11 novembre 2019


Ruminazione e rimuginìo, forme di meta pensiero, sono due “stili” del pensare.

Nella normalità, vi si ricorre per approcciarsi al problem solving, cioè per analizzare le esperienze trascorse o quelle in procinto di realizzarsi, cercare risposte e soluzioni, apprendere dalle esperienze fatte.

Elena Vichi - fardello

La ruminazione è il pensare sul passato vissuto, quindi guarda all’indietro, sulla propria storia esperienziale, su particolari momenti della propria vita, soprattutto riferita all’interazione sociale. 


È con la ruminazione che noi umani cerchiamo di apprendere dalle esperienze che abbiamo vissuto, analizziamo situazioni e contesti in cui siamo stati protagonisti passivi o attivi, sia in chiave positiva, che in quella negativa. 


4 novembre 2019


Il pensiero si origina nell’area corticale del cervello, tuttavia, subisce le influenze delle emozioni che, invece, sono appannaggio dell’area limbica. Ciò perché le due aree cerebrali hanno un continuo scambio reciproco di informazioni e si condizionano vicendevolmente.
Antony Williams - Emma

Quando gli stati emotivi sono predominanti, la mente raccoglie gli stimoli emozionali e ne fa i leit motiv portanti sulla base del quale elabora e produce il pensiero.


Se non esistessero le emozioni, il pensiero sarebbe solo ed esclusivamente razionale e oggettivo. Ciò perché l’area corticale che elabora le informazioni è, per sua natura, razionale.


Ma la mente elabora tutte le informazioni che le pervengono, quindi anche le emozioni.


28 ottobre 2019



In precedenti articoli abbiamo visto come parte dei pensieri automatici siano a carattere previsionale. Ma non tutti i pensieri previsionali fanno parte di tale categoria, e se sono automatici è perché inseriti, nell’elaborazione mentale, in stili abituali del pensare.


Il rimuginìo, che è una attività metacognitiva, essendo riferito al futuro, è in buona parte previsionale.

Caspar David Friedrich - viandante sul mare di nebbia

Ma come si snoda il pensiero previsionale di un ansioso sociale e, quindi, di una persona timida? Su quali assunzioni poggia la loro elaborazione valutativa?


Ogni pensiero previsionale non può fare a meno di attingere alla memoria delle esperienze vissute e del sistema delle credenze.

22 ottobre 2019


Quando pensiamo sul senso e sul perché stiamo provando certe emozioni, sui nostri stessi pensieri, sui nostri comportamenti, sulle esperienze che abbiamo vissute, sul loro come e sul loro perché, stiamo avendo dei meta pensieri.


Enzo Carnebianca - meditazione
Per chiarire meglio il concetto, senza fare confusione, se mi vien paura e mi di averla, son solo cosciente di aver paura, ma se poi mi dico “sono il solito pauroso”, sto facendo delle valutazioni su me stesso: sono entrato nel dominio del meta pensiero, vado oltre l’esperienza.

I meta pensieri si servono, sovente, di “stili” del pensare. 



14 ottobre 2019


La nostra mente pensa costantemente senza soluzione di continuità. Lo facciamo anche quando crediamo di non pensare a nulla. Anche divagare con la mente a casaccio è pensare. 

Pensare è una attività costante dello stato cosciente della nostra mente ed è anche l’aspetto più significativo dell’evoluzione del cervello nella specie umana.

Ogni cosa a suo posto

Da un punto di vista evolutivo la funzione del pensare è l’adattamento alle necessità del vivere come soggetto (corpo mente) calato in una realtà sempre più interpersonale. Infatti, l’aumentata complessità del vivere, per mantenere equilibrio omeostatico ed efficacia nell’adottare strategie funzionali alla vita del corpo mente (o mente corpo), necessitava di nuove capacità adattative.


7 ottobre 2019


In un precedente articolo ho scritto su cosa sono e descritto le loro caratteristiche, qui parlerò dei vari tipi di pensieri automatici.

