressione.

Le ansie sociali sono disagi nell’interazione interpersonale caratterizzate da stati ansiosi e in cui le emozioni sono di breve durata anche se, talvolta, reiterate per mezzo del circolo vizioso innescato da processi cognitivi, la depressione è un disturbo dell’umore, il che implica stati emotivi permanenti.

Bisogna anche fare una distinzione tra umore ed emozione. 

Edward Hopper - senza titolo
L’emozione è una sensazione interiore e fisiologica temporanea (da pochi secondi a qualche minuto al massimo) ed è innata nella specie umana e nel mondo animale; l’umore, invece, è una condizione prolungata di uno stato principalmente emotivo che può durare anche diversi giorni e, nei casi patologici, anche interi mesi. Ma l’umore può essere causato anche da altri fattori.

A volte ci svegliamo la mattina e sentiamo di essere di cattivo o buon umore e non sappiamo neanche perché; a volte, subentra improvviso o in dissolvenza dell’umore precedente.


5 dicembre 2016

Preoccupazione e rimuginìo


Benché possano sembrare l’uno sinonimo dell’altra, la preoccupazione e il rimuginìo hanno caratteristiche ben diverse. 


antony williams - kelly in profile
La preoccupazione è uno stile metacognitivo collegato all’emozione della paura; il rimuginìo, che pure è uno stile metacognitivo, è la reiterazione prolungata di un pensiero, o serie di pensieri, incentrati sulla previsione di effetti futuri, cioè riguarda fatti non ancora accaduti.

Generalmente, gli ansiosi sociali li valutano in modo conflittuale, da una parte, come pratiche utili alla soluzione di un problema, dall’altra come una dannazione da cui non ci si riesce di liberare.

Nella normalità, preoccupazione e rimuginìo sono di breve durata ed effettivamente sono utili per predisporsi verso la soluzione di problemi, invece, nelle ansie sociali, queste sono di durata prolungata e possono ripetersi anche più volte nel corso di uno o più giorni.


28 novembre 2016

Gli altri si accorgono se una persona è timida?


In tutte le forme di ansia sociale si manifesta una intenzione assai diffusa, nascondere il proprio disagio oppure le personali inadeguatezze che si ritiene di avere. Le persone timide non sfuggono a questa tendenza.

Le ragioni per le quali ci si sforza di non apparire in quelle forme negative in cui si teme di corrispondervi muovono in tre direzioni principali:

Antony Williams - Caroline I 

  • L’immagine di sé agli occhi degli altri. Qua entra in gioco il bisogno di appartenenza sociale. Infatti, apparire in chiave negativa potrebbe compromettere il proprio status all’interno di un gruppo o di una comunità.
  • L’esplicitazione di sé, in chiave negativa, agli occhi di sé stessi. Benché l’individuo timido abbia credenze di base che definiscono sé stesso come persona inadeguata, in uno o più ambiti sociali, difficilmente riconosce di avere tali caratteristiche allo stato cosciente. Per lo più, egli si percepisce inadeguato. Le credenze di base, in realtà, tendono a manifestarsi alla coscienza in forma “derivata”, cioè sotto forma di pensieri previsionali automatici, attraverso l’emozione della paura di essere ciò che l’inconscio suggerisce, attraverso il timore dell’insuccesso.
  • La trasgressione rispetto al non corrispondere a valori fondamentali cui si fa riferimento. A tal riguardo, i sentimenti della vergogna e la marcata tendenza ad auto giudicarsi costituiscono degli elementi caratterizzanti.



21 novembre 2016

Timidezza e paura degli altri


La paura degli altri è il tratto distintivo più comune nella timidezza. A dire il vero, di gran parte delle forme di ansia sociale.

Questo timore si coniuga con la paura del giudizio negativo altrui e delle loro possibili reazioni.

Josef Förster – Uomo che vola con i trampoli -
perdita di contatto umano causata dalla malattia
Fondamentalmente, i fattori che incidono nella manifestazione di questa paura sono l’avere una idea negativa di sé e l’incertezza che scaturisce dalla non conoscenza dell’altro.

Ho spesso definito la timidezza come un disagio di natura cognitiva che scaturisce dall’attivazione di credenze negative, per lo più inconsce, sulle proprie qualità personali.

