19 marzo 2019

Comprendere la timidezza e superarla


La timidezza è un'ansia sociale ed è di natura cognitiva. 

Giovanna Fabretti - varco
Può sembrare una sciocchezza, ma quel che pensiamo, percepiamo o temiamo di essere, di noi stessi si ripercuote sui nostri comportamenti come un tornado.

Ciò che si avverte a livello cosciente sono l'ansia e le emozioni, soprattutto la paura: paura di fallire, di far brutta figura, di essere respinti, di essere mal giudicati, di apparire negativamente agli altri, di non riuscire a fare e altre ancora.

Le emozioni di paura che prova una persona timida si manifestano secondo livelli gerarchici:

Il livello più immediato ed esteriore che si percepisce con più chiarezza si rifanno a pensieri previsionali posti a uno stadio temporale che si ferma all'atto dell'insuccesso nell'interazione sociale. Sono timori che scaturiscono da quelli più "sotterranei".

Questo livello più profondo di paure è, generalmente, precosciente o tangente alla coscienza. 

Queste fanno riferimento a pensieri previsionali collocati su un livello temporale posizionato al momento dell'insuccesso nell'interazione.


Parlo di timori che scaturiscono da convincimenti negativi che riguardano la definizione del sé e, in particolare, alle qualità che si posseggono e i cui temi sono: essere incapaci in uno o più campi del vivere sociale, essere inabili nell'interazione sociale, non essere amabili o attraenti come persone, essere inferiori agli altri, essere "difettosi" per nascita, non essere meritevoli di attenzione o amore.

In pratica le paure più "sotterranee" corrispondono, in maniera più diretta, a ciò che la persona timida pensa di sé (o si percepisce in un certo modo, o si sente in un certo modo) a livello inconscio.

Spesso queste credenze di base si manifestano anche nella paura di essere in quel certo modo (mi sento incapace e quindi avverto la paura di esserlo).

La paura verso qualcosa, che prova l'individuo timido, fa percepire il rischio assai, ma proprio assai più probabile di quanto lo sia nella realtà, spesso tale pericolo è percepito talmente probabile da essere considerato un fatto certo.

In pratica, emotivamente, previsione e certezza finiscono col coincidere per cui anche previsione e realtà vengono fatte coincidere. 


Tutto questo processo cognitivo, essendo legato alle emozioni, non si svolge a un livello cosciente. Ciò perché le emozioni sorgono nell'area limbica del cervello in cui tutte le funzioni sono automatiche e non razionali. Infatti, la ragione è una prerogativa dell'area neocorticale del cervello.

Quando si è preda della paura che prende il sopravvento sulle capacità razionali, tutti i pensieri sono emotivi, non interpretano la realtà oggettiva ma quella percettiva delle emozioni.

Per rendere più chiaro il senso di quanto detto, faccio un esempio.

Elle crede nel suo profondo di essere una persona inabile a interagire con gli altri e si sente incapace di fronteggiare certe situazioni. Sente di non saperci fare.

Quando deve approcciarsi a qualcuno/a dell'altro sesso, la sua mente inconscia si chiede quali qualità servono per fronteggiare la situazione in maniera efficace, una volta individuate queste qualità necessarie, cerca nella propria memoria le definizioni di sé stesso/a riguardanti tali prerogative personali.

Dalla memoria ricava che è del tutto inadeguato/a per questa situazione. A questo punto, la mente semi cosciente e, a tratti, cosciente, viene invasa da pensieri previsionali negativi.

Immagino cosa sta pensando. "Ma io non ci so fare in queste cose, farò una figura di merda"; "Non sono capace di fare queste cose, lei/lui mi rifiuterà"; "Capirà che sono uno/a sfigato/a, magari mi farà una risata di sfottò in faccia"; "Sarà un fallimento, un disastro totale"; "Se fallisco, con quale faccia, poi, potrò farmi vedere in giro?".

Elle così, avendo fatto previsioni solo negative, a malincuore rinuncia, attua il suo abituale comportamento evitante.

Dopo che il batticuore è cessato, l'ansia che gli era salita è passata, dentro di sé, subentra la tristezza, la delusione, l'amaro in bocca, e ce l'ha con sé stesso/a. I pensieri sono di altro tono: "sono proprio uno/a sfigato/a"; "resterò sempre solo/a"; "sono un fallimento continuo"; "sono davvero un/a incapace".

Cosa accade nel sistema cognitivo di Elle? Questa ennesima occasione è andata a farsi benedire e sta pensando male di sé. Quelle credenze negative e disfunzionali su di sé, hanno ancora trovato conferma e quindi si rafforzano.

Fino a ora ho descritto la dinamica, tuttavia, lo spiraglio di uscita c'è e parte dal fatto che ciò che si pensa (o si percepisce, o si teme, o si sente) di sé non significa esserlo per davvero. I pensieri sono solo pensieri, la realtà è altra cosa.

Quel che bisogna fare è lavorare per un bel po' di mesi e, forse, per un paio di anni, con costanza e insistenza per scardinare queste credenze disfunzionali che si hanno su sé stessi e, contemporaneamente, ad affrontare le paure, quindi, a smettere di evitare, di scappare e affrontare le situazioni.

Gli inizi sono difficili e si accumuleranno altri insuccessi, ma poi le cose cominceranno a funzionare.

È un lavoro che richiede metodo, progressività, e utilizzo di tecniche e smettere di pensare male di sé.




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