22 luglio 2019


Anche se la manifestazione della timidezza è vissuta e sentita nel rapportarsi agli altri, nelle conseguenze negative che comporta nella vita sociale e nei comportamenti, nelle emozioni di sofferenza che si provano, essa è un disagio sociale di natura cognitiva.

Gio Ross - I timidi ai dolmen
Benché, nella grande maggioranza dei casi, si manifesta con l’inizio dell’adolescenza, la timidezza si origina nella prima o nella seconda infanzia, quindi nell’età prescolare.

Le cognizioni coinvolte sono quelle relative alle definizioni interiori di sé stessi, di sé con gli altri, degli altri, del mondo esterno.

Già nel neonato si attiva il sistema motivazionale dell’attaccamento, il potente sistema automatico di difesa e sopravvivenza di cui sono dotati di uccelli, i mammiferi e, in modo particolarmente sviluppato, l’homo sapiens.

Questo sistema, nell’uomo, coinvolge sia l’area limbica del cervello, sia la neocorteccia, quest’ultima luogo in cui si hanno i processi elaborativi che conducono alla formazione della coscienza di ordine superiore e dell’identità.

In base a come le figure di riferimento (madre, genitori, accudenti) si rapportano all’infante, questi comincia a formare le prime strutture che riguardano la definizione del sé e degli altri.  

Tali costrutti sono detti anche “credenze” (termine che userò da qui in poi). Sostanzialmente, hanno lo scopo di interpretare e descrivere la realtà che riguarda la propria persona e il mondo circostante.

Ai fini della trattazione di quest’articolo, ci occuperemo delle credenze inerenti le definizioni del sé, del sé con gli altri e degli altri.

Le credenze sul sé incidono sulla formazione delle ansie sociali e, quindi, della timidezza; ineriscono i temi che riguardano:

  • la capacità di far fronte a eventi e situazioni sociali con efficacia;
  • l’abilità a interagire socialmente con gli altri;
  • l’essere meritevole di amore e attenzione;
  • risultare amorevole e/o interessante come persona;
  • essere normodotati intellettualmente e/o fisicamente;
  • essere in condizioni di parità con gli altri in termini relazionali, sessuali, intellettuali e comportamentali.
L’impronta che acquisiscono queste credenze dipende dal tipo di relazione che si forma tra infante e caregiver (figura accudente di riferimento), da come l’infante vive emotivamente tale interazione e, quindi, da come la memorizza.

Disattenzione, assenza, abbandono e, dalla seconda infanzia in poi, severità (anziché autorevolezza), atteggiamento critico, atteggiamento iperprotettivo, innescano nel bimbo la formazione di concetti di sé in chiave negativa e altamente disfunzionali.

Va anche detto che l’infante recepisce da subito gli stati emotivi di sofferenza psichica e/o interiore dell’accudente e, per effetto del fenomeno detto del sincronismo tra stati mentali tra umani, ne assorbe e fa propri gli stati emotivi del caregiver. Anche tale sincronismo produce la formazione di cognizioni emotive nell’infante.

Quando un bimbo costituisce le sue prime strutture cognitive del sé, del sé con gli altri e degli altri, e se non intervengono importanti mutamenti nelle interazioni umane, queste restano pressoché immutate anche in età adolescenziale e poi adulta. 

In realtà, queste credenze, in condizioni normali si modificano continuamente per tutta la vita dell’essere umano.

Ma chiariamo ulteriormente questo aspetto. 
Il cervello (e ciò accade in tutto il mondo animale) mappa e rimappa in ogni momento il proprio organismo, gli stati mentali ed emotivi. In effetti, è proprio tale costante opera di mappatura e rimappatura che permette al cervello dell’organismo vivente di regolare le funzioni omeostatiche, di funzionamento del corpo e dello stesso cervello e delle sue funzioni.

Il continuo processo di rielaborazione e modifica delle credenze costituiscono l’ultimo stadioevolutivo del cervello e che ha diversificato l’uomo dal resto del mondo animale compreso i primati, tanto che l’homo sapiens è giunto ad avere la capacità di una coscienza di ordine superiore e, dunque, di formare identità complesse, non sono individuali, ma anche sociali.

Riassumendo con altre parole, possiamo affermare che le credenze sono processi di interpretazione e descrizione di sé, di sé con gli altri, degli altri e del mondo. 

Quanto più le credenze riescono ad essere interpretazione della realtà oggettiva, tanto più l’essere umano sviluppa un senso di sé in equilibrio psichico. Quando, invece, le credenze che si formano nella mente sono espressione di interpretazioni emotive del mondo e delle esperienze, si fanno strada sofferenze e disagi sociali e/o psichici, compresa la timidezza.

La formazione delle credenze di cui abbiamo discusso finora, che costituiscono il livello di base (credenze di base) delle strutture cognitive relative al mondo sociale, sono processi automatici, si verificano al di fuori della condizione cosciente.

Possiamo immaginare tali processi come elaborazioni “istruttorie” che il cervello-mente produce senza impegnare le strutture cerebrali dedicate agli stadi ultimi e coscienti della mente; sono, in pratica, fuori dalle funzioni logiche e attentive tipiche dello stato cosciente.



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