21 settembre 2020


Ellis la elenca tra i ragionamenti irrazionali, altri, come Beck, la definiscono una distorsione cognitiva.

Catherine La Rose - donna allo specchio

La personalizzazione è un ragionamento che conduce un soggetto a riferire a sé stesso la colpa per eventi infelici, che procurano danno materiale, fisico, psichico o emotivo ad altri.

Faccio qualche esempio utilizzando il mio abituale personaggio. Due persone litigano e Crizia addebita a sé stessa la colpa del loro litigio ritenendo che sia accaduto a causa sua. Accade spesso nei bambini in occasione di litigi o divorzio dei genitori. 
In ufficio il capo è incazzato, Crizia pensa sia colpa sua. Una cena tra amici finisce a male parole, Crizia riconduce a sé stessa la responsabilità.

14 settembre 2020


Il sistema motivazionale dell’attaccamento quando è vissuto in modo doloroso e reiterato nel tempo, già in età precoce (neo natalità, infanzia, fanciullezza), produce un apparato cognitivo di base disfunzionale incentrato su rappresentazioni, definizioni e descrizioni del sé, del sé con gli altri e degli altri in termini negativi.

Giulio Massari - Emarginazione

Nell’infanzia, anche la separazione, più o meno prolungata, dalla figura di riferimento entra nel novero di queste casistiche.

Genitori disattenti, distratti da condizioni mentali interiori di sofferenza, presenti e/o attenti a sprazzi all’infante, dalle espressioni facciali inespressive, violenti, lamentosi, isterici, alcolizzati, tossicodipendenti, trasmettono al neonato, al bimbo, emozioni negative.

8 settembre 2020


Prima di essa c’era la sola comunicazione non verbale, cioè quella delle movenze, delle posture, della gesticolazione, delle espressioni facciali. Cose che abbiamo in comune con le altre specie animali. Tuttavia, nell’homo sapiens, c’è anche l’uso delle dita per indicare l’oggetto che si vuol porre all’attenzione degli altri. 

Luigi Zizzari - Comunicanti
La comunicazione non verbale nasce con le prime forme di coscienza che, anche se non razionale, danno comunque il senso di sé come soggetto distinto dagli altri e a riconoscere l’intenzionalità altrui proprio attraverso questa forma di comunicazione “fisica”.

Nell’uomo, con la formazione della neocorteccia e, grazie anche alla maggiore complessità della socialità, si sviluppa la coscienza di ordine superiore che permette la nascita del linguaggio verbale.

Alcuni ritengono che la comunicazione verbale si sia sviluppata all’incirca diecimila anni fa, forse, anche alcune migliaia di anni prima, ma questa è cosa difficile da appurare.

Con la comunicazione verbale, l’uomo ha la possibilità, di descrivere le proprie emozioni, di esplicitare le proprie intenzionalità, comunicare conoscenze, accelerare i processi di apprendimento e poi a trasmettere conoscenze in forma scritta: cose che non sono possibili con la comunicazione non verbale.

Sebbene, anche questa giovane forma di comunicazione sia soggetta a errate interpretazioni e fraintendimenti, è molto più puntuale della più antica comunicazione non verbale.

Se dovessi utilizzare una parola chiave per indicare il perché ciò sia stato possibile, userei la parola “complessità”.

In effetti, l’accresciuto livello di complessità della socialità sviluppatesi nella specie umana, ha spinto il processo evolutivo dell’homo sapiens a cercare nuove e più performanti forme di comunicazione, in quanto il livello non verbale non era più in grado di soddisfare esigenze e necessità che si profilavano con le prime forme aggregative e organizzate dell’uomo.

Il linguaggio verbale assorbe, senza sostituirsi a essi, anche quei tratti distintivi del comportamento animale (e dell’uomo primitivo) che sono espressione dei sistemi motivazionali sociali e che, in precedenza, si manifestavano solo attraverso il linguaggio non verbale.

Ciò significa che il linguaggio verbale non è solo comunicazione di conoscenze, pensieri, intenzioni ed emozioni, ma assume anche carattere di relazione.

È proprio nel carattere di relazione che possiamo riconoscere l’espressione dei sistemi motivazionali sociali: la competizione, il rango sociale, la pariteticità, la cooperazione, l’affiliazione.

E non solo. A esempio, il sistema dell’attaccamento (e accudimento), quello sessuale e della ricerca si manifestano anche attraverso l’uso del linguaggio verbale.

Attraverso il modo e lo stile con cui comunichiamo, affermiamo i nostri intenti di rango, di apertura o chiusura verso l’altro, la disponibilità (o meno) a una relazione paritetica e/o cooperativa, le aspirazioni di affiliazione.

A esempio, se dico “dammi quel bicchiere” indico non solo l’intenzione di avere quel bicchiere ma genero anche un modo gerarchico nel rapportarmi nei confronti dell’altro, dò un ordine. Ma se dico “mi dai quel bicchiere?”, mi pongo in una relazione paritetica o cooperativa.

Se proferisco un secco “no” a una richiesta o proposta, indico una mia chiusura o rifiuto di affiliazione o di cooperazione. Al contrario, se invece del “no”, dico, “ci vorrei pensare su”, o “vediamo se è possibile”, lascio aperta una finestra: cambia il senso dell’intenzionalità.

In pratica, con il linguaggio verbale posso determinare o indicare il tipo di relazione che intendo instaurare.

Ma in che modo, il linguaggio verbale può avere a che fare con la timidezza?

Il linguaggio verbale, come anche la comunicazione non verbale, ha due o tre attori: colui che proferisce, colui che per comprendere il senso e il significato di ciò che gli viene comunicato deve “decodificare” il messaggio; lo spettatore.