L’idea di un sé inadeguato incide, in maniera determinante, su tutti i processi valutativi e i ragionamenti che riguardano il mondo dell’interazione sociale.

Se Frida considera la propria persona inadeguata, comincia a vedere se stessa in pericolo rispetto a molte cose: temerà di non essere sufficientemente interessante e dunque di essere esclusa dagli altri; penserà che le proprie presunte incapacità non le permetteranno mai di affermare se stessa nei contesti sociali; riterrà sempre a rischio la propria appartenenza sociale; sarà sempre ossessionata dalla preoccupazione che la propria inadeguatezza sia evidente agli altri e, pertanto, si sentirà osservata e giudicata; penserà al proprio futuro come segnato dall’assenza di una vita affettiva.

Quindi si comprenderà quanto sia importante, per una persona timida, non essere giudicata negativamente dagli altri.


15 novembre 2016

Il problema dell’indecisione nella timidezza


Una delle peculiarità delle persone timide è l’indecisione. Nella mente del soggetto ansioso, l’indeterminazione nelle scelte e nelle decisioni, è spesso veicolata dall’idea dell’inopportunità.

La difficoltà nel trasformare una decisione in azione e, spesso, anche nell’attività stessa del decidere, viaggia parallelamente all’insicurezza

Giovanna Fabretti - indecisione
Appare molto evidente il collegamento a un problema di bassa autostima.

Tuttavia, l’indecisione può anche essere legata a una carenza di abilità nel problem solving o essere indotta dalla tendenza a ragionare sulle cose in termini di problema più che in termini di obiettivi o risultati; ciò comporta sicuramente uno stallo nel processo valutativo dovuta alla particolare focalizzazione sul problema.

Diversi sono i tipi di paura riscontrabili nella problematica dell’indecisione. Una diversità, ma anche una compresenza, che si presentano in funzione della tipologia delle credenze di base e degli schemi cognitivi attivati.


7 novembre 2016

Timidezza e bisogno di appartenenza sociale

Tutti sappiamo che l’essere umano è un animale gregario. L’essere parte di un gruppo, di una comunità, di un nucleo ristretto come la famiglia, è vissuto, e sentito, come bisogno primario, come necessità esistenziale. Non a caso l’appartenenza sociale è un fattore fondamentale dell’equilibrio psichico di ogni individuo. Sin dagli albori l’aggregazione ha costituito la forma economica del vivere, favorendo la ripartizione dei compiti.

Jean Michel Basquiat - autoritratto
Ogni individuo è impegnato costantemente, nella propria vita, a essere accettato, benvoluto, rispettato. In funzione di questi obiettivi egli prova a mostrare il meglio di sé, cercando sempre di porre in evidenza le personali qualità positive.

La società umana si è tanto articolata, divenendo sempre più complessa, da sottoporre il livello di socialità a un insieme di modelli culturali e comportamentali che presuppongono il possesso di abilità sociali e la capacità di adattamento.

L’adattabilità sociale dell’uomo è paragonabile, anzi, direi parallela, alla capacità di adattamento delle forme di vita all’ambiente in cui vivono. 

2 novembre 2016

Timidezza: Vergognarsi di stare da soli


La vergogna sussiste, se presuppone una valutazione giudicante. Si attiva nel momento in cui si ritiene, o si percepisce, di aver superato il limite della costumatezza o del contegno dignitoso. 

Edvard Munch - Model by the Wicker Chair
Ha, dunque, a che fare con l’idea della trasgressione di regole, ma queste non sono necessariamente quelle comuni nell’ambiente sociale cui ci si riferisce, infatti, possono essere espressione dell’autoconsapevolezza di essere soggetto sociale, oppure di valori cui il singolo individuo conferisce significativa validità in relazione al proprio essere sociale.

Spesso la vergogna fa riferimento a precetti e motti familiari o di un ristretto gruppo sociale. In questi casi possiamo trovarci di fronte a concetti disfunzionali estesi.

Si comprenderà, da quanto ho enunciato, che la vergogna è una emozione sociale.