Essi, infatti, si presentano alla mente in varie forme che non si esprimono tutte nel linguaggio verbale e, quando lo sono, possono far riferimento sia a spazi temporali, sia a cognizioni del sistema delle credenze.
Elena Vichi - luogo dello spirito inespresso

Da un punto di vista evolutivo del cervello, le immagini mentali sono precedenti allo sviluppo del linguaggio verbale, dunque, di formazione più immediata e sono automatiche. Fanno parte di processi di associazione mnemonica tra esperienze visive ed effetti sulla vita pratica.


In molte persone il pensiero automatico che si esprime attraverso le immagini mentali è predominante rispetto a quelli in forma verbale. Predominante ma non esclusivo. Infatti, il processo del linguaggio verbale abbisogna di più tempo elaborativo.


1 ottobre 2019


Abbiamo visto, nei precedenti articoli che uno schema cognitivo è un insieme di cognizioni correlate da uno stesso tema e in una sequenza gerarchica, logica e sequenziale.
Chierici Simonetta - labirinto

Ma vediamo la loro struttura. Le prime a essere attivate sono le credenze di base che la mente richiama dalla memoria. Queste indirizzano il filo logico dello schema cognitivo.


La mente che fa sempre riferimento alla memoria, ricerca altri pensieri associati alle credenze di base e, in particolare, a regole del pensare e modelli comportamentali prefigurati che dovrebbero indurre ad azioni coerenti con i contenuti delle credenze di base stesse.


24 settembre 2019


Pur se non sono da considerare cognizioni strutturali, questi pensieri entrano a far parte, a pieno titolo, degli schemi cognitivi.
 

I pensieri automatici hanno alcune caratteristiche:
Kevin Regonesi - il pensiero
  • Sono cognizioni, eventi mentali o immaginativi del flusso di coscienza. Non sono necessariamente pensieri che si esprimono in forma verbale, possono essere immagini mentali, sequenze visive (es. ho paura di annegare e immagino la scena di affogare nell’acqua), possono essere percepite come un sapere già dato implicito, possono presentarsi come un “sentire”, presentarsi sotto le mentite spoglie di emozioni.
  • Precedono sempre le fasi decisionali e l’azione.
  • Per la persona che li pensa, sono il solo modo plausibile di interpretare un aspetto della realtà; essendo automatici sono considerati, e in modo inconscio, l’unico pensiero possibile.
  • Vengono alla mente in modo automatico e la loro automaticità fa sì che si attivano come “routine”.
  • Quasi sempre le persone non si rendono conto di averli avuti, (i timidi mai) e ciò perché si ha difficoltà, non abitudine o mancato esercizio nel focalizzarli. Di essi non se ne conserva memoria.
  • Non sono risultato di elaborazioni razionali.
  • Utilizzano sempre la stessa modalità nell’assegnazione di significato agli eventi, cosa che varia da individuo a individuo.
  • Non raggiungono mai il livello di consapevolezza sulla loro origine e causalità.
  • Sono elementi di superficie dello schema cognitivo attivato ed esprimono giudizi o interpretazioni di eventi, legati a determinate risposte comportamentali ed emotive.
  • Durano pochi istanti e attraversano la mente velocemente.
  • Si attivano quando si è in procinto di vivere una esperienza, quando bisogna fare una scelta comportamentale nell’ambito di una interazione sociale (discorsi, esprimere pareri o idee, approcciarsi a persone, ecc.), quando si pensa a queste cose, quando si ipotizza una azione, un comportamento in ambito relazionale.


17 settembre 2019


Le credenze intermedie sono un insieme di cognizioni, pensieri la cui funzione è di stabilire regole mentali e comportamentali coerenti con le credenze di base, per questo sono da considerare dei derivati di quest’ultime.
Alessio Serpetti - Oltre gli spazi esistenziali

Il loro scopo è rendere adattabili, nella vita sociale, le definizioni del sé, del sé con gli altri e degli altri, contenute nelle credenze di base.


