7 luglio 2021


Nelle ansie sociali, la ruminazione è un processo mentale per il quale si è impegnati, in modo quasi ossessivo, nel ricordo di una esperienza, con una attività di valutazione e, al tempo stesso, di rammarico e sofferenza verso l’evento o la situazione che è stata vissuta.

Antony Williams - Margaret at ninety

L’attività del ruminare di una persona timida è caratterizzata da un lungo arco temporale che può durare da alcune ore a diversi giorni. L’individuo non riesce a smettere di ruminare.

Nei casi in cui se ne rende conto il soggetto è preso dalla ansia di voler interrompere quest’attività metacognitiva, ma più si sforza di farlo, più resta prigioniero della ruminazione.

La ruminazione, nelle persone timide, è orientata alla rivisitazione delle esperienze vissute con sofferenza.

Le esperienze vissute, soprattutto negli ansiosi sociali, sono memorizzate in associazione con le emozioni di dolore provate.

A loro volta, queste “celle” di memoria sono associate ad analoghe esperienze vissute che hanno prodotto analoghe emozioni di sofferenza.

Ciò significa che quando il soggetto timido va a rivisitare una specifica esperienza negativa, le valutazioni attengono all’insieme delle memorie della storia esperienziale che riguardano vissuti analoghi.

Con l’accumularsi delle esperienze negative la memoria di esse viene sistematicamente riscritta e la sofferenza è ricordata con una intensità superiore a quelle effettivamente provate.

Il ricordo della sofferenza acquisisce una valenza di intensità crescente nel corso del tempo.

Così, nella ruminazione, il ricordo del dolore tende ad essere vissuto come profonda sofferenza, talvolta, tale da essere considerata non sopportabile e a indurre la paura verso la possibilità di riviverlo in nuove esperienze.

Il processo meta cognitivo della ruminazione favorisce questa dinamica. Accade perché da una parte funziona come rinforzo e conferma del sistema di credenze disfunzionali, per altra parte perpetua l’abitudine alla ruminazione prolungata nel tempo, per altro verso alimenta quel sistema di memorizzazione dell’esperienza in termini di grande sofferenza.

Vale la pena prendere in esame anche il fatto che nella ruminazione è contenuta anche l’abitudine al giudizio negativo del sé, del sé con gli altri o degli altri.

Da questo puntò di vista, il ricordo del dolore e degli insuccessi vissuti forniscono, alla persona timida, ulteriori motivi di collegare tali memorie a presunte personali inadeguatezze.

In tal senso, l’ansioso sociale, avverte anche un senso di colpa di sé per ciò che è stata la propria vita socialmente ed emotivamente disfunzionale. Si tratta di un senso di colpa che esclude contesti e contingenze, è considerata una colpa esclusiva di sé verso cui non c’è appello.

Un altro aspetto della ruminazione e del contestuale ricordo del dolore è l’attivazione di emozioni di sofferenza analoghe a quelle provate nelle esperienze oggetto dell’attività ruminante.

Tuttavia, l’intensità delle emozioni attivate, non sono necessariamente equivalenti a quelli vissute nell’esperienza rammentata. In questi casi l’emozione può presentarsi come sottofondo, o con intensità comunque inferiore a quella realmente vissuta oppure, in altri casi, scatenare una condizione emotiva ad altissima intensità.

Nelle ansie sociali, la memoria del dolore è una caratteristica intrinseca dell’attività metacognitiva della ruminazione. Spesso è lo stesso ricordo del dolore a dar vita all’attività ruminante. Possiamo dire che ruminazione e memoria del dolore siano costituenti di un processo circolare.



3 luglio 2021


Uno dei fattori psicologicamente più invalidanti è la tendenza della persona timida e, in generale, negli ansiosi sociali, è quell’insieme di pensieri negativi rivolti al giudizio negativo di sé stessi e delle proprie qualità.

“Mi faccio schifo”; “sono una persona fallita”; “sono incapace di amare”; “non servo a niente”; “sono un incapace”; “non farò mai nulla di buono nella mia vita”.