I silenzi di una persona timida, nelle conversazioni, non offrono modi verbali per comprendere le sue intenzionalità se non ricorrendo alla codifica del più antico linguaggio non verbale che si poggia sul solo comportamento ma che pone un serio problema di corretta interpretazione. 

Una voce sommessa o tremolante, così come il non saper dire “no”, pone l’altro in un rapporto gerarchico superiore.

Un fattore importante, nella comunicazione verbale, è l’ascolto attivo, cioè ascoltare con attenzione e disponibilità alla comprensione di ciò che l’interlocutore intende esprimere.

Interrompere una persona che si sta esprimendo è un atteggiamento di non ascolto. Ascoltare fino in fondo l’interlocutore significa anche inviargli un messaggio di apertura, è come dirgli: “Ti ascolto perché ho rispetto per la tua persona, perché mi interessa conoscere il tuo pensiero e lo voglio comprendere appieno”.

Nella comunicazione verbale c’è un aspetto su cui bisogna prestare attenzione: la complementarietà.

La complementarietà si basa sulla differenza dei contenuti. Esprimere contenuti differenti non significa avere, necessariamente, idee diverse. Spesso, in una discussione su un determinato tema, i partecipanti esprimono il proprio pensiero affrontando la questione in oggetto, analizzando la problematica secondo un determinato aspetto, un “angolo di lettura”.

Apparentemente, questa differenza di contenuti, può sembrare un dissenso, una diversità concettuale antagonista al nostro pensiero personale, ma nella realtà, questa differenza è solo uno dei tanti aspetti di uno stesso tema. È la complementarietà.


In altre parole, più aspetti possono concorrere a delineare i tratti complessivi di un tema che ha una pluralità di sfaccettature.

Il problema della complementarietà nel confronto verbale è che viene spesso confusa con la diversità o contrapposizione di vedute.

Ovviamente c’è anche la diversità concettuale, ideologica, ecc., ma questa è un’altra storia.



31 agosto 2020


Il bisogno e il desiderio di appartenenza sociale costituiscono una esigenza basilare nella vita degli esseri umani.

L’homo sapiens è l’animale più sociale nell’intero panorama delle specie viventi.

AggiunElena Merlino - mettermi a nudo 3

Il percorso evolutivo della nostra specie e la comparsa della coscienza di ordine superiore, sono dovute proprio allo sviluppo della socialità che ha raggiunto un elevato livello di complessità e articolazione che si è ampliato con la nascita del linguaggio verbale.

In tal senso va notato che questo processo evolutivo è possibile grazie alla formazione, nel nostro sistema cerebrale, dei sistemi motivazionali sociali quali il sistema paritetico cooperativo, quelli comunicativi e conoscitivi superiori, dell’intersoggettività e le forme più evolute dei sistemi motivazionali presenti anche negli altri mammiferi: il sistema competitivo del rango, il sistema dell’affiliazione e quello sessuale.

Del resto, questi sistemi motivazionali si attivano all’interno della dimensione interpersonale che caratterizza la vita umana.

24 agosto 2020


Difronte ai continui insuccessi relazionali, la persona timida, cade nello sconforto, presa dalle emozioni della tristezza da una parte e, dall’altra, dal timore dei giudizi negativi altrui, della sofferenza che le inefficaci interazioni sociali possono comportare.

Vincenzo Di Martino - Senza Identità
Sentendosi in una condizione border line sull’essere parte del gruppo in cui aspira a essere accettato, subentra anche il dolore della non appartenenza sociale.

Nella sua mente si presenta solo l’idea di un passato fatto di debacle, mai di eventi positivi anche se ci sono.

Quando un insuccesso va ad aggiungersi a una lunga storia di fallimenti relazionali, l’ansioso sociale cerca, nel suo dialogo interiore, le ragioni del proprio fiasco.

17 agosto 2020


Nella timidezza, come nelle altre forme di ansia sociale, la persona tende a focalizzare sui propri stati interiori le attività di pensiero.

Elena Vichi - animus
Sono processi mentali automatici e altri lo diventano nel tempo. Proprio per la loro automaticità, sfuggono allo stato cosciente. L’individuo, durante tale attività mentale, non ha consapevolezza di questo stato di cose.

Anche quando medita sulle proprie esperienze, sui comportamenti altrui, il suo pensiero, le sue valutazioni, ha come riferimento di pertinenza sé stesso, i suoi stati emotivi, le cognizioni inconsce che su sé stesso, su sé con gli altri, sugli altri.

11 agosto 2020

“Agli altri risulto antipatico”; “Le persone mi guardano e pensano male di me”; “Gli altri non mi degnano di attenzione”; “Lui/lei ha attraversato la strada per evitarmi”; “gli amici non si degnano mai di invitarmi”; “Le/gli ho chiesto di uscire con me, ma ha trovato una scusa per dirmi di no”.

Queste e altri tipi di considerazioni sono frequenti nelle persone timide che vivono con difficoltà le interazioni interpersonali.

Aggiungi didascalia
Spesso tali valutazioni scaturiscono da distorsioni cognitive quali la lettura del pensiero, il pensiero dicotomico, l’inferenza arbitraria, l’astrazione selettiva, la personalizzazione.

Inoltre, l’assegnazione di sensi e significati dei comportamenti si basano sulla storia esperienziale ed emotiva della persona e, nel caso di tanti ansiosi sociali, da un insufficiente apprendimento dei modi comportamentali e verbali negli ambiti sociali; spesso dipendono anche dalle aspettative riposte negli altri.