Nella loro forma verbale e immaginativa, le credenze intermedie si presentano in diverse forme: condizionali, doverizzazioni, assunti, precetti, leit motiv.

Queste forme di pensiero, pur raggiungendo lo stato cosciente, non sono mai espressione di consapevolezza della loro reale origine e causalità. Ciò nonostante si presentano alla mente cosciente come principi di assoluta validità. Detto in altre parole, le persone le considerano verità e principi validi, razionali, coerenti, espressione vera della realtà delle cose. Si potrebbero racchiudere nella frase: “così stanno le cose”.

9 settembre 2019

Sono il primo livello di cognizioni che riguardano le definizioni del sé, del sé con gli altri, e degli altri.

Evolutivamente è possibile che abbiano cominciato a formarsi, nell’uomo, in una fascia temporale che va dai 100.000 ai 35.000 anni fa, quando si sviluppa la dimensione interpersonale nella nostra specie, fattore che, pare, abbia comportato la nascita del linguaggio verbale e la comparsa della coscienza di ordine superiore.
Giorgio De Chirico - nostalgia dell'infinito

Le credenze di base sembra siano il risultato di un processo evolutivo della cognizione collegata alla primitiva coscienza primaria (che abbiamo in comune con gran parte del mondo animale). A far supporre tale origine è il fatto che queste stazionano a un livello inconscio, benché appare difficile pensare che siano possibili senza l’esistenza della coscienza di ordine superiore.

Si tratta di definizioni - descrizioni sintetiche dell’identità individuale e sociale. Nella normalità tali definizioni tendono a descrivere le realtà propria e del mondo circostante in termini oggettivi. Del resto è questa la funzione strutturale delle credenze. Queste si presentano in forma perentoria e non discendono da processi mentali di elaborazione cosciente nel senso dell’essere consapevoli di tale attività mentale.

3 settembre 2019



Prima di continuare nella descrizione delle cognizioni strutturali derivate e successive alle credenze di base, è opportuno aprire una finestra sui processi di aggiornamento del sistema delle credenze.

Tutte le cognizioni, di ogni ordine e tipo, sono uno
Alexander Daniloff - pigmalione
strumento basilare ai fini dell’adattamento all’ambiente fisico interno, esterno e sociale. Per questa ragione il nostro apparato cerebrale le aggiorna continuamente per tutta la vita. Si tratta di un processo di mappatura e rimappatura del corpo (nell’uomo, anche della mente) ed è una delle funzioni di base del nostro cervello e degli altri animali.

Le credenze sul sé, sul sé con gli altri e sugli altri, non sfuggono a tutto ciò. La loro formazione è un processo neurale, così come la mappatura e rimappatura.

29 agosto 2019



Sin dalla nascita la nostra mente, per far fronte agli scopi, costruisce, un sistema interpretativo-descrittivo della realtà del proprio essere e del mondo che lo circonda.

 
In questo articolo, ci occuperemo di quella parte del sistema attinente al sé, al sé con gli altri e agli altri intesi come consesso sociale.

Il sistema cognitivo che ci interessa in questo articolo, è un insieme di pensieri concettuali memorizzati e catalogati in modo da avere delle routine cui la mente ricorre senza avere l’incombenza di nuovi processi rielaborativi e a cui vi accede in automatico. Sono, pertanto, distanti dallo stato cosciente, non vi è consapevolezza razionale. Tuttavia, questi pensieri sono informazioni di base utilizzate nei processi mentali coscienti.


12 agosto 2019



Leggendo il titolo di questo articolo e di altri del genere, ti domanderai: “ma che ‘entrano queste cose con la timidezza?”.

Come ho più volte scritto, la timidezza – come tutte le forme di ansia sociale – sono di origine cognitiva. Comprendere la funzione della cognizione è un passo importante per assumerne il controllo e imparare a gestire le emozioni che ne conseguono. Da questo articolo cominceremo un viaggio alla scoperta dei meandri della mente dove si annida il mondo segreto della timidezza.