26 ottobre 2016

Quando si ha difficoltà a parlare con le persone


La comunicazione costituisce, senz’altro, l’ostacolo principale a una funzionale interazione interpersonale per tutti gli ansiosi sociali. La difficoltà di comunicazione, in effetti, impedisce alle persone timide di costruire relazioni in qualsiasi ambito sociale.

William Kurelek – Il labirinto
Nel descrivere il problema di non riuscire a comunicare con efficacia, le persone timide sembrano non saper uscire da una certa indeterminatezza, tendono a bloccare il proprio pensiero descrittivo alla sola manifestazione esplicita dell’ansietà.

“Non riesco mai ad esprimere ciò che penso”; “non sono in grado di esprimere dei concetti che magari ho ben chiari in mente”; “non riesco ad esprimere i miei sentimenti”; “quando spiego una mia idea, viene fuori un discorso ingarbugliato”; “nella mia testa ho moltissime idee però non riesco a farle uscire fuori dalla mia testa”; “mi inceppo e mi escono parole senza senso quando voglio dire bene qualcosa”; “ci sono molte volte in cui magari parlo proprio male”; “mi capita di saper bene ciò che voglio dire, di fissarlo in mente, ma di non saperlo dire magari con parole adatte”; “faccio fatica a parlare con la gente, quando lo faccio, parlo bisbigliando e spesso non si capisce quello che dico”; “farfuglio parole incomprensibili”.

18 ottobre 2016

Quando si pensa: mi sento inferiore a tutti


La timidezza è spesso segnata da un sentimento di inferiorità verso gli altri. 

Quasi sempre questo sentimento scaturisce dal confronto tra sé stessi e gli altri, tra le abilità che si ritiene di non possedere e quelle efficaci degli altri, tra le presunte incapacità proprie e le capacità altrui, tra gli insuccessi relazionali propri e i successi altrui nell’interazione sociale, tra le personali scene mute e le loquacità degli altri, tra l’assenza di rapporti amicali o di coppia nella propria vita e l’abbondanza di amicizie e amori nella vita degli altri.

Alfred Kubin - adorazione
Il soggetto timido si scontra con la discrepanza tra l’idea desiderata del sé e il sé stesso nella vita reale. Confronta il sé ideale, ciò che aspira o ritiene di dover essere, con gli effetti della sua interazione sociale.

Come si suol dire, l’erba del vicino è sempre più verde. 

Nel momento in cui le persone timide si percepiscono difformi rispetto all’immagine del sé ideale, l’altro diventa un punto di riferimento e confronto. Misurano le proprie qualità in base alle differenze che riscontrano nel continuo confrontare sé stessi agli altri.


11 ottobre 2016

Le diverse facce dell’essere riservati


Considerare la riservatezza un pregio, o un difetto, è un atteggiamento cognitivo poco utile o anche dannoso. In sé, la riservatezza non è né buona né cattiva; il suo essere funzionale o meno, è dipendente dai fattori che la determinano.

La riservatezza può essere un tratto della personalità, un aspetto caratteriale, un comportamento adattivo, un comportamento strategico finalizzato a uno scopo.

Martín Ramírez -la via
Se la consideriamo come tratto della personalità, in buona parte, è di natura istintiva, fa parte dell’indole innata di una persona, di un modo preferenziale di rapportarsi alle esperienze. 
In tale forma la possiamo riconoscere nell’ introversione. Ma si tenga presente che in tal caso essa non implica, in alcun modo, difficoltà relazionali.

Vista come forma adattiva o strategica finalizzata allo scopo, la riservatezza è da considerare un comportamento che non implica abitudinarietà del suo manifestarsi, tende più che altro a essere temporaneo, una modalità operativa dettata dalla contingenza, da particolari condizioni che non si presentano in maniera stabile nel tempo. In letteratura, la riservatezza attrattiva è spesso utilizzata nei personaggi di agenti segreti, di soggetti criminali, di uomini politici; ma è anche riscontrabile in bambini non timidi.


4 ottobre 2016

Aver paura delle persone nella timidezza


Diversamente dall’agorafobia che, sostanzialmente, ha a che fare con il timore di una perdita del controllo di sé, nelle ansie sociali, la paura verso le persone è riferita alla percezione negativa riguardanti le qualità della propria persona.