Nel relazionamento verbale, qualora la persona timida ha problemi e difficoltà nelle conversazioni e nell’esprimere pensieri, pareri ed emozioni, la mancanza di esercizio alla verbalità, può generare un linguaggio molto personale non propriamente in uso nella comunità o gruppo di riferimento. Può accadere che si fa ricorso a significati non comuni nel linguaggio altrui.

3 agosto 2020


Il tema del fallimento di sé come persona è uno di quei sentimenti che emerge sia nei pensieri, sia emotivamente, quando una esperienza si consuma con un insuccesso, talvolta anche solo apparente, e quando questa va ad aggiungersi a una storia personale di insuccessi relazionali.
Edvard Munch -  Ashes

Nella mente della persona timida, l’insuccesso non è considerato un incidente, un fatto circostanziale. L’equazione insuccesso uguale fallimento di sé come persona è quasi sistematico; l’idea del fallimento riferita a sé, è generalizzante.

Le cause vengono sempre collegate a qualità negative che si ritiene di avere. In questi casi a prevalere è il pensiero emotivo, mai quello squisitamente razionale, anche se il soggetto timido considera le sue conclusioni del tutto razionali.



28 luglio 2020


Capita alle persone timide di trovarsi in difficoltà quando nelle conversazioni con amici o conoscenti si discute di argomenti generici, del più e del meno, i cosiddetti argomenti banali.
Simonetta Massironi - presenza

In tali situazioni il soggetto timido fa scena muta. “Non so che dire”; “penso che dovrei dire cose importanti”; “le conversazioni banali non sono per me”; “non trovo interessanti le discussioni banali”.


La persona timida si sente spiazzata, priva di argomentazioni, avverte i temi in discussione non adatti a sé.


Spesso, considera le conversazioni banali come inutili, senza senso, pregne di superficialità.


Eppure, le conversazioni banali, per quanto possano apparire tali, svolgono un ruolo importante per le relazioni interpersonali.



21 luglio 2020


Negli stadi evolutivi del cervello, le emozioni sono comparse prima, in particolare con la formazione degli strati superiori del tronco encefalico e, soprattutto con quella dell’area limbica. La razionalità è, invece, evolutivamente giovane ed è stata resa possibile con la formazione della neocorteccia.


Gonsalves - hinh anh
Le capacità razionali sono la conseguenza dell’accresciuta complessità dell’organismo umano che si è trovato a far fronte allo sviluppo di una socialità assai articolata e composita che necessitava di una funzione di gestione dell’emotività e della socialità.

Sappiamo che le emozioni sono processi che si attivano in modo parallelo in una pluralità di aree limbiche e di aree al confine tra tronco encefalico e cervello mammifero.


12 luglio 2020

“Gli altri sanno sempre cosa dire”;” loro sono più svegli di me”, “non mi sento all’altezza”; “mi sento inferiore a loro”; “vedo persone abili con gli altri, mentre io non ci so fare” “gli altri hanno tante amicizie e io sono senza amici/che”.
Sono alcune delle frasi che si sentono proferire dalle persone timide.
Federica Gionfrida - Dubbi

Sentono che il mondo scorre felice intorno a loro: Persone che primeggiano, altre che hanno successo, altre ancora a cui riesce facile accoppiarsi, altre ancora che fanno facilmente amicizia.


Guardano questo mondo di persone che riescono e le confrontano con sé stessi, con ciò che non riescono a fare. Pensano al proprio sé ideale e a quello che, invece, sentono di essere nella realtà.


6 luglio 2020


Secondo la teoria transazionale le persone che ritengono gli altri non affidabili sono ascrivibili a due categorie che sono sintetizzate nelle proposizioni: “io sono ok, tu non sei ok” e “io non sono ok, tu non sei ok”.

Dozza - il guardiano
Secondo la visione cognitivista, sono persone che nei primi anni di vita, spesso fino all’adolescenza, hanno vissuto l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento in termini di sofferenza emotiva.

Genitori che nell’interagire col neonato o l’infante, alle richieste di attaccamento (cura, sostegno, conforto, protezione) apparivano distratti, assenti, distaccati, in modo costante o alternato. I genitori che hanno questi tipi di comportamento nei confronti dei figli, neonati o infanti, sono spesso persone con problemi psicologici irrisolti, o alle prese con dipendenze varie, depressi, sociopatici, alcolizzati, tossicodipendenti, ma in altri casi sono inadeguati, impreparati al ruolo genitoriale.


Le credenze di base riguardanti la definizione dell’altro, che si vanno formando in tali contesti sviluppano l’idea dell’altro come non affidabile, come soggetto su cui non si può contare.

Successivamente si sviluppano credenze intermedie, assunzioni e motti, tutti incentrati sul tema dell’inaffidabilità. Si tratta di idee spesso generalizzanti: “la gente è egoista”; “le persone sono superficiali”; “certa gente si dimostra poco seria”; “non ci si può fidare delle persone”. Il mondo degli umani è visto come zeppo di trappole, di pericoli immanenti.


Il contenuto principale di tali cognizioni che determinano le regole del comportamento è quello che si può e si deve contare solo su sé stessi.


Questa visione implica che non va richiesto mai l’aiuto di qualcuno, che non si può contare sull’affettività sincera degli altri, sulla loro solidarietà o vicinanza.


Ritenendo di non poter contare sugli altri, l’ansioso sociale, la persona timida, si affida alle sole proprie forze; tende al ritiro sociale; nei momenti di crisi interiore si isola, si allontana, evita l’incontro, convinta com’è che deve risolvere i propri problemi da sola.


Le relazioni interpersonali, quelle amicali e i rapporti di coppia ne risentono negativamente. Amici e partner sono messi spesso alla prova.