Simonetta Massironi - forma pensiero
Come si suol dire, bisogna conoscere il proprio nemico.

Alla comparsa della vita sulla terra, il mondo vivente era popolato da forme di vita unicellulare e poi pluricellulari semplici che non avevano bisogno di un cervello. Poi gli organismi viventi sono diventati più complessi e avevano bisogno di un apparato che gestisse il funzionamento del corpo.
 
Nel processo evolutivo che ne conseguì, si formarono le prime forme di cervello. Prima fece la sua comparsa il cervello detto rettiliano (tronco encefalico e cervelletto), poi si formò l’area limbica del cervello con cui comparvero emozioni “grezze” atte a segnalare all’organismo bisogni essenziali per la sopravvivenza, la difesa e la mera riproduzione. L’ultimo stadio fu la formazione della corteccia e della neocorteccia, quest’ultima appannaggio dell’uomo.

Già con la formazione dell’area limbica, la memoria acquisì importanza fondamentale, con essa divenne possibile l’apprendimento, la prima forma “rudimentale” di cognizione. Questa, sostanzialmente, aveva la funzione di permettere una più efficace capacità di adattamento all’ambiente, ma era retta da soli processi automatici che non abbisognavano di una coscienza di ordine superiore come quella che caratterizza l’uomo.

Lo sviluppo di una socialità complessa e articolata, la capacità di manipolare gli oggetti e di costruire degli artefatti e, successivamente, con la nascita del linguaggio, non sarebbe mai stato possibile senza avere la possibilità di cognizioni che potessero esprimersi in modo articolato e complesso.

La capacità di associare memoria e pensiero sono il salto di qualità del processo evolutivo del nostro cervello e dell’uomo.
 
Se con la coscienza primaria la memoria era un “archivio” di esperienze senza la possibilità della cognizione del tempo e della causalità, con la formazione della coscienza di ordine superiore, che ci differenzia anche dagli altri primati, l’uomo è capace di elaborare le informazioni memorizzate e le esperienze vissute nel momento presente, di avere il senso storico delle esperienze, di conferire causalità agli eventi, di avere un sé autobiografico.

La cognizione umana è conoscenza, la si potrebbe descrivere come un processo di memoria applicata ed elaborata che sfocia nella coscienza di ordine superiore che acquisisce la funzione di gestire la conoscenza, di indirizzarla verso gli scopi personali, di avere la possibilità di essere cosciente delle proprie emozioni e di poterle controllare, di meditare sulle proprie e altrui esperienze, siano esse emotive, fisiche, logiche, comportamentali.

La cognizione non è una entità, ma un processo che si svolge nel nostro cervello per poi espandersi nella mente (che pure è un processo sovraordinato alla cognizione) e andare oltre per mezzo della comunicazione e del comportamento.

I processi cognitivi e della coscienza di ordine superiore, hanno dei punti di fragilità. 

Questa fragilità risiede, principalmente, nella loro interazione (che è reciproca) con le emozioni. 

Basti pensare che le esperienze sono memorizzate anche con il proprio carico emotivo. Non ricordiamo solo le esperienze oggettive ma anche le emozioni che abbiamo vissuto.

Le emozioni, all’origine, erano processi puramente fisiologici e, tuttora, si formano nell’area limbica del cervello. Esse sono processi ancora automatici che si attivano sotto gli effetti degli stimoli sia interni che esterni. Tuttavia, con la formazione della neocorteccia, che potremmo descrivere (anche se un po' grossolanamente) come la sede della cognizione e della coscienza di ordine superiore, le aree cerebrali limbiche, ove si svolgono i processi emotivi, interagiscono reciprocamente con le aree neocorticali, scambiandosi informazioni sotto forma di impulsi elettrici e chimici.

Ciò comporta che le emozioni possono essere attivate dalle funzioni cognitive e dalle elaborazioni dello stato cosciente; altresì le emozioni possono attivare processi cognitivi e le elaborazioni allo stato cosciente.

