17 giugno 2019




Prima parte: la coscienza primaria

Data la complessità delle qualità che caratterizzano la coscienza, una sua definizione univoca non c’è. Tuttavia, grazie a un approccio multidisciplinare che vede in campo la ricerca etologica, neurobiologica, cognitivista e l’apporto della filosofia della mente, e partendo dai processi evolutivi dell’apparato cerebrale delle specie animali fino ad arrivare all’homo sapiens, oggi possiamo dire che ci sono alcuni punti fermi su cui convergono la gran parte della psicologia cognitiva e neurobiologia.

Ci sono diversi livelli di coscienza strettamente legati ai gradi del processo evolutivo del sistema cerebrale. 
Maria Conserva - Io capitano dell'anima mia
Possiamo così distinguere due livelli principali di coscienza: la coscienza nucleare, detta anche primaria[1], e quella di ordine superiore tipica della sola specie umana.

La coscienza nucleare (o primaria) ci accomuna a gran parte del mondo animale ed è riferita alla coscienza di sé (sé nucleare) in termini di percezione del proprio organismo e delle manifestazioni fisiche interne, alla distinzione tra il sé nucleare e l’ambiente esterno.

Negli stadi più primitivi dello sviluppo della coscienza si è ipotizzata la formazione del proto sé[2] che è molto legato ai processi omeostatici. In questo primo grado di coscienza primaria, l’animale percepisce fondamentalmente il proprio corpo e le emozioni nella loro manifestazione fisica.

Non si tratta di un sé “senziente”, semplicemente si avverte il corpo come proprio, qualcosa di distinto dal resto del mondo e si percepiscono le emozioni interne come proprie. In questo caso, le emozioni sono percepite come un sentire fisico senza che ciò comporti collegamenti causali, Panksepp[3] le chiama “emozioni grezze”.

Si avverte il dolore, a esempio, come qualcosa che disturba lo stato di quiete, il dolore in sé per la sensazione spiacevole che comporta, l’animale non pensa: “che dolore!”, lo avverte e basta. 
In pratica è un semplice sentire fisico che però permette all’organismo vivente di agire per la sopravvivenza: Il leone avverte la fame che riconosce come sensazione sentita nel proprio corpo (non in quelli di altri) e va a caccia seguendo gli impulsi del sistema motivazionale della regolazione fisiologica che è un sistema automatico e non logico, non pensa: “devo andare a caccia”, lo fa e basta.
 
Il sé nucleare che subentra al proto sé nello stadio evolutivo successivo, permette di distinguere gli altri come diverso da sé. Si tratta, quindi, di un livello (molto) elementare di soggettività. Si riconoscono i conspecifici come simili a sé, il genitore riconosce i propri cuccioli, si riconoscono i membri del proprio gruppo come distinti da quelli che non vi appartengono o che fanno parte di altri gruppi. Anche il sé nucleare non è senziente, non è capace di fare ragionamenti, di pensare a sé come fenomeno o di riflettere sulle proprie esperienze.

Qua vale la pena di fare una considerazione basilare per la comprensione della comparsa della coscienza. Già lo sviluppo della coscienza nucleare è da considerare un effetto evolutivo, una conseguenza delle prime forme di socializzazione che compaiono nel mondo animale.

Tuttavia, la coscienza nucleare è da considerare un sistema processuale automatico e afferente alle attività limbiche del cervello. Questo ci conduce alla considerazione che la coscienza nucleare non contiene la facoltà della consapevolezza razionale, non permette il senso del tempo che scorre.

L’animale con coscienza nucleare è priva di narrazione del passato e anticipazione del futuro; non ha cognizione del tempo, essa è puro presente, come dice Edelman, è presente ricordato.

La chiave di volta che, nell’homo sapiens, è alla base dell’ulteriore sviluppo della coscienza che acquisisce il carattere così come lo conosciamo oggi, è la socialità.





[1] Gerald M. Edelman, Il presente ricordato, Rizzoli
[2] Antomio Damasio, Il sé viene alla mente, Adelphi
[3] Jaak Panksepp, Lucy Biven, Archeologia della mente, Raffaello Cortina

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