La persona che ha un apparato cognitivo condizionato dal tema dell’inaffidabilità altrui avverte il pressante bisogno di controllo, di monitorare l’altro/a per verificare la sua effettiva affidabilità, ma soprattutto, cerca conferma dell’esattezza delle proprie cognizioni, dei propri convincimenti.

Quando si vuol cercare per forza il pelo nell’uovo, lo si trova anche quando non c’è! Indipendentemente dalle reali intenzioni altrui, qualsiasi parola, frase, atteggiamento, movenza corporea, comportamento può essere interpretato in modo funzionale alle proprie cognizioni sugli altri. 


Quando ripone delle aspettative sull’altro/a, lo fa con la mente centrata su sé stessa, sui bisogni personali e pensa come se i propri schemi mentali siano prerogativa comune.

Ciò rende l’altro/a una persona non persona. Non si prende in considerazione il fatto che ogni individuo ha bisogni e problemi propri, con schemi mentali propri, un modo personale di pensare, un proprio modus vivendi. 


Ciò non significa che la persona timida non sia razionalmente cosciente che ciascun individuo abbia una propria personalità, ma solo che il sistema delle aspettative sugli altri, verte su una condizione mentale egocentrica condizionata dalle emozioni. In tale stato, non è lucidamente consapevole di ignorare le identità altrui.


Sic stantibus rebus, i rapporti di coppia, ma anche quelli amicali, riscontrano alti livelli di criticità e, per ciò, spesso si giunge allo scioglimento del rapporto. Il/la partner viene a trovarsi in una condizione in cui gli è difficile sostenere una relazione caratterizzata da problemi nella comunicazione e nel comportamento.

Ciò è reso ancora più complesso per via del fatto che le aspettative sull’altro/a sono generalmente silenti, cioè non dichiarate verbalmente. Va tenuta in considerazione anche che, in una relazione interpersonale, i comportamenti e la comunicazione verbale di un individuo sono influenzati dalla propria interpretazione del linguaggio verbale e del comportamento di chi interagisce.


In conclusione, l’ansioso sociale, il timido, che vive una condizione mentale caratterizzata da credenze e assunzioni sugli altri centrate sull’inaffidabilità, ha una pessima vita sociale.




30 giugno 2020


L’affettività, in linea generale, è attinente a sistemi motivazionali dell’attaccamento e accudimento. Ciò non significa che non ci siano interazioni con altri sistemi motivazionali come, a esempio, quello sessuale, quello cooperativo e quello dell’affiliazione. 

Katiuscia Papaleo - incontro fra il conforto e la paura

L’uomo, sin dalla nascita, avverte il bisogno di essere sostenuto, confortato, aiutato. Egli avverte l’esigenza o necessità di vicinanza, complicità solidale, affetto da parte delle figure che considera significative nella propria vita.


I sistemi dell’attaccamento e accudimento li riscontriamo anche nei mammiferi e negli uccelli, soprattutto nel mondo animale che ha sviluppato una forte attitudine alla socialità.


Possiamo affermare che la socialità costituisce la chiave di volta per lo sviluppo, in termini evolutivi delle specie, per la comparsa dei sistemi motivazionali sociali.


24 giugno 2020


I bisogni inappagati, elicitati dai nostri sistemi motivazionali sociali, ci spingono a ricercare, nei comportamenti delle persone con cui ci relazioniamo, il loro soddisfacimento: L’accettazione sociale, l’affettività, la sessualità, la solidarietà, la comprensione, il conforto, la complicità delle persone per noi significative, il riconoscimento della nostra dignità come persona.
Elena Vichi - la sete - della serie

Già alla nascita, il sistema dell’attaccamento, induce il neonato a riporre delle aspettative nella figura del caregiver (la persona accudente che in massima parte è ricoperta dal genitore). È proprio in base a queste aspettative che l’infante comincia a formare le prime cognizioni del sé, del sé con gli altri e dell’altro.


Dunque, le aspettative, che riponiamo verso l’altro/a o verso noi stessi, sono espressione di nostri bisogni, aspirazioni, desideri personali. Allo stesso tempo sono anche speranze.


In quanto espressione dei nostri bisogni personali, le aspettative fanno riferimento alla nostra idea dell’altro e di noi stessi, si tratta dell’idea desiderata del sé e dell’altro. L’altro/a come noi vorremmo che fosse, noi stessi come vorremmo che fossimo. 


L’idealizzazione della figura dell’altro/a o di noi stessi può tramutarsi in distorsioni cognitive quali il mito del vero amico/a, il ragionamento dicotomico, la lettura del pensiero, l’astrazione selettiva.


Nelle persone timide, tali aspettative assumono rilevanza particolare tale da diventare, quando insoddisfatte, strumento inconscio di convalida e rinforzo delle cognizioni disfunzionali proprie.


In questi casi, il far coincidere le aspettative con le nostre idealizzazioni, nei modi e nelle forme, finisce col disegnare un interlocutore espropriato della propria identità, personalità, cultura, indole, stile del modus vivendi.


Nel vivere le relazioni di coppia, il bisogno di certezze induce l’ansioso sociale ad attivare assunzioni e regole implicite per monitorare l’altro/a, attraverso il suo comportamento, sulla sincerità dei suoi sentimenti verso la nostra persona. Con queste regole implicite egli verifica che i comportamenti del partener non siano dissimili da quelli attesi che sono assunti con la logica del tutto o niente. Tale atteggiamento mentale è tale da non dare all’altro/a alternative comportamentali in termini di possibilità e opportunità.


Da ciò, quando il comportamento dell’altro/a non coincide con le proprie stringenti attese, deriva quel sentimento che induce l’ansioso sociale a percepirsi come vittima degli egoismi, delle discriminazioni e dell’indisponibilità altrui. Fattori, questi, che inducono a pensare a un mondo ostile.


