4 maggio 2018

Quando la persona timida dice “non mi accetto”



“Mi faccio schifo”, “mi faccio pena”, “sono orrenda/0”, “non mi accetto”, “ma dove può presentarsi uno/a come me?”, “ma come posso permettermi di…?”, “ma dove posso andare, così come sono?”, “mi faccio ribrezzo”, “sono una merda”.

Sono solo alcuni dei modi con cui una persona timida esprime la non accettazione di sé. Ma, talvolta, lo si fa attraverso il comportamento fisico, assumendo atteggiamenti che costringono gli altri ad allontanarsi, a isolarlo, a respingerlo o a giudicarlo negativamente, come per dire pubblicamente, per auto umiliarsi o auto punirsi, “guardate quanto faccio schifo!”.

Loic Allemand - n.t.
Possiamo dire sinteticamente che la non accettazione di sé deriva dalla discrepanza tra il sé percepito e il sé ideale.

Una delle cause di questa condizione è la mancata consapevolezza della disfunzionalità in parte del sistema cognitivo, cioè, riguarda un insieme di cognizioni “apprese” e memorizzate non in sintonia con la conoscenza implicita[1] di sé e di sé-con gli altri. È una mancanza di sintonia che la persona timida avverte come un “non essere come si dovrebbe” e che spesso ritroviamo in quel “non riesco ad essere me stesso/a”.


Infatti, quando conoscenza implicita ed esplicita non sono in linea nei significati, si genera un conflitto. Da una parte le conoscenze proprie della specie che operano secondo modelli prestabiliti, dall’altra le conoscenze acquisite, per mezzo dell’interazione umana, in condizioni in cui le regolazioni delle emozioni non riescono a dispiegarsi in modo compiuto e, pertanto, condizionano la formulazione delle cognizioni.

Va anche considerato il fatto che quanto perviene allo stato di coscienza attraverso il tentativo di comprensione della condizione personale è, generalmente, tutto incentrato su elementi visibili ed esteriori e sugli effetti che producono i fatti e le emozioni sulla propria persona. Tra questi, sicuramente, è il reiterato insuccesso nell’interazione interpersonale.

Il persistere degli insuccessi nella propria esperienza di vita va ad alimentare la convinzione di validità di quelle formulazioni cognitive formatesi su base emotiva e non sull’oggettività dell’esperienza.

Dato che queste credenze disfunzionali sul sé, sono di segno negativo, la valutazione sugli insuccessi si trasformano in giudizi negativi sul sé.

Dunque, la propria persona viene vista come causa, come depositaria di prerogative negative e, in quanto soggetto operante, colpevole.

Il soggetto timido che non riesce ad accettarsi giudica e valuta i risultati solo sulla base delle pre-congetture sul sé, ma non va ad analizzare i vari fattori che li hanno prodotti, le condizioni contingenti, i mezzi disponibili, gli stati emotivi, l’ambiente, eccetera.

Avendo rafforzato le credenze negative sul sé, queste gli appaiono ancor più inaccettabili, soprattutto se confrontate con l’idea desiderata del sé e con l’idea socialmente veicolata del sé.





[1] La conoscenza implicita è memoria innata. È tacita, procedurale e, essendo a base genetica, non utilizza il linguaggio verbale. L’abbiamo in comune col mondo animale e fa sì che, a esempio, l’antilope appena nata sa che deve fuggire se vede un leone. La conoscenza o memoria implicita è “precosciente”, cioè non comporta la necessità dell’attività di elaborazione del pensiero. Si differenzia dalla conoscenza esplicita che, al contrario, si fonda sul linguaggio verbale, quindi, è dichiarativa e necessita dello stato di coscienza (ma non necessariamente attivo) e, perciò, presuppone il senso di sé e degli altri.





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