Se, a livello cosciente, la persona timida avverte l’emozione della paura, ed è pervasa da pensieri e immagini negative in cui è l’altro a determinare le conseguenze finali, nel suo livello inconscio, accade qualcosa di diverso: l’altro, o gli altri, svolgono la stessa funzione di uno specchio. 

Francis Bacon - autoritratto
In un certo senso è come se l’immagine del sé riflessa assume i caratteri della distorsione, della corruzione, del simbolismo, della pre-assunzione. Insomma, uno specchio che riflette una immagine del sé diversa dalla realtà.

Detto in altri termini, l’ansioso sociale teme la sua trasparenza. Si tratterebbe di un sé visibile che farebbe mostra di quelle parti negative del sé che è convinto di avere.

Ora, l’essere umano è un animale gregario, avverte fortemente il bisogno materiale ed esistenziale di essere di un aggregato sociale, di essere accettato e ben voluto. In fondo, questa è la condizione necessaria per una buona vita sociale affettiva e attiva.

28 settembre 2016

L’alessitimìa



Sulle cause dell’alessitimìa, a tutt’oggi, non c’è una spiegazione univoca. Tuttavia, sembra che le cause di questo disturbo siano diverse. Possiamo ipotizzare che possano essere originate da fattori di natura neurologica, e qui ci si riferisce, soprattutto, a un malfunzionamento dell’emisfero cerebrale destro; da eventi traumatici; da cause di natura più propriamente cognitiva e, in questo caso, si può fare riferimento a più fattori, compresa l’alessitimia apparente.

Secondo alcuni studiosi si tratta di una mancanza di abilità di base nel “sentire” le emozioni in quanto tali; per altri riguarda l’incapacità a elaborare, in modo conscio, le esperienze emotive

In questa sede tratterò l’argomento solo nella sua correlazione con la timidezza e le altre forme di ansia sociale.

Margherita Garetti - dis-comunicazione
Di certo si sa che l’alessitimia è caratterizzata da una difficoltà nel descrivere gli stati emotivi e/o nel non avere consapevolezza di essi.

Ciò non significa che l’alessitimico non provi emozioni, solo non riesce a dar loro un nome, a riconoscerne le caratteristiche, a esprimerne una cognizione, a descriverle. 

Più che altro si tratterebbe di una carenza nella capacità interpretativa dell’esperienza emotiva e, di conseguenza, anche di una lacunosa competenza nella valutazione degli affetti.

Sembrerebbe che la persona alessitimica confonde la percezione delle proprie sensazioni corporee con le emozioni; ciò produrrebbe una sorta di stallo cognitivo, essa si troverebbe nell’impossibilità di discernere tra corporeità ed emozione, di costruire una propria cognizione dell’emozione e, quindi, di riconoscere uno stato emotivo.

20 settembre 2016

Il problema di incrociare gli sguardi nella timidezza


Le persone timide temono fortemente di rivelare la propria timidezza, soprattutto quando a questa associano l’idea di debolezza, di incompletezza, di fallimento.

La persona timida non avverte su di sé l’imperfezione dovuta all’essere un umano, ma l’imperfezione che va oltre la normalità, anzi, che delinea la anormalità. 

Talvolta si sente sbagliata, difettosa per nascita; in altri casi, prevale l’idea del fallimento di sé come persona; spesso, si convince di essere incapace di raggiungere gli scopi, di trovare soluzioni congrue, di fronteggiare efficacemente situazioni ed eventi; anche il pensiero di essere inabile alla socialità è da annoverare tra i convincimenti limitanti che caratterizzano la definizione del sé degli individui timidi. Ma il più delle volte, si sentono tutte queste cose messe insieme.


Roberta Cavalleri - white desperation
Nella timidezza, la diversità di sé che si avverte rispetto agli altri, è di quelle che creano un solco ben profondo tra la propria persona e l’ambiente cui si vorrebbe appartenere o all’insieme sociale.

È una diversità sentita come fattore socialmente escludente, isolante, marginalizzante; in pratica, che impedisce di vivere un sentimento di appartenenza e godere dell’accettazione da parte degli altri.