Hopper Edward - Donna al sole

Queste, e tanti altri tipi di frasi, sono l’espressione di un giudizio senz’appello nei confronti della propria persona.

Certo, ci sono casi in cui il soggetto timido scarica sugli altri le cause o le colpe della propria condizione. Ma nella maggior parte degli individui timidi, si vive un senso di colpevolezza della propria condizione, ma soprattutto, si tende a individuare le cause della propria sofferenza interiore puntando l’indice verso questa o quella peculiarità apparente di sé.

Dato che la persona diventa timida per via di cognizioni inconsce negative su sé, l’indice puntato è indirizzato proprio verso quelle credenze di base disfunzionali che riguardano sé stessi, sé stessi con gli altri e gli altri.

Senza rendersene conto, la persona timida, indirizza le sue valutazioni negative sul sé guardando ciò che, in realtà, è solo evidenza apparente. I comportamenti disfunzionali non sono causati da inadeguatezze proprie, ma da strutture cognitive inconsce che hanno cominciato a formarsi in tenera età.

L’ansioso sociale che prova giudicare o valutare la propria persona, in tale operazione, è coinvolto emotivamente. Le sue valutazioni non possono che essere il frutto di pensieri emotivi, mai di pensieri oggettivi.

Ecco, dunque, che l’accettazione di sé assume una valenza prioritaria.

Accettarsi non significa arrendersi o rassegnarsi alla propria condizione. L’accettazione è la presa d’atto di una condizione oggettiva su cui non vanno ricercate colpe o colpevoli.

Accettarsi significa dirsi “ok, adesso son fatto così, ora come posso cambiare le cose?”.

Accettarsi significa non esprimere alcun tipo di giudizio o valutazione sulla propria persona. L’accettazione è orientata al problem solving.

L’accettazione di sé è il distacco dalla tendenza mentale di associare valori negativi a ogni evento della propria vita sociale e di ciò che ne deriva. Questo permette alla persona di riconciliarsi con la realtà al di là delle proprie spinte emotive, di approcciarsi alle esperienze con spirito libero. Il mondo reale è ciò che è, nella sua oggettività, scevro di condizionamenti emotivi.

Liberandosi da un atteggiamento mentale giudicante, l’accettazione ci permette di guardare dentro noi stessi come osservatori neutri, come se ci si guardasse dall’esterno.

Ciò permette di valutare comportamenti e conseguenze in maniera contestuale, inserendoli nell’ambito situazionale in cui si manifestano: anziché piangersi addosso, odiarsi o respingersi, ci si spinge verso la ricerca di soluzioni.

Ma non è tutto qui. L’accettazione di sé è il più importante atto d’amore verso la propria persona. Senza questo gesto d’amore verso di sé non è possibile una soluzione per la timidezza.

Una cosa, però, deve essere chiaro: l’accettazione non è qualcosa che bisogna attendere che giunga, non è una cosa che va conquistata, e nemmeno meritata, va fatto, punto e basta.




18 giugno 2021


Comincio subito col dire che la timidezza non è innata. 

Si determina in funzione del sistema delle cognizioni che va formandosi nel corso della vita già a partire dalla nascita.

Elena Vichi - darkness freedom

Infatti, già il neonato, comincia a costruire il proprio insieme di cognizioni in base a come i caregiver (l’accudente) si rapportano all’infante rispondendo alle sue richieste di accudimento, conforto, rassicurazione, attenzione ecc.

Le cognizioni così come si formano possono essere modificate, aggiornate, sostituite, ma anche rafforzate e radicalizzate.

Il problema della timidezza sta proprio nel rinforzo delle cognizioni disfunzionali che, nel tempo, se non vengono modificate, si radicalizzano producendo pensieri negativi sul sé, sul sé con gli altri, e sugli altri.

Sono questi pensieri negativi a indurre livelli di ansia e paure che si concretizzano con comportamenti e modi del pensare disfunzionali. Da questi processi mentali ed emotivi si attiva la timidezza.

