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24 aprile 2018

Timidezza e solitudine


Timidezza e solitudine viaggiano spesso a braccetto perché entra in gioco la difficoltà nel relazionarsi agli altri.

Tuttavia, benché la persona timida sia cosciente di tale problematicità, nel suo tentativo di interpretare, e comprendere, cause e dinamiche di tale vicissitudine, indirizza la propria attenzione valutativa in direzioni errate.

Giorgio De Chirico -  la solitudine
Più che le cause, a essere oggetto delle proprie osservazioni sono, generalmente, gli effetti, le conseguenze, aspetti esteriori che, per la loro visibilità, immediatezza e risvolti negativi pratici nella vita reale, appaiono come fattori centrali.

Ad esempio, sotto la lente d’ingrandimento finiscono elementi e/o fattori di vario tipo come il corpo, l’impaccio nei movimenti o nel parlare, ma anche oggetti del pensiero che scaturiscono dalla tendenza abituale a distorsioni logiche del ragionamento come le inferenze arbitrarie e le astrazioni selettive.


11 aprile 2018

La timidezza e il percepirsi invisibile



“Il mondo è una nostra rappresentazione”, affermava Schopenhauer, e non aveva tutti i torti, ma più chiaro lo è Epitteto, filosofo contemporaneo di Tacito, nell’affermare che: “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma l’idea che gli uomini formulano sui fatti”.

Umberto Boccioni - Stato mentale 3
La percezione dell’essere invisibili più che una condizione, è uno stato mentale.

Ma perché una persona timida, o fobica sociale, descrive le proprie difficoltà nell’interazione con gli altri utilizzando la metafora dell’invisibilità?

Perché la conoscenza implicita[1] di sé, e di sé-con gli altri, non riesce a tradursi, compiutamente, in una conoscenza esplicita che sia memoria di emotività regolate funzionalmente: i traumi, il dolore, le sofferenze, le percezioni dell’altro (soprattutto le figure di attaccamento) non sono state superate e hanno lasciato sul terreno una memoria esplicita che definisce negativamente il sé e/o gli altri.

3 aprile 2018

Il bisogno di certezze nelle ansie sociali


Per le persone timide l’incertezza è come la peste. 

Per una mente che ha strutturato e radicato schemi cognitivi rigidi, un assai ristretto ventaglio valutativo di pensieri previsionali e lo stesso riguarda per i propri modelli interpretativi di comportamenti, situazioni ed eventi relazionali, l’incertezza rappresenta l’impossibilità di stabilire se una esperienza o da una esperienza possa scaturire un esito positivo o il raggiungimento di uno scopo.

Carlo di fronte ad Angela con l’alternarsi dei suoi comportamenti ora allusivi, ora invitanti, ora respingenti, ora accoglienti, ora negazionisti, va in crisi. Non sa se la donna che ama è interessata a lui oppure no. Di conseguenza non sa come comportarsi, teme dannatamente il rifiuto di lei, di apparire inopportuno, di non essere abbastanza per lei: “ah! Se Angela venisse da me e mi dicesse ti amo”. Preferirebbe la dichiarazione d'amore esplicita di lei, quella sì, che sarebbe una certezza.

Ingrid desidera tanto a far parte di un gruppo di persone. Vede alla scioltezza dei comportamenti e dei linguaggi di quelle persone, sembrano troppo per lei, non riesce a interagire e ogni volta che pensa di farlo si blocca. Teme di essere inferiore a essi, di apparire stupida, di non essere bene accetta: “se fossi sveglia come loro”. Se fosse sveglia come loro non sarebbe corrosa dai dubbi, dalle paure, dall'incertezza dei risultati.

Daniel Robinson - paura nera
Nel momento in cui le paure paventano incapacità di fronteggiamento, inabilità nell’interazione sociale, la non amabilità come persona, la minorità intellettuale, la difettosità fisica, l’io sociale del soggetto timido avverte pesantemente il pericolo della non appartenenza.