Gli individui timidi travolti da questa auto percezione negativa di sé, che raccoglie l’insieme delle idee di inadeguatezza e di precaria o mancante appartenenza, si sentono nudi, troppo trasparenti agli occhi degli altri, troppo fragili e deboli.


14 settembre 2016

La timidezza e la paura di recare disturbo


Il timore di essere inopportuni è uno di quei dilemmi che conducono le persone timide ad avere comportamenti evitanti.
Questa tipologia di paure crea molte interferenze nella creazione e nel mantenimento delle relazioni interpersonali. 

La sperimentano, quotidianamente, non solo gli individui timidi ma anche quelli afflitti dalle altre forme di ansia sociale come, ad esempio, i sociofobici.

Il timore di disturbare gli altri è, ovviamente, accompagnato anche da pensieri previsionali negativi. Anzi, spesso, tale paura, più che essere una emozione, è un pensiero previsionale camuffato.

Sappiamo che dai pensieri previsionali scaturiscono, poi, le dinamiche cognitive e le scelte che conducono all’ antiscopo.

Le previsioni si manifestano nella forma verbale, e anche attraverso immagini e flash mentali, istantanee che rappresentano la reazione infastidita o irritata degli altri al tentativo di un approccio.

La persona timida, prima di interagire in una situazione verso la quale avverte disagio, si chiede se sia il caso di agire, se sia il momento giusto, se sia opportuna la sua partecipazione, se gli stimoli che vorrebbe apportare siano adeguati alla situazione, o alla cultura e mentalità degli astanti.



Benché l’obiettivo sociale sia l’interazione, egli è preoccupato soprattutto di sé rispetto agli altri e, conseguenzialmente, dal rapporto tra sé e gli altri.

In altre parole focalizza il pensiero su di sé, sulle sue presunte inadeguatezze, sull’essere meritevole di attenzione e accettazione sociale.

Il problema dell’accettazione è senz’altro un punto cruciale. 

L’ansioso sociale, che si pone il problema di essere inopportuno nell’interazione, vive il dolore della non appartenenza, sente di non appartenere ai gruppi o comunità cui aspira a esserne parte, oppure avverte un senso di precarietà dell’appartenenza.

Non si sente accettato e, nel tentativo di trovare spiegazione o soluzione a questa condizione, orienta la propria analisi verso una visione critica del sé.

Vengono alla luce le sue credenze di base limitanti: l’idea dell’essere sbagliati, di non essere interessanti o attraenti come persona, di non essere meritevoli.
I pensieri automatici negativi rappresentano tali credenze delle loro forme derivate.

“Sono una persona noiosa”; “penseranno - questa/o, adesso viene qua ad ammorbarci”; “si sentiranno sicuramente infastiditi”; “alla fine gli procurerò solo una rottura di palle”; “e se sono di disturbo?”; “Gli verrà da pensare - e questo/a, adesso che cavolo vuole?”; “Non sono una persona che ispiro interesse, danno solo fastidio”.

Naturalmente, il timore di essere giudicato negativamente, per il tentativo di interazione che il soggetto timido considera e pre-suppone inadeguato, è una emozione di sottofondo pressoché onnipresente.

Del resto, secondo la logica della persona timida, essere oggetto di un giudizio negativo implica l’esclusione sociale, quindi la non appartenenza, l’emarginazione, la solitudine.

Talvolta, l’idea e la paura di recare disturbo hanno origine in assunzioni e precetti, generalmente, di natura familiare o, comunque, di ambienti anassertivi.

La supposizione dell’inopportunità di un proprio comportamento orientato all’interazione interpersonale, non è considerata una semplice probabilità, una possibilità, essa acquisisce valore di certezza o di probabilità assai prossima all’effettiva realtà.

Si verifica, in pratica, una eccessiva sopravvalutazione del rischio tale da far considerare ogni altra ipotesi, del tutto inconsistente, una improbabilissima probabilità, un inutile esercizio teorico.

Come dicevo inizialmente, l’idea e la paura di recare disturbo ha, come epilogo inevitabile, il comportamento evitante in cui si consuma l’antiscopo.