È chiaro che le aspettative verso gli altri, facendo riferimento a idealizzazioni, non risultano corrispondenti al mondo reale e ciò comporta vivere l’esperienza della delusione che, spesso, porta a sentimenti di rancore e/o sfiducia verso gli altri.

In questo andazzo l’interpretazione dei comportamenti altrui gioca un ruolo primario.

L’ansioso sociale ha poca dimestichezza, sia coi linguaggi sociali non verbali, sia con quelli verbali. La causa di ciò è da ricercare in vari fattori: nel mancato apprendimento dei modelli di relazionamento sociale; nell’insufficiente esercizio delle abilità sociali quando sono possedute; nell’ottundimento delle capacità logiche dovute all’inibizione ansiogena; nel condizionamento operato da un sistema di schemi cognitivi disfunzionali, nella centralità assunta dai flussi di pensiero negativi che assorbono gran parte delle capacità attentive;  nella tendenza a dar valore ai contenuti delle distorsioni cognitive che si sono formate nel corso della storia emotiva ed esperienziale della persona ansiosa.


Le aspettative vero l’altro/a adulto/a sono, generalmente, silenti, cioè non dichiarate. La persona timida dà per scontato che l’interlocutore/ce sia nelle condizioni di comprendere ciò che ci si aspetta dal lui/lei, quasi come se si avesse il potere di leggere nel pensiero.


In genere ci si affida a linguaggi non verbali che, talvolta, non sono corrispondenti a un linguaggio comune.


La mancata dichiarazione verbale delle aspettative costituisce un altro fattore di incomunicabilità e incomprensione delle emozioni e degli intenti del soggetto timido.


Ciò rende chiaro quanto sia importante la comunicazione verbale che è unica forma di linguaggio capace di esplicitare emozioni, sentimenti e idee.


Le aspettative non sono solo riposte verso gli altri ma anche verso sé stessi. Nel momento in cui osserva la discrepanza tra il sé che si manifesta nell’interazione interpersonale e il sé desiderato e ideale, la persona timida procede a una svalutazione di sé, a confermare e rafforzare le credenze disfunzionali che ha sulla propria persona. È un sentimento che conduce a un forte, cattivo e impietoso giudizio negativo sulla propria persona.



17 giugno 2020


Se l’indecisione è uno stato di stallo mentale vissuto nel presente, l’insicurezza è una condizione più profonda e permanente che può diventare un tratto caratteriale della persona.

E. Giannelli - identità alterate

Si tratta di una condizione mentale di fondo che attinge a una scarsa fiducia nei propri mezzi. Non a caso, bassa autostima e insicurezza sono strettamente collegate.


La paura è l’emozione dominante che condiziona sia il pensiero rendendolo emotivo, sia i comportamenti.


La persona timida, e gli ansiosi sociali in generale, sono pervasi da diverse paure:


  • Di essere incapaci di fronteggiare le situazioni con efficacia.
  • Di non essere sufficientemente abili nel relazionarsi agli altri.
  • Di sbagliare.
  • Di incorrere nel giudizio negativo altrui.
  • Di avere comportamenti non adeguati alle circostanze.
  • Che le proprie presunte incapacità o inabilità sociali appaiano evidenti agli altri.
  • Di arrecare danno a sé stessa.
  • Di subire danni arrecati da altri in conseguenza di propri comportamenti inefficaci.
  • Che la propria timidezza o ansia si manifesti in modo visibile.
  • Di essere inopportuno.
  • Di subire un rifiuto o l’esclusione.
  • Di non essere all’altezza delle situazioni o delle persone con cui interagisce.
L’insicurezza, dunque, si configura come espressione del timore della sofferenza. È una condizione di stallo tra la scelta di vivere l’esperienza e il rischio considerato immanente e certo (o quasi) della sofferenza. È uno stato di crisi nella scelta tra il perseguimento dello scopo  o dell’antiscopo. È un conflitto tra pensiero razionale e pensiero emotivo.

L’insicurezza è attinente al sistema cognitivo di definizione del sé, del sé con gli altri e degli altri, quindi, alle credenze di base e a quelle intermedie.


Benché affonda le sue radici nel sistema cognitivo sostanzialmente inconscio, e nonostante attinga alla propria storia emotiva e degli insuccessi vissuti, l’insicurezza si riferisce al futuro.


Questa è la ragione per la quale la mente della persona insicura è pervasa da continui flussi di pensieri automatici negativi, di tipo previsionale e di valutazione di sé.


Giacché i pensieri automatici previsionali degli ansiosi sociali valutano le sole ipotesi negative di svolgimento dell’esperienza prossima a venire e, quindi, di esiti e conseguenze negative, percepiscono il futuro come luogo insicuro, portatore di insidie.


Le persone insicure si percepiscono fragili, vulnerabili, precari, limitati nelle possibilità. Sentono il pressante bisogno di certezze perché sono le uniche a garantire loro un “attracco sicuro”.


L’incertezza, la variabilità delle configurazioni della realtà futura, l’indeterminazione, le spaventano poiché ritenute espressione di rischio. Si tenga presente che il rischio, nei pensieri previsionali, coincidono con l’idea dell’insuccesso con un livello di probabilità quasi pari a 100 o certo.


È chiaro che, avendo credenze sul sé come individuo incapace, inabile socialmente, non amabile o non interessante come persona, gli ansiosi sociali non possono che sviluppare pensieri di tipo previsionali incentrati sul fallimento, sull’esclusione sociale, sull’essere giudicati negativamente, su un futuro di solitudine.


Provenendo da una attività valutativa del sé in chiave negativa, le persone timide vivono tutte le esperienze ansiogene all’insegna della paura, dell’attivazione dell’inibizione ansiogena.


