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22 marzo 2018

Quel “sono asociale” nella timidezza


Quando una persona timida si definisce “asociale”, in realtà, descrive una condizione di solitudine e ci racconta di una sofferenza che nasce dal conflitto tra paura di soffrire per l’insuccesso sociale e il forte desiderio di appartenenza.

Affermare che una persona timida che assume, come stile di vita, il ritiro sociale sia un asociale è da considerare una forzatura.
Fabio Selvatici - vuoto

Per definizione, un soggetto asociale è colui che è totalmente disinteressato agli interessi, ai sentimenti e alla vita sociale degli altri ed è anche sinceramente disinteressato a mantenere relazioni interpersonali.

Nel caso delle persone timide, ma anche di tutte coloro che sono afflitte da altre forme di ansia sociale, il ritiro sociale è da considerarsi una condizione del disagio e della sofferenza interiore nel vivere la socialità.


I soggetti timidi aspirano profondamente ad avere una soddisfacente vita sociale e a tessere efficaci rapporti interpersonali. Il loro problema è che non riescono a perseguire questo che considerano un importante obiettivo.

Quando un individuo timido si definisce asociale, lo fa con sofferenza, con profonda amarezza, ma anche con rabbia verso sé stesso; molto spesso, ha il sapore di una triste rassegnazione, quasi come se esistesse davvero il destino e il suo è pieno di spine.

L’autocritica svolta da una persona timida, o con altre forme di ansia sociale, tende a essere un giudizio impietoso, privo di compassione del sé e/o di amore per sé stessa. 

Questi auto-giudizi negativi confermano la validità delle credenze negative sul sé, o sugli altri, e le rafforzano. La conseguenza è che valuta le esperienze sociali a venire in chiave fallimentare, catastrofico, rovinosa, comunque, dannosa per sé.

Si tratta di valutazioni che si esplicano soprattutto attraverso il pensiero previsionale che finisce col diventare una valutazione che annichilisce il computo probabilistico delle possibilità, a favore della tesi esiziali vissute come certezze, anche attraverso l’emotività del pensare.

Naturalmente, se la previsione del futuro prossimo o remoto si presenta a tinte fosche, la scelta del comportamento da adottare si riduce alle sole ipotesi riguardanti le forme di evitamento: evasione, estraniazione, allontanamento, scene mute, distrazione, appartarsi, lo stesso evitamento, fare vita ritirata, restarsene a casa, rifiutare o rinunciare a situazioni di frequentazione.

Quando, nel tempo, questi comportamenti evitanti si sono manifestati in modo tanto reiterati da diventare abituali, acquisiscono un tratto caratteriale che denotano, non una cultura dell’isolamento da rottura, quanto la convinzione della vacuità di ogni tentativo nel provare di costruire relazioni interpersonali funzionali.

Il soggetto timido che ha adottato il ritiro sociale come stile di vita, è convinto che i suoi sforzi di appartenenza sociale siano destinati, inevitabilmente, al fallimento.

Egli smette di provarci poiché considera i propri tentativi soltanto un modo per continuare a soffrire. 

Ancora una volta, il tema della paura della sofferenza si presenta in tutta la sua pervasività nel pensiero emotivo del soggetto ansioso.

Egli non è antisociale, ma non sociale, è in fuga dal sociale perché teme che la socialità gli comporti sofferenza.

Come ho più volte espresso in altri articoli, il tema della sofferenza è vissuta soprattutto in chiave previsionale. Non si tratta di una sofferenza in atto, posta nel presente, ma di una sofferenza che si prevede debba sopraggiungere: la sofferenza si esprime solo come idea.

In tal caso, l’idea descrive una condizione che raggiunge una intensità irreale, qua l’immaginazione amplifica in maniera notevole la percezione della sofferenza; questa è sentita come qualcosa che non si è in grado di poter sopportare, è tale da non poterla reggere.

Quindi la non socialità si coniuga strettamente con la paura della sofferenza. 

In ciò, la timidezza si configura come condizione che induce al perseguimento dell’antiscopo a danno dello scopo di vita, al dolore della non appartenenza.




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