Ancora una volta il primario timore della sofferenza induce, l’ansioso sociale, alla rinuncia dei propri scopi per perseguire la loro negazione. 

Purtroppo, l’evitamento della sofferenza produce, di per sé, la persistenza di una sofferenza di fondo.

Con spesso ho scritto, il comportamento evitante si configura anche come forma di conferma e rinforzo delle credenze disfunzionali.



6 settembre 2016

La paura di esprimere le proprie debolezze


Le persone timide tentano con sistematicità di nascondere quei tratti caratteriali che, a loro avviso, li rende deboli dinanzi agli altri. 

Si tratta di comportamenti di protezione che si riscontrano in tutte le forme di ansia sociale.

Tuttavia, queste strategie di difesa fanno acqua da tutte le parti. Non solo, gli individui timidi, non riescono a nascondere le loro fragilità ma, sovente, le rendono anche più evidenti.


Salvador Dali - profanazione dello spirito
I comportamenti di protezione, che hanno lo scopo di rendere invisibili le fragilità, non hanno la caratteristica di essere di “omissione”, bensì di “copertura”: attuano comportamenti finalizzati a coprire le presunte debolezze personali e finiscono per essere inefficaci, lasciano trasparire l’esistenza di punti di fragilità. 

È un po’ come quando si tenta di coprire una scritta con la bomboletta su un muro, con una pennellata di tinta che lascia intravvedere quel che c’era sotto, anche se, talvolta, è in forma di alone.

Spesso, questi comportamenti di copertura risultano persino goffi, spiccatamente forzati svisati, camuffati, innaturali.


3 settembre 2016

Sentirsi incapace


Sandra ha la patente da tempo, utilizza l’auto andare all’università, per fare spese nei centri commerciali non lontani dal suo paese, ma quando si tratta di andare in città per altro, va nel panico, pensa di non essere capace di cavarsela nel traffico cittadino.

Ad Alfredo è stato chiesto di contrattare con l’amministratore di una azienda un accordo economico, non ha saputo dire di no al suo superiore, e ora è attanagliato dalla ansia e non fa che pensare: “non sono capace di fare contrattazioni”.

Vassily Kandinsky - intorno al cerchio
Carmine non riesce a integrarsi nel suo nuovo gruppo di amici. Dopo la sua ennesima presenza incolore, senza neanche essere riuscito a dire una sillaba, ha concluso che egli non ha capacità.

Elisabetta ha sempre fatto ogni cosa in compagnia di qualche familiare o buona amica, quando si tratta di fare qualcosa da sola le prende un’ansia pazzesca. È convinta di non saper far nulla.

Sentirsi incapace equivale a essere intimamente convinti di essere tale. Anche la paura di esserlo, corrisponde a tale convinzione.

Ma qua bisogna fare qualche distinzione. 

24 agosto 2016

Sentirsi inferiore


A molte persone timide capita una particolare sensazione di inadeguatezza. In genere lo spiegano con frasi del tipo: “Mi sento inferiore agli altri”, “non sono all’altezza”, “non sono in grado di confrontarmi con gli altri”, “loro sono migliori di me”, “non sto allo stesso livello degli altri”, “lei/lui è superiore a me”, “non sono in grado di competere”, “tutti fanno le cose meglio di me”.

L’idea d’inferiorità si manifesta, fondamentalmente, nel momento in cui l’ansioso sociale si raffronta con gli altri. 

Papetti Alissandro – Rittrato
Misura le proprie performance e i suoi comportamenti avendo, come metro di misura, persone che considera vincenti nel campo d’azione preso in esame. 

Inoltre, a monte, c’è il raffronto tra quel che si vorrebbe essere e fare e la sua realtà comportamentale ed emotiva.

In questi casi, l’individuo timido adotta una logica indagatrice viziata da distorsioni cognitive come, ad esempio, l’astrazione selettiva e l’inferenza arbitraria. 

In pratica, tende ad ignorare del tutto, sia i condizionamenti emotivi cui è sottoposto, sia i fattori contingenti presenti o verificatesi prima e durante l’esperienza, sia le problematicità oggettive insite nella tipologia stessa dell’esperienza.