Altra cosa importante è che la timidezza è sempre e soltanto relativa alla vita sociale: al di fuori della socialità la timidezza non esiste.

I comportamenti e i modi del pensare indotti dalla timidezza, una volta divenuti abituali, vanno a costituire il carattere della persona timida.

In altri termini, il carattere di un individuo è l’insieme dei comportamenti abituali e dei modi abituali del pensare a sé e agli altri.

Gestire la timidezza significa imparare a modificare le proprie cognizioni sul sé e sugli altri e a modificare e creare nuove abitudini comportamentali. Ciò non significa rinnegare sé stessi o la propria personalità e cultura.

Un processo di modificazione delle cognizioni e dei comportamenti disfunzionali non è semplice, né è una attività a breve termine.

Possono occorrere mesi o anni a seconda della radicalizzazione delle cognizioni disfunzionali. Inoltre i comportamenti abituali sono modificabili solo con la continua pratica di nuovi modi che devono essere sistematicamente ripetuti se si vuole che diventino nuove abitudini.

I tempi lunghi richiesti per il mutamento costituiscono uno dei problemi principali che la persona timida deve affrontare. 

Ma cosa comporta l’opera di cambiamento per superare la timidezza?
Tale processo implica:

Le credenze di base e quelle intermedie sono inconsce, pertanto, bisogna adottare specifiche tecniche per individuarle.

Inoltre, proprio la loro collocazione inconscia fa sì che esse abbiano una forte base emotiva e siano assai poco razionali. La loro modificazione richiede tempi lunghi anche perché occorre contrastare l’abitudine a pensare emotivamente.

Bisogna anche imparare a individuare e riconoscere i pensieri automatici che si presentano in varie forme (immagini mentali, paure, sensazioni, ecc.) e transitano tanto rapidamente nella mente che difficilmente si ha coscienza o memoria di averli avuti.

Va tenuto in conto il fatto che le persone timide, nel loro tentativo di capirci qualcosa e spiegarsi il perché della propria timidezza, costruiscono 
sistematicamente spiegazioni errate ma le considerano logiche, razionali.

Questo accade perché il sistema cognitivo, soprattutto quando si è radicalizzato, difende sempre sé stesso da ogni tentativo di modificazione e induce l’individuo a spiegazioni fuorvianti per allontanarlo dall’individuazione dei fattori causali reali.

Il soggetto timido nel meditare su sé o su sé con gli altri adotta sempre il pensiero emotivo, mai, e dico proprio mai, quello oggettivo.

La complessità dei processi mentali, per agire sulle cognizioni disfunzionali, richiede tecniche e strategie adeguate, adottarne di sbagliate significa peggiorare la propria condizione.



27 maggio 2021


Un importante sistema motivazionale è quello dell’attaccamento, si tratta di un modello operativo interno innato e che condividiamo con mammiferi e uccelli.

Ogni essere vivente, per tutta la vita, ha bisogno di attenzione, cura, conforto, protezione, comprensione, affetto.

Nicoletta Spinelli 
I once was vulnerable

Se il sistema dell’attaccamento di un individuo trova risposte positive da parte degli altri, questi sviluppa senso di sicurezza in sé con conseguente autostima, equilibrio psichico, senso di soddisfazione per ciò che è come persona; le emozioni che prova verso sé stesso e verso gli altri sono di segno positivo, egli vive con fiducia verso i propri mezzi e verso gli altri.

Al contrario, se i bisogni addotti dal sistema dell’attaccamento non trovano compimento, la persona vive con sofferenza interiore, scarsa autostima, poca fiducia verso gli altri e verso il proprio futuro. I sentimenti che prova sono generati da un sistema cognitivo che la descrivono come non amabile, incapace di districarsi nelle situazioni sociali, non meritevole di attenzione da parte degli altri.

L’affettività dipende in larga misura da come si vive emotivamente l’interazione con le figure di riferimento e da come queste ultime rispondono alle richieste di attaccamento.