Tieni conto che le emozioni sono funzioni di “avviso” di pericolo o necessità, spetta alla mente, poi, valutare la portata dell’effettivo pericolo o il livello di necessità o bisogno; compito di valutazione che si serve delle cognizioni acquisite grazie all’ insieme delle esperienze vissute in prima persona, attraverso terzi o per apprendimento.
 
Grazie alla formazione della corteccia cerebrale e poi della neocorteccia (nell’uomo), lo stimolo generato dall’emozione attivata (originata nell’area limbica del cervello), trasmette impulsi informativi alle soprastanti aree corticali e qui sono valutate dalle funzioni elaborative del cervello le quali attingono ulteriori informazioni dalla memoria, la quale ha “categorizzato” le conoscenze immagazzinate. 

Dal processo di associazione e similitudine che ne consegue, la mente svolge un lavoro di valutazione che vien poi trasmesso nuovamente alle aree limbiche. Questo processo di scambio informativo reciproco tra aree cerebrali è continuo.
 
Quando le emozioni sono attivate da processi cognitivi, o ricevono rinforzo dalle cognizioni che valutano i rischi paventati dalle emozioni in modo eccessivo, la loro intensità e forza ansiogena aumenta a dismisura fino a neutralizzare le attività cognitive coscienti e, dunque, le capacità di controllo delle emozioni.

Quando la coscienza di ordine superiore, perde il controllo delle emozioni, l’individuo è alla mercé di impulsi emotivi “impazziti”.

Questo problema è tanto maggiore, quanto minore è l’esercizio al controllo cosciente e razionale dei processi emotivi, e quanto maggiore è il livello di non conoscenza dei fenomeni di causalità reali. Quando parlo di controllo cosciente e razionale è bene distinguere le valutazioni razionali fatte in “terza persona” (in un certo senso come spettatore, come osservatore neutro), dai ragionamenti che si fanno quando si è emotivamente coinvolti, poiché in quest’ultima configurazione, non siamo di fronte a processi di valutazione oggettiva, ma soggettiva e condizionata fortemente dalle emozioni, tanto che, in questi casi, si deve parlare di pensiero emotivo.

Dunque la cognizione umana è conoscenza che contiene sia dati oggettivi, sia dati emotivi. In essa convivono oggettività e soggettività.

C’è un aspetto, che sebbene non sia oggetto di questa trattazione di cui, tuttavia, dobbiamo dare qualche cenno. Si tratta dell’interpersonalità.

Essendo l’uomo un essere sociale, in tal senso il più sviluppato nel mondo animale, costruisce la propria identità anche in funzione del rapporto con gli altri. Una parte importante del proprio sistema cognitivo riguarda il sé con/tra gli altri, e gli altri.


6 agosto 2019



Quando nel bambino si sono formate credenze negative sul sé e sugli altri, in funzione della memorizzazione delle esperienze dolorose a seguito dell’attivazione del sistema motivazionaledell’attaccamento, l’entrata in gioco dei sistemi motivazionali della funzione paritetica, di rango e sessuale, non producono risultati confacenti agli scopi del soggetto. 

Angelo Giarmana - ricerca di identità
Tali sistemi subiscono l’influenza delle credenze negative già costituite, per cui l’insieme di pensieri e l’insorgere dell’ansia, condizionano i comportamenti che risultano limitati nella loro efficacia.

Un soggetto timido che ha credenze di base che lo definiscono socialmente inadeguato o carente come soggetto individuale, affronta le interazioni sociali sotto il pesante fardello delle paure e delle ansie. I suoi pensieri, spesso solo tangenti allo stato cosciente, della cui attività, quindi, non v’è consapevolezza, vertono sui temi del fallimento, delle figuracce, dell’incapacità a esprimersi, del subire rifiuti o esclusioni.