Questa auto percezione di inferiorità può collegarsi a una credenza di base, in maniera diretta, così come può anche esserne l’espressione di una sottostante; ad esempio, può essere riferita a una idea di difettosità innata, o a una di incapacità acquisita o strutturale, oppure a un’idea di sé come fallita/o.


16 agosto 2016

Disprezzo e disistima di sé nelle ansie sociali


Le persone timide non amano sé stesse, anzi, sono piuttosto cattive nel giudicarsi, nel considerarsi, nel valutare i propri insuccessi. E questo è vero per tutti gli ansiosi sociali, persino per coloro che tendono a scaricare le colpe della propria labile appartenenza sociale sugli altri e la società.

Nella timidezza, difficilmente possiamo riscontrare compassione, conforto, comprensione e accettazione del sé. 
Nelle fobie sociali e nel disturbo evitante della personalità, tali riscontri sono pressoché impossibili.

Voglio qui precisare che mi sto riferendo al giudizio di sé che l’ansioso sociale ha in relazione alla sua vita sociale. Infatti, un ansioso sociale può tranquillamente anche essere un genio delle scienze, sapere di esserlo e valutarsi come tale: il suo problema è con gli altri.


L’ansia sociale esiste soltanto se è riferita all’insieme dei contesti d’interazione che presuppongono il rapporto con gli altri o implicano la possibilità, reale o presunta, di un loro giudizio, diretto o indiretto.

10 agosto 2016

L’attenzione selettiva nelle ansie sociali


Detto in modo sintetico e generale, l’attenzione selettiva è il selezionare solo alcuni stimoli, esterni o interni, ignorandone il resto.

Più in particolare, e in relazione alle ansie sociali, per attenzione selettiva si intende il dirigere e concentrare la propria attività cognitiva su un paniere assai ristretto di elaborazioni, interpretazioni, valutazioni e ipotesi, tali da escludere, o non considerare significativi, tutti gli altri, soprattutto se non compatibili con le proprie credenze di base disfunzionali o con i conseguenti presupposti valutativi abituali automatici.

Luigi Zizzari - attenzione selettiva ansiosa
Si tratta, dunque, di una attività cognitiva che focalizza l’osservazione e la valutazione in un campo di indagine assai circoscritto.

Se nella normalità l’attenzione selettiva è utile nella soluzione di un problema, a un’indagine conoscitiva specialistica, per ottenere buone performance, nelle ansie sociali, una tale limitazione di campo, sfocia nelle astrazioni selettive, in inferenze arbitrarie, in generalizzazioni esasperate, in ragionamenti dicotomici e in altre distorsioni cognitive.


4 agosto 2016

L’apatia nelle ansie sociali


Molte persone afflitte da forme di ansia sociale appaiono prive di interessi. Anche nella timidezza è possibile riscontrare questo aspetto. Benché ciò non sia un fenomeno rintracciabile in tutti gli ansiosi sociali, risulta essere un aspetto piuttosto diffuso.

A voler essere sintetici, l’apatia sembra essere lo sfinimento mentale risultante dal continuo esercizio dell’attenzione selettiva incentrata, fondamentalmente, sull’idea di un sé inadeguato.

Ma come accade che una persona sia risucchiata in questa condizione di astinenza?

Nella maggior parte dei casi, c’è il concorso di più fattori concatenati.

Salvador Dali - il sonno
L’attenzione selettiva, cui accennavo, toglie risorse ed energie ad altre attività elaborative, e già questo, favorisce una seria difficoltà di concentrazione in altre direzioni.

Sappiamo che nelle ansie sociali i processi mentali sono dominati da credenze disfunzionali sul sé e dagli schemi cognitivi che si sono formate intorno ad esse.

Partendo da questi presupposti, nel dialogo interiore e nel rapporto con le proprie esperienze interne, l’attenzione selettiva induce la mente a disporre il pensiero alla negatività.

28 luglio 2016

Senso d’inadeguatezza e procrastinazione nella timidezza



La procrastinazione è un comportamento molto diffuso nell’umanità. Per tantissimi individui costituisce anche un problema quando diventa un tratto abituale del comportamento. In questi casi si può parlare di procrastinazione patologica.

