1 aprile 2019

La timidezza e il rifuggire le conversazioni banali


Gli ansiosi sociali in genere e, in particolare le persone timide, tendono a elaborare alcune assunzioni, motti o leitmotiv che sono dirette derivazioni di credenze di base disfunzionali che riguardano le qualità intrinseche della propria persona. Anche tali idee si rivelano disfunzionali.

Nei casi di timidezza, una di queste assunzioni, tra le più frequenti, è quella che le conversazioni banali siano prive di valore, che non caratterizzano le qualità di una relazione o di una persona, oppure che esprimono superficialità.

Edvard Munch - Amor and Psyche
Quando poi si va a cercare le problematiche che vivono le persone timide che hanno elaborato tali assunti, si scopre che hanno difficoltà a partecipare attivamente alle conversazioni con gli altri.

Si è anche notato che queste difficoltà si ergono su alcune tipologie di pensieri automatici, credenze di base riguardanti il sé, credenze condizionali o doverizzanti tendenti a stabilire target comportamentali considerati necessari o obbligatori.



I pensieri automatici, come sai, sono quelli più prossimi allo stato cosciente ma, per via della loro natura automatica, che sfuggono all’attenzione e alla consapevolezza del soggetto. Questi pensieri possono avere carattere previsionale o di guardare le qualità proprie.

Alcuni esempi: “non è cosa mia”; “non ci so fare con queste cose”; “cosa posso dire?”; “Se apro bocca rischio di dire sciocchezze”; “se parlo magari dico cose stupide”.

Quando l’individuo timido tende a descrivere questo tipo di situazione, i commenti sono del tipo: “non so che dire”; “non mi escono le parole”; “non so come entrare nella conversazione”; “non sono mai stato bravo/a in queste cose”.

Le credenze condizionali o doverizzanti poggiano su determinate assunzioni comportamentali.

Possono ritrovarsi in frasi del tipo: “devo dire cose intelligenti o divertenti se voglio piacere”; “devo assolutamente evitare di fare errori”; “se non dimostri di saperci fare, sei un/a fallito/a”.

Le credenze di base che sottendono a queste serie di pensieri sono auto definizioni del sé che descrivono la propria persona come caratterizzata da qualità negative: essere incapace nel fronteggiare o vivere determinate situazioni, essere inabile nella socializzazione, essere inferiore agli altri, essere mentalmente difettoso, non suscitare interesse negli altri.

Con questi schemi mentali nella testa, l’individuo timido si trova a essere “ingabbiato” in percorsi logici e in comportamenti che si muovono in direzioni che appaiono obbligate.

È chiaro che se io mi sento e mi considero incapace non potrò evitare di pensare che, qualunque cosa faccia, sarà un fallimento. Ergo, la soluzione è evitare di correre questi rischi che mi esporrebbero a brutte figure, ai giudizi negativi degli altri, agli sfottò, in fondo all’isolamento sociale.

Gli schemi mentali difendono sé stessi, a prescindere se siano validi oppure no. Ciò significa che la mente dei soggetti timidi è costretta a costruire argomentazioni che possano giustificare i comportamenti evitanti che vengono posti in essere.

Tuttavia, va precisato che tutti questi processi mentali non si svolgono a un livello di consapevolezza, sono quasi sempre inconsci. Ciò significa che non si è coscienti del fatto di aver costruito degli schemi logici finalizzati al mantenimento degli schemi cognitivi che si hanno in mente. Anzi, generalmente, si considera tali assunzioni come logiche, coerenti, veritiere.

Va notato anche che, dal momento che si attuano comportamenti evitanti, non si ha più l’occasione di apprendere modelli comportamentali o logici alternativi, eppure quando si è in possesso di abilità sociali, non si ha modo di esercitarle per cui si diventa arrugginiti.
 
Ma davvero gli argomenti banali hanno scarso valore? Ebbene no!

La comunicazione tra persone non ha il solo scopo di scambiare conoscenze, pareri ed emozioni. È qualcosa di molto più ampio e complesso.

Spesso la conversazione non è importante per i suoi contenuti verbali e ideali, ma è fondamentale all’instaurazione o al rafforzamento della relazione sociale.

Il semplice atto di rivolgere la parola una persona viene percepito dall’altro (anche se in modo spesso inconscio) come disponibilità alla relazione.

Rivolgere la parola a un altro implica trasmettere a questi la sensazione che è importante, che è una persona cui stiamo conferendo valore. Ciò comporta una reazione positiva dell’altro che si sente valorizzato.

La conversazione, di per sé, al di là dei suoi contenuti, è anche uno strumento di mantenimento di una relazione. Implica confermare l’intenzionalità nel far vivere la relazione interpersonale.

Ecco perché tendiamo a discutere anche di cose semplici o banali, ci interessa essere con l’altro/a. D’altra parte se vorremmo disquisire sempre cose “serie” diventeremmo di colpo persone che parlano poco, che comunicano poco e che, quindi, non riescono più a trasmettere nemmeno le emozioni che si provano.

La conversazione in sé è, pertanto, anche trasmissione di emozioni.



Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per il commento