Nonostante il loro desiderio di appartenenza sociale, di vita attiva e costruttiva, il soggetto timido alla fine sceglie la strada dell’evitamento che diventa il suo modus operandi ogni qual volta è pervaso dal sentimento dell’insicurezza.



10 giugno 2020


Negli ansiosi sociali, e quindi anche nelle persone timide, l’indecisione è la conseguenza di perturbazioni negative nei flussi di pensiero e degli stati emotivi che si vivono nei momenti in cui si è in procinto di fare delle scelte.


Bizzozero Laura - oscuramento
Il pensiero è emotivo quando, la mente elabora dati mnemonici della storia esperienziale e delle cognizioni strutturali sotto la pesante influenza degli stati emotivi,. 

L’indecisione, come processo cognitivo è riferita al futuro ma, come accennato, poggia sulle cognizioni di base o derivate, riguardanti le descrizioni del sé, del sé con gli altri, degli altri e del mondo sociale, in pratica parte dal passato.


9 giugno 2020


Le persone timide non osservano in modo oggettivo sé stessi.
Quando meditano sul proprio carattere, sui propri comportamenti, nel loro di relazionarsi agli altri, lo fanno sull’onda emotiva di percepirsi.

Vincenzo Di Martino - Il cacciatore di se stesso

A loro, i propri pensieri di valutazione del sé, appaiono razionali, li considerano come il risultato di un pensare realistico. Valutano la propria storia esperienziale sulla base degli insuccessi vissuti, delle difficoltà nell’interagire con gli altri, dei problemi di inserimento sociale. L’analisi che svolgono su sé stessi guarda ai risultati, agli effetti che il relazionamento produce. In pratica osservano i risultati finali e da questi ne traggono conclusioni. 


I timidi, quando cercano le cause, le ragioni della propria condizione, finiscono col pensare di essere degli incapaci nel fronteggiare le situazioni, inabili nel relazionamento sociale, di non suscitare interesse negli altri, di essere sbagliati o difettosi per nascita, in certi casi, non amabili come persona, oppure addirittura inferiori agli altri. Altri puntano la loro osservazione sul proprio corpo, sulle fattezze fisiche.


Perché succede tutto questo?

Alla radice, nel livello inconscio, ci sono le credenze di base o quelle derivate dalle prime, le credenze secondarie. Le cause delle loro difficoltà fanno riferimento a queste cognizioni strutturali. Si giunge alla deduzione di essere inadeguati perché tali conclusioni sono coerenti col sistema cognitivo del sé che li definisce in tal modo.


Si tratta di un sistema cognitivo che si è formato, in gran parte, durante l’infanzia e l’adolescenza sulla base delle esperienze di relazione avute soprattutto con i caregiver (gli accudenti, principalmente i genitori) e sono state memorizzate attraverso le emozioni provate.


In pratica, è un sistema cognitivo che si è costituito sulle emozioni vissute.

Se questo rapporto con i caregiver è un continuum di modi costanti e ripetitivi di relazionamento, le cognizioni non subiscono invalidazioni e le riscritture della memoria confermano la loro validità di partenza. Le cognizioni strutturali si irrigidiscono e l’ansioso sociale le porta con sé anche in età adulta.


La persona timida adulta si ritrova con un sistema cognitivo sul sé tanto rigide che non ha potuto modificare attraverso le capacità di elaborazione astratta critica che si acquisisce sul finire dell’adolescenza.


Allo stato cosciente si rende anche conto dell’irrazionalità del proprio percepirsi. Purtroppo conscio e inconscio operano su livelli differenti. Mentre il primo è capace di analisi critica complessa, il secondo è un processo automatico che memorizza solo dati emotivi che non hanno accesso alle funzioni cerebrali superiori di elaborazione.


Il risultato è che il suo pensare razionale subisce il pesante e determinante condizionamento delle emozioni: il pensiero diventa emotivo perché i processi di valutazione logica si poggiano su dati di conoscenza emotiva e non oggettiva. 


Per fare un paragone banale, ma che rende l’idea, è come se un matematico a cui è stato insegnato che 2 più 2 fa 5, giunge nei suoi calcoli sempre a risultati errati, non perché non sia capace di ragionare razionalmente e logicamente, ma perché i suoi calcoli si basano sul dato sbagliato che la somma di 2 più 2 è 5.


I dati di definizione del sé memorizzati nella mente della persona timida sono di carattere emotivo e, pertanto, non riflettono la realtà oggettiva.


Maggiore è il carico emotivo elicitato, maggiore è il discostamento dalla realtà.


In definitiva, quando l’ansioso sociale pensa su sé stesso, si pone come osservatore emotivo senza che il suo sistema cognitivo inconscio riesca a cogliere la realtà causale della propria personale condizione.




25 maggio 2020


II Parte



I timidi e la paura


Le persone reagiscono agli stimoli in modo soggettivo, in base alla propria storia esperienziale, emotiva e in base al proprio sistema cognitivo soprattutto di livello inconscio. 
Mario Fanconi - paura

Faccio un esempio. Se Pinco, sulla base delle proprie esperienze trascorse, ha maturato la paura dei cani, valuterà la presenza di un cane come un pericolo ad altissima probabilità o di certezza che il rischio si verifichi; ma Wilma, che non ha paura dei cani, valuterà la sua presenza senza avvertire alcun pericolo. In Pinco scatta la paura, in Wilma no.