I fattori che sottendono alla procrastinazione sono vari e, spesso, sono in relazione alla natura dell’oggetto procrastinato. 

Si può rinviare ciò che non ci piace fare, o che viene richiesto da altri, o che prefigura un impegno che non ci sentiamo di assumere, o perché non rientra nei nostri interessi, a volte perché prefigura un obbligo o una pretesa, in certe occasioni perché le nostre preferenze sono orientate in altre direzioni, quasi sempre, perché non siamo motivati, e in altri casi, quando le motivazioni sono antagoniste.

Roberta Cavalleri - sprecato
Nelle ansie sociali, entrano in gioco anche le credenze disfunzionali del sé.

In più occasioni, ho descritto la timidezza come una forma di disagio sociale di natura cognitiva cui sottendono credenze negative sul sé inerenti idee di inadeguatezza specifiche o generalizzate.

Sappiamo che quando delle credenze di base riguardano la definizione del sé come soggetto inabile all’interazione sociale o incapace a far fronte con efficacia a eventi situazioni e comportamenti, tutti i processi cognitivi che ne conseguono tendono a conclusioni previsionali negative.

“Non mi riesce, non ce la faccio”, “farò un disastro”, “è troppo difficile per me”, “non sono neanche da dove cominciare”, “non potrà funzionare”, “non posso farcela”, “non sono abbastanza intelligente”, “ho sempre fallito”, “deluderò tutti”, “farò una gran brutta figura”, “non sono preparato/a”, “sono già che fallirò”.

19 luglio 2016

Differenza tra timidezza e introversione



È molto comune considerare i termini “introversione” e “timidezza” come se fossero sinonimi. In realtà, introversione e timidezza sono radicalmente diverse per qualità, tipologia, origine, natura, dominio.

Questa confusione è generata dal fatto che hanno in comune alcuni tratti comportamentali: in verità, la somiglianza (o equivalenza) dei comportamenti di persone introverse e timide, sono del tutto apparenti: essi infatti, differiscono nella sostanza sia nelle ragioni del loro manifestarsi, sia nel dominio cui afferiscono.

Lucia Schettino - Non è mai ciò che sembra
Le parole “introversion” ed “extroversion” furono coniate, per la prima volta, da Gustav Jung autore del celebre saggio “I tipi psicologici”. 

Egli distingueva due diversi modi d’essere, indole innate, con cui l’essere umano si rapporta alle esperienze. 

Nell’individuare questi modi di rapportarsi alla realtà, Jung non poneva alcuna correlazione con patologie o disagi psichici.

Jung sosteneva che l’essere umano rivolge la propria attenzione, nei confronti della realtà e degli stimoli che gli pervengono, in due diversi modi: verso il mondo esterno o verso quello interiore: le modalità estroversa e introversa.


13 luglio 2016

La difficoltà nel manifestare i sentimenti nelle ansie sociali


Uno degli aspetti più complessi che possiamo riscontrare nelle persone afflitte da forme di ansia sociale come, ad esempio, la timidezza o la sociofobia, è l’arenamento nella manifestazione dei sentimenti e delle emozioni.

La complessità di questa problematica è data dal fatto che all’origine possono esservi diversi fattori causali e, spesso, coesistenti.

Così tra le causali, possiamo intravvedere:


Alessio Serpetti - il silenzio dell'anima
  • L’essere cresciuti, e vissuto, in ambienti anassertivi in cui vi è carenza o assenza di comportamenti espressivi delle emozioni, il che genera un problema di mancato o inadeguato apprendimento. In questo caso, l’ anassertività produce l’impossibilità, per un infante o un bambino, di apprendere modelli comportamentali di manifestazione di emozioni e sentimenti, ciò perché vengono a mancare esempi di riferimento.
  • L’essere cresciuti, e vissuto, in ambienti in cui la repressione della manifestazione emotiva è caldeggiata fino a essere un precetto, espressione di forma culturale e morale del nucleo familiare. In questi casi l’espressione emotiva è considerata socialmente inadeguata, inopportuna, segno di debolezza (considerata a sua volta in chiave fortemente negativa). Questo tipo di cultura è parecchio diffusa e, nei secoli trascorsi, è stata considerata come tratto distintivo di valore.