Quando, nell’interazione sociale, si attiva il sistema motivazionale del rango, quello che induce a comportamenti (ciò che si dice e ciò che si fa) atti a regolare i rapporti gerarchici e competitivi con gli altri, la persona timida soccombe. Accade perché affronta le interazioni già con lo spirito dello sconfitto, preso com’è da sentimenti su sé stesso che lo vedono inefficace, inabile, incapace, non abbastanza…c’è sempre qualcosa che le manca.

Questa condizione che vive la persona timida non è senza conflitti interiori. Essa confronta l’individuo ideale che vorrebbe essere con ciò che è nella pratica quotidiana, quanto a cui aspira, con i cedimenti, i toni sommessi, i “si” che dice troppe volte e malvolentieri, il subire le scelte altrui suo malgrado, l’inefficacia nel proporsi.

L’anassertività è, quasi sempre, un tratto caratteriale del soggetto timido, cosa che lo condanna a non riuscire ad affermare sé stesso e i propri diritti nei contesti sociali.
È chiaro che in una società fortemente competitiva in un sistema di interazioni sociali in cui si attiva, nei soggetti in relazione, il sistema motivazionale del rango, vede prevalere gli individui in possesso di credenze di base sul sé di segno positivo o che hanno pensieri possibilisti.

Non è un caso che gli individui timidi difficilmente fanno carriera o scalano i vertici societari, quasi mai si impongono nelle gerarchie sociali. Ovviamente se si viene da famiglia di potenti…

L’attivazione del sistema paritetico, che è quello che sovrintende la cooperazione tra individui nel perseguire scopi comuni con l’unione di forze, sulla base del percepirsi, o riconoscersi, reciprocamente dei pari, trova assai sovente difficile esecuzione. Ciò soprattutto per la tendenza del soggetto timido a operare individualmente.

Infatti, le persone timide, per via delle difficoltà a inserirsi socialmente in gruppi di individui hanno, sostanzialmente, una vita solitaria anche nei luoghi di lavoro.
La solitudine, che diventa anche un tratto distintivo delle persone timide, rende queste ultime poco avvezze al gioco di squadra.

Il basso rango sociale che si trovano a vivere, la difficoltà a essere coinvolti in modo attivo in esperienze di cooperazione paritetica, diminuisce drasticamente anche le opportunità di avere esperienze di rapporti di coppia.

Il sessuale pur non essendo, in origine, un sistema motivazionale “sociale”, ha avuto nel corso evolutivo delle specie animali, ma soprattutto nell’homo sapiens, notevoli cambiamenti. Da sistema deputato a regolare la sola vita riproduttiva (che ancora sopravvive nei rettili inferiori), ha cominciato a sovrintendere alla formazione di coppie stabili che possiamo riscontrare nella quasi totalità dei mammiferi e degli uccelli, fino a essere coinvolto nei processi culturali umani.

La ritualizzazione, tipica nel mondo animale e, particolarmente sviluppata nell’uomo che ne ha tratto modelli culturali, è l’aspetto operativo sociale che maggiormente evidenzia l’attivazione del sistema motivazionale sessuale. Purtroppo, i modelli comportamentali della ritualizzazione risultano piuttosto ostici da applicare per le persone timide. Ciò, non solo a causa dell’azione condizionante delle credenze negative sul sé e dell’inibizione ansiogena, ma anche per il mancato apprendimento di modelli relazionali così frequente nella storia della condizione timida.

A ciò va aggiunto il fatto che i sistemi motivazionali non operano in modo totalmente autonomo. Essi sono interagenti tra loro. Va detto che l’apparato cognitivo, anche se subisce una forte caratterizzazione iniziale ad opera del sistema dell’attaccamento, si forma in base all’insieme delle esperienze che, quindi, sono riferite anche alla memoria delle interazioni quando sono attivati gli altri sistemi motivazionali.

Anzi, possiamo dire che i sistemi motivazionali del rango, quello sessuale e del paritetico cooperativo, avendo una forte impronta sociale, sono frequentemente attivati. I successi o gli insuccessi a seguito di tali attivazioni vanno a modificare o a radicalizzare l’insieme delle credenze sul sé, sul sé con gli altri e sugli altri.