Faccio un altro esempio. Poniamo che Crizia vorrebbe inserirsi in una discussione tra amici.  Ma poi nella sua mente cominciano a transitare pensieri previsionali: “e se dico cose strane? Penseranno che sono stupida”. Questo pensiero la convince che il rischio di un giudizio negativo è davvero troppo alto, anzi, succederà proprio questo. Il rischio diventa una quasi certezza. Crizia è presa dalla paura del giudizio altrui. Giacché il rischio è valutato come certo o quasi, la paura innesca altri processi, quelli di difesa che possono manifestarsi in termini di fuga, estraneazione, immobilismo. L’organismo mette in atto le sue strategie che si manifestano, a esempio, nella scena muta.



19 maggio 2020

I parte

La natura della paura


La paura è una emozione che, come tutte quelle primarie è riscontrabile in tutte le specie animali.

Neurobiologicamente la paura non ha una sede precisa che la produce, ma un insieme di aree cerebrali interagenti che coinvolgono soprattutto l’area limbica e la corteccia, ma partecipano a questo processo anche aree del tronco encefalico. Il tutto comunque parte dalle aree deputate alla trasmissione dei dati provenienti dai centri sensitivi (tatto, vista, udito, olfatto).

Nicoletta Spinelli - Presagio coscienza rinuncia

Nella specie umana entra in gioco anche la neocorteccia che in questo processo ha il compito di gestione dell’emozione attraverso le attività di valutazione degli stimoli grazie alla coscienza di ordine superiore.


In prima istanza, la paura si configura come processo automatico ad opera delle aree cerebrali evolutivamente più antiche dell’organo cerebrale (area limbica e tronco encefalico, vedi evoluzione del cervello).


In questa fase, trattandosi di processi automatici (soprattutto omeostatici), la paura viene rappresentata nel cervello grazie alle mappature del corpo e dell’ambiente fisico che sono tutti processi innati negli organismi pluricellulari complessi. Non essendoci elaborazione “razionale”, questi processi sono velocissimi.


In seconda istanza, le informazioni giungono all’area neocorticale (propria dell’uomo) che valuta l’effettiva portata dello stimolo.


11 maggio 2020



II parte



Il variegato mondo delle emozioni

In generale, le emozioni sono processi attivanti dell’attenzione, e possono essere espressione di accettazione o rifiuto dell’esperienza.

Il modo più comune di categorizzare le emozioni è quello di suddividerle in primarie e secondarie, ma da un paio di decenni si è fatta strada una suddivisione ternaria. Io mi riferirò a quest’ultima.

Alexandra Levasseur - s.t.

Abbiamo tre categorie di emozioni, primarie o universali, secondarie o sociali, di fondo.

  • Le emozioni primarie o universali. Gioia, tristezza, paura, rabbia, sorpresa, disgusto. Sono tutte osservabili, nel senso che possiamo percepire tali emozioni negli altri soprattutto attraverso le espressioni facciali e il linguaggio non verbale in generale. Il fatto che siamo in grado di avvertire tali stati emotivi negli altri, non significa però che possiamo comprendere gli stati mentali che comportano nel soggetto che le vive nella sua soggettività. Chiaramente, ogni emozione primaria si coniuga in diverse in diverse sfumature (vedi elenco delle emozioni). Variazioni che dipendono dal sistema motivazionale attivato e dal grado di intensità. Nelle ansie sociali, l’emozione dominante è la paura, soprattutto collegata al sistema motivazionale del rango o competizione. 
  • Le emozioni secondarie o sociali. Imbarazzo, gelosia, orgoglio. Comparse nel corso dell’evoluzione della specie con lo sviluppo della socialità, quasi sempre collegate al sistema motivazionale del rango, dell’accudimento e del cooperativo.Possono anche essere considerate delle varianti evolutive delle emozioni primarie. L’imbarazzo, come la vergogna, sono anch’esse tipiche delle ansie sociali.
  • Le emozioni di fondo. Benessere, malessere, calma, tensione. Possono essere stati di innesco delle emozioni, oppure elementi costitutivi di queste. Mentre le emozioni primarie e secondarie hanno una durata molto breve, quelle di fondo sono più prolungate e visibili. Quando le emozioni di fondo si protraggono per ore o giorni, sfociano nella forma dell’umore.

8 maggio 2020



I parte

Introduzione


Ci sono due tipologie di emozioni, quelle omeostatiche, regolatrici delle funzioni corporee e quelle comunemente intese.


In questo articolo ci interesseremo di quelle che nel linguaggio comune intendiamo per emozioni.


Da un punto di vista neurologico, fino a pochi decenni fa, si riteneva che l’area deputata alle emozioni fosse l’amigdala; poi si è scoperto che sono il risultato di interazioni e attività, simultanee, di diverse aree del cervello.



28 aprile 2020


Nelle ansie sociali, quindi anche nella timidezza, si registra un ampio ricorso nell’applicazione di logiche nel pensare e schemi mentali che, oltre a contenere errori di costruzione logico razionale, hanno la caratteristica di essere disfunzionali.

Il primo a evidenziare l’uso di queste idee disfunzionali fu Albert Ellis che le chiamò “idee irrazionali”, sottolineando il carattere illogico di tali idee; Aaron Beck le chiamava “distorsioni cognitive” che, così, stigmatizzava le peculiarità distorsive dell’interpretazione di fatti ed esperienze proprie di tali schemi logici.
Rosanna Candido - ha perso la testa

Gli errori di costruzione logico-razionali sono fallacie logiche e, in quanto tali, questi processi mentali capitano a tutti, anche perché, in gran parte sono appresi negli ambienti sociali in cui si nasce e si cresce (soprattutto in famiglia).


Tuttavia il loro uso, mentre nella normalità, è sporadico, occasionale, nei disagiati sociali si verifica con grande frequenza, quasi sistematica. In pratica tra normalità e disagio la differenza è quantitativa.


