11 giugno 2018

La timidezza e il non sentirsi degni di attenzione



La svalutazione del proprio valore come persona, o delle qualità personali in termini di capacità, abilità, attraibilità, sono alla base della bassa autostima che hanno come conseguenza il giudizio negativo di sé che conduce a una percezione di indegnità.

Angela Vecchio - Lacrime gialle
Il non sentirsi degni di attenzione, quindi, è una percezione condizionata dall’interazione tra descrizione negativa del sé, i suoi effetti nel relazionamento sociale e il giudizio di sé.

Nella timidezza questi tre fattori che ho appena descritto possono essere considerati sia in una disposizione sequenziale, sia all’interno di un fenomeno circolare.

È chiaro che se si ha una percezione negativa delle proprie qualità, i comportamenti che ne conseguono non possono non essere condizionati, e significativamente, dall’idea che si ha di sé. Di conseguenza tali comportamenti finiscono con l’essere “marchiati” dalle tendenze a rifuggire da sofferenze conseguenti a ipotetici fallimenti, oppure dalla “predazione” da parte dell’inibizione ansiogena.

Giacché la persona timida tende a valutare le cause dei propri insuccessi come risultato delle presunte qualità negative personali, a finire sotto accusa è essa stessa come persona.

L’evoluzione, nell’homo sapiens, dei processi emotivi, con l’espansione cerebrale alla neocorteccia, con la formazione della coscienza e la capacità di produrre pensiero astratto, ha fatto sì che emotività e razionalità potessero interagire dando vita all’uso del giudizio. 

Questo, infatti, è espressione di un processo di elaborazione mentale che va oltre la valutazione oggettiva e materiale della realtà, fino a diventare valutazione di qualità o di valore etico o morale. 

A questa caratteristica affascinante della specie umana corrisponde, purtroppo, anche un rovescio della medaglia.

Quando l’uso del giudizio è il risultato di un processo di valutazione che ha attinto, in memoria, informazioni non corrispondenti alla realtà oggettiva, si verificano implicazioni ed effetti, mentali e comportamentali, non funzionali al raggiungimento degli obiettivi che l’uomo stesso si pone. 

Disfunzionalità che possono comportare danni anche significativi.

Quando la persona timida non si sente degna di attenzione, ha espresso un giudizio negativo su sé stessa che ha come implicazione fenomeni quali: il comportamento evitante, il ritiro sociale, il mancato esercizio o apprendimento di abilità sociali, le fughe in avanti condizionate, assai negativamente, dall’inibizione ansiogena, la perpetuazione dei processi circolari della timidezza stessa, la conferma e il rinforzo di costrutti cognitivi disfunzionali.

In sintesi, il non ritenersi degni di attenzione può fare riferimento a un giudizio di qualità e/o a un giudizio di valore.

Se si tratta di un giudizio di qualità possono entrare in gioco un sentimento di inferiorità o di difettosità, in tal caso, il soggetto timido non si sente degno in quanto non corrispondenti ai requisiti minimi materiali (assenza di potenzialità) che considera necessari per far parte di un mondo di normalità.

Nel caso il giudizio è di valore, oltre ai requisiti minimi materiali poc’anzi indicati, il non sentirsi degno fa riferimento anche a un insieme di valori che considera socialmente necessari per poter aspirare all’appartenenza sociale.

Quando parliamo di valori socialmente necessari, ci stiamo riferendo ai valori propri che l’ansioso sociale ha formulato dentro di sé. Ciò significa che non necessariamente tali valori siano realmente corrispondenti a quelli collettivi del gruppo sociale cui si aspira. Piuttosto, si tratta dei valori cui la persona timida conferisce importanza primaria per sé.



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