6 marzo 2019





PARTE SECONDA

 
Grazie agli innumerevoli studi fatti sull’interazione caregiver-bambino, si sono potute distinguere quattro categorie principali di MOI corrispondenti a quattro maxi tipologie di comportamenti accudenti.
 

Il MOI sicuro. È caratterizzato da una relazione caregiver-bambino ottimale in cui l’accudente reagisce prontamente, in modo costante e con efficacia alle richieste di cura del bambino.
 

Giovanna Fabretti - il caos dentro
Il MOI evitante. Nella relazione caregiver-bambino, l’accudente ha la tendenza a respingere o ignorare frequentemente le richieste di vicinanza del piccolo. Inoltre la mimica del genitore è spesso espressivamente povera e rigida. Si è notato che il genitore accudente sottovaluta l’importanza del bisogno di vicinanza del bambino. In questi casi l’infante e il bambino sviluppano credenze sul sé improntate a un’idea di indesiderabilità, non amabilità, non essere capace di suscitare interesse e affettuosità.

L’idea dell’altro è quella dell’indisponibilità, del rifiutante, addirittura dell’ostile. In età adulta il MOI evitante sviluppa pensieri previsionali riguardanti l’essere rifiutato, il risultare inopportuno, il non essere attraente o interessante, non essere amabile o meritevole di affettuosità, essere incapace di suscitare emozioni positive negli altri.


Il MOI resistente o ambivalente. In genere la figura di attaccamento ha un comportamento altalenante, a momenti di prontezza di risposta alle richieste di cura del bambino, si alternano momenti di assenza. In questi casi il bambino non riesce a costruire un’idea precisa del genitore che gli appare imprevedibile e su cui, quindi, non si può fare affidamento.

Un altro comportamento che caratterizza il MOI resistente è l’intrusività del caregiver. In questi casi l’accudente interferisce con le attività autonome di esplorazione del bambino. Il genitore ha difficoltà a percepire il proprio figlio come ente dotato di centri autonomi di iniziativa.
In genere, tali genitori hanno problemi irrisolti nella propria storia infantile proprio nel rapporto genitore figlio.

Il MOI resistente, in età adulta, tende a sviluppare idee sugli altri come di soggetti non affidabili, di cui non ci si può fidare e che possono tradire la fiducia riposta in essi. Vivono il mondo esterno come pieno di insidie. Nel contempo le idee sul sé tendono a essere incentrate sull’incapacità di suscitare comportamenti coerenti negli altri, nell’incapacità di gestire le relazioni interpersonali o anche incapacità generalizzata.
 

Il
MOI disorganizzato.
Mentre nei casi di attaccamento evitante o resistente ci troviamo di fronte a caregiver che nonostante trasmettano senso di imprevedibilità, ostilità o indisponibilità, sono comunque presenti e mostrano contenuti di coscienza che il bambino riesce a percepire e categorizzare, il MOI disorganizzato ha difficoltà a delineare modelli caratterizzanti. In genere, il caregiver di un bambino che sviluppa un MOI disorganizzato presenta disturbi nei flussi di coscienza.

Si è notato che le madri di questi bambini hanno subito, a loro volta, traumi non risolti come perdite di persone care o comunque importanti, violenze o abusi. La loro mente non riesce a vivere il momento presente con pienezza cosciente pertanto, sono spesso dissociate. La loro mente è altrove, persa in quei processi metacognitivi che giungono ad uno stadio di stallo.

Il bambino percepisce questa condizione mentale di “trance”, in questa sorta di stato ipnoide e, in quel momento, comincia ad avere comportamenti disorientati o disorganizzati, come se anch’egli entrasse in uno stato alterato di coscienza.


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