La loro disfunzionalità sussiste in quanto non favoriscono il raggiungimento degli scopi essenziali, e perché hanno, in comune, alcuni fattori che li caratterizzano.


  • Producono sofferenza interiore in quanto favorisce il persistere degli stati emotivi sottostanti il disagio esistenziale; 
  • Tendono a codificare gli input informativi in maniera deformata, a interpretare in modo distorto la realtà oggettiva confermando la validità degli schemi cognitivi disfunzionali;
  • Le modalità interpretative sono assai poco differenziate tra loro;
  • Non permettono l’invalidazione delle cognizioni disfunzionali attraverso l’esperienze della vita reale; per cui le credenze a sola base emotiva e non razionale diventano impermeabili alle nuove informazioni e, quindi, impenetrabili ai processi cognitivi di reiscrizione dei dati di conoscenza.


20 aprile 2020


Nelle ansie sociali, quindi nella timidezza, l’arrossire è una manifestazione di imbarazzo o vergogna.

Massimo Orsi - vergogna

A livello neuropsicologico si verifica quando sono attivati uno o più sistemi motivazionali: Rango sociale o competitivo, cooperazione e, se associato a uno dei due precedenti sistemi, quello sessuale. Si tratta, dunque dei sistemi motivazionali evolutivamente più giovani e legati alla socialità.


Le emozioni di sofferenza collegati ai sistemi motivazionali subentrano per effetto del mancato raggiungimento degli scopi perseguiti, la percezione di fragilità avvertita.


14 aprile 2020


Nel momento in cui una emozione si esplicita in segni fisici, movimenti e posture osservati da terzi individui che ne ricevono una “impressione”, l’espressione emotiva diventa linguaggio. Il linguaggio non verbale è, dunque, espressione diretta degli stati emotivi.

Sulla scena della vita animata compare con le prime forme di organismi pluricellulari complessi del mondo animale. Lo ritroviamo persino nei rettili inferiori il cui cervello è composto dal tronco encefalico (detto anche cervello rettiliano). 

antony williams - kelly in profile

Con l’evoluzione delle specie animali anche il cervello si espande e, con la comparsa dei mammiferi, vede la formazione dell’area limbica in cui le emozioni espandono il loro raggio di azione generando le due emozioni di base, il piacere e la sofferenza.


I rettili non provano né piacere, né sofferenza, uccelli e mammiferi sì. Anche il linguaggio non verbale muta e si evolve di pari passo con l’evoluzione dell’apparato cerebrale.


6 aprile 2020


La percezione di sé come persona in qualche modo sbagliata è alla base del senso di colpa. 

Nicoletta Spinelli - SENSI DI COLPA

Da un punto di vista neuropsicologico, il senso di colpa è afferente all’attivazione dei sistemi motivazionali dell’accudimento, a quello cooperativo, a quello di rango (attraverso la vergogna). Si tratta dunque di una emozione sociale.


Proprio la sua natura sociale ci dà l’idea della sua dimensione interpersonale, ma anche che è il prodotto di un processo cognitivo.


Come processo cognitivo, può partire dall’interno nel senso che è riferito a comportamenti e pensieri (ma anche desideri) che sono giudicati da sé stessi, oppure essere indotto da stimoli provenienti dall’esperienza relazionale.


30 marzo 2020


La vergogna è collegata principalmente al sistema motivazionale del rango e, in qualche caso, a quelli dell’affiliazione (appartenenza) e cooperativo.

Roberta Cavalleri - vergogna

La vergogna è una emozione sociale e sussiste solo quando si è esposti al (o alla possibilità) del giudizio altrui. Tuttavia può essere provata anche in assenza di persone quando, nei pensieri transitanti nella mente, si profila l’idea del giudizio negativo degli altri.


Una emozione ad essa collegata è il senso di colpa.


24 marzo 2020


Negli ansiosi sociali si avverte il bisogno di verificare, in modo automatico e quasi sempre inconscio, i propri stati emotivi, le cognizioni sul sé, le intenzionalità, disponibilità e valutazioni giudicanti altrui. 



Quella del controllo è una attività metacognitiva che, nelle ansie sociali, è pervasiva.


16 marzo 2020

Nel mondo animale e nell’uomo, due sono le categorie emozionali di base da cui discendono tutte le altre coniugandosi in numerose varianti: il piacere e la sofferenza; i comportamentisti amano chiamarle premio e punizione.
Gianpiero Abate - Equilibrio precario

Il piacere è la risultante del soddisfacimento di un bisogno, la sofferenza è data dalla mancata soddisfazione.


Tutti gli esseri viventi perseguono il piacere, tanto da spingere Panksepp (1) a parlare di dipendenza dal piacere.


Nell’uomo che ha sviluppato, nel corso dell’evoluzione della specie, la coscienza di ordine superiore, il pensiero astratto e il linguaggio verbale, la ricerca del piacere assume aspetti contraddittori e spesso tragici.


9 marzo 2020


Già Epitteto, nel I secolo dopo Cristo, affermava che le persone non sono spaventate dai fatti ma dall’interpretazione che ne fanno.

Quello dell’interpretazione è un problema cocente ancora oggi per tutti, epperò, lo è ancora di più per gli individui timidi e per quelli in sofferenza psicologica.

Nicoletta Spinelli - Wait... 2

L’interpretazione dei fatti e dei comportamenti induce a molti errori di decodificazione nonostante la comparsa del linguaggio verbale abbia ridotto la possibilità del fraintendimento.


Nelle persone timide, l’interpretazione di fatti, eventi e comportamenti sociali in cui si è o si è stati partecipi, è in buona parte su base emotiva anche quando si svolgono attività mentali logiche.