28 settembre 2020


Per alcuni è vissuta come sfida o gara a chi dura di più, per altri come espressione di forza o di rango sociale. Per altre ancora è guardare nelle profondità dell’animo altrui. 

Una mia intima amica ha dei favolosi occhi grigio verde chiari. Adoro guardare i suoi occhi, sprizza dolcezza e bellezza, immergermi e perdermi beato in quell’infinito che vorrei scoprire, nei meandri segreti del suo animo. A volte, anche lei ricambia. Prima o poi le chiederò che effetto le fa sentirsi guardare.

Arianna Cappelletti - la-paura

Qualunque siano i modi di viverle, guardarsi negli occhi, è pur sempre comunicazione non verbale. Ciò ha le sue implicazioni al di là delle intenzioni o volontà di comunicare.

Per le persone timide è attivazione di paure.

I timori percepiti attivano i pensieri automatici negativi o sono attivati da questi.

Gira e rigira, si ha comunque a che fare con il dominio delle cognizioni.

“Che sta pensando di me?”; “ho paura di quel che potrebbe pensare di me”; “come mi giudicherà?”.

Alcune persone timide si sentono troppo fragili, indifese. Altre percepiscono un sentimento di inferiorità, altre ancora che diventi leggibile che si pensa di sé.

Ho più volte scritto, o detto, che l’altro talvolta funziona come una sorta di specchio in cui si riflettono la propria persona interiore o le idee o timori che si hanno di sé.
Ciò accade anche nell’incrocio degli sguardi.

Accennavo alle cognizioni. Ebbene, dire che entrano in gioco le cognizioni, significa che la mente della persona timida si attivano le credenze di base relative alla definizione di sé, di sé con gli altri e/o degli altri.

Nella timidezza, queste credenze descrivono un sé dalle qualità negative: essere incapace a fronteggiare con efficacia le situazioni, essere inabile nelle relazioni interpersonali, non essere amabili o meritevoli di amore, non essere interessanti come persona, essere difettosi per nascita, essere debole per carattere e/o personalità, essere inferiori, essere persona stupida.

Avendo, una o più, di queste credenze di base, il soggetto timido vive nella paura che tali presunte qualità negative possano emergere divenendo evidenti agli altri.

Questi tipi di eventualità che fanno capolino attraverso i pensieri automatici negativi previsionali inducono le emozioni della paura. La più frequente è quella di incorrere nel giudizio negativo altrui.

Con tali pensieri che, per via della loro automaticità, difficilmente si ha memoria o coscienza di averli avuti, può subentrare anche l’emozione della vergogna.

Ci si vergogna di essere inadeguati, di essere timidi, di non essere all’altezza della situazione.

Eppure queste percezioni negative di sé appartengono al solo dominio del pensiero, delle idee: non sono espressione della realtà oggettiva, ma solo della propria soggettività.

Il problema è che tali percezioni soggettive del sé, sono considerate dalla persona timida come una amara realtà.

Così prese da questi processi di auto focalizzazione che le ipotesi interpretative alternative non sono prese in considerazione e, se lo sono, vengono subito scartate. Quello che domina è il pensiero emotivo.

In sintesi, possiamo dire che il timore di guardare negli occhi o di reggere lo sguardo, ha le sue radici profonde nel sistema cognitivo inconscio che descrive un sé inadeguato.



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