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9 agosto 2018

Quando la metacognizione diventa una trappola per la persona timida


“Non faccio che pensare e ripensare a quel momento, come ho potuto agire così?”; “vorrei aumentare la mia autostima, ma credo che il modo migliore sia trovare la causa”; “quando sono con gli altri, non faccio altro che rimuginare su come io mi stia comportando, se mi sto comportando bene”; ” In mezzo agli altri mi chiedo sempre se alle persone presenti interessa davvero che io ci sia”; “Sbaglio dopo sbaglio cercare di capire perché sono così sbagliata/o, cosa c'è di così sbagliato in me”.

Esempi di processi metacognitivi in atto che, come puoi aver compreso, sono un’attività di pensiero. 


I metapensieri ineriscono alle sensazioni interne, agli stessi nostri pensieri, preoccupazioni che abbiamo, alle paure che proviamo, ai comportamenti verbali e non verbali che abbiamo posto in essere o a quelli che potrebbero verificarsi. In pratica un metapensiero medita su ciò che produce la nostra mente sia in termini cognitivi che comportamentali.

La metacognizione è, dunque, una capacità frutto del più affascinante aspetto dell’evoluzione della nostra specie e, in particolare, della neocorteccia del nostro cervello.

Essa ci permette di valutare i nostri proponimenti, di elaborare piani cognitivi articolati anche con pensiero astratto e piani comportamentali, sulla base delle nostre esperienze.


La metacognizione si esprime attraverso varie forme di pensiero, ciascuna delle quali caratterizzata da caratteristiche proprie che ne definiscono lo stile.

I due stili principali si caratterizzano per l’arco temporale di riferimento. Infatti, il rimuginìo si concentra sul presente e sul futuro, mentre la ruminazione guarda esclusivamente al passato.

Tuttavia la metacognizione può anche essere un “atteggiamento” mentale come, ad esempio, la preoccupazione.

Queste tre particolari forme metacognitive costituiscono anche il tallone d’Achille per chiunque sia preda di forme di ansia sociale, compresa la timidezza.

Diventano dannose quando si verificano alcuni fattori concomitanti:


  • quando si prolungano nel tempo;
  • quando diventano pervasive e/o distintive del tratto caratteriale;
  • quando sono considerate positive, cioè, ritenute attività utili e necessarie per la soluzione dei problemi e che vadano protratte nel tempo indefinitamente, cioè, fino a soluzione del problema (che però non sovviene mai);
  • quando sono considerate negative in quanto ci si ritiene incapace di controllarle e gestirle (non si riesce a smettere di ruminare, di rimuginare o di preoccuparsi).

Faccio notare che il tema dell’incontrollabilità di queste attività mentali è esso stesso un’attività metacognitiva che induce proprio al ricorso alla ruminazione, alla preoccupazione o al rimuginìo.

Sia che si abbia una considerazione positiva della metacognizione, sia che se ne abbia una negativa, si verifica una sorta di “dipendenza” da tali stili di pensiero. 

In molti casi, nell’ansioso sociale sono presenti sia la visione positiva che quella negativa che pongono, il soggetto, in una condizione di circolarità mentale che aumenta notevolmente il senso di impotenza nel controllo di queste attività.

Quando una di queste attività metacognitive sono divenute un tratto caratteriale, siamo di fronte a stili cognitivi che hanno acquisito carattere di automaticità. 

In pratica si può rimuginare o ruminare senza neanche rendersi conto di trovarsi in tale disposizione mentale: la forza dell’abitudine è molto potente, tuttavia non è invincibile.

Il problema sta nel fatto che la persona che si trova intrappolata in tali condizioni, si percepisce impotente ad assumere il controllo di queste attività metacognitive, non coglie il fondamentale concetto che l’abitudine, la routine, l’automatismo, possono essere interrotte o sostituite: il tutto è riconducibile a una questione di metodi e di tecniche.




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