Le carenze affettive favoriscono lo svilupparsi del rafforzamento e della radicalizzazione delle credenze di base disfunzionali riguardanti il sé, il sé con gli altri e gli altri.

Nella timidezza questo problema è assai comune.

La persona timida con carenze affettive è insicura, manifesta indecisione nei momenti delle scelte e delle decisioni, vive con timore e ansia le relazioni interpersonali e l’interazione con le persone dell’altro sesso verso cui prova sentimenti d’amore o bisogni sessuali: paure e ansia che producono l’inibizione ansiogena rendendo ostico ogni tentativo di relazionamento.

Se la persona timida sviluppa credenze riguardanti la non amabilità, il livello di autostima è assai basso. Nei suoi tentativi o desideri di instaurare relazioni amicali o di coppia si ritrova con pensieri automatici previsionali improntati all’idea del fallimento o del rifiuto da parte degli altri mentre i pensieri automatici, riguardanti mezzi e possibilità proprie, tendono a riferirsi all’idea di non essere sufficientemente attraente fisicamente o come persona, di non ispirare interesse negli altri, di non essere all’altezza di gestire una relazione interpersonale, di non essere capace di amare, che il proprio futuro è nero.

Se il soggetto timido ha sviluppato credenze di inadeguatezza, l’idea del fallimento ed il giudizio negativo altrui si presentano con insistenza nei pensieri previsionali.

Le carenze affettive nelle persone timide possono tradursi in comportamenti passivi e di dipendenza verso l’altro/a per cui rischiano di apparire appiccicosi, insistenti, talvolta logorroiche; in altri casi possono svilupparsi idee e sentimenti che si svolgono sul tema della scarsa fiducia, della non credibilità, non affidabilità degli altri per cui esse vivono con distacco e sospetto sia le relazioni amicali, sia quelle di coppia.

In questi ultimi casi esse avvertono il bisogno del controllo orientato a verificare l’effettivo interesse provato da un altro/a o dagli altri, per cui tende a mettere alla prova i soggetti con cui entra in relazione e ciò, alla lunga, produce crisi relazionali.

Date le forti difficoltà che incontrano nelle relazioni interpersonali, gli individui timidi vivono una condizione di solitudine, spesso di isolamento: fattore che li induce al ritiro sociale.



20 maggio 2021




SECONDA PARTE

Classificazione in base alle situazioni ansiogene


Un altro modo di classificare la timidezza è in base ai tipi di circostanze e alle situazioni ansiogene.

Annamaria Maremmi - Identità perdute

Una molto comune è la timidezza d’amore. Il disagio e la difficoltà nel manifestare, in modo verbale e comportamentale, i sentimenti e le intenzioni nei confronti della persona con cui si desidera instaurare una relazione di coppia che soddisfi, in modo stabile, i bisogni affettivi e sessuali.


In questo tipo di timidezza sono coinvolti, in modo particolare, i sistemi motivazionali dell’attaccamento e quello sessuale.
Da ciò si può comprendere come sia centrale il bisogno di appartenenza ristretta circoscritta, prevalentemente, a due persone.

Le credenze di base, alla radice della timidezza d’amore, che sono inconsce, possono essere di vario tipo ma che, fondamentalmente, rimandano a una idea di inadeguatezza della propria persona: l’idea di non essere amabile o meritevole di amore, di non essere attraente come persona, di essere difettoso/a per nascita, di essere inabile nel relazionarsi alle persone, di essere incapace nel gestire una relazione.

Tutte le credenze derivate attive nella mente del soggetto timido ricalcano quelle di base giustificandole con norme condizionali o doverizzanti, con motti e assunzioni.

Percependosi inadeguata, la persona timida teme profondamente l’insuccesso, il rifiuto, il giudizio negativo dell’altro/a o dei terzi.

Spesso, l’individuo timido elabora teorie naif riguardanti la propria inadeguatezza che tendono a individuare le cause della propria timidezza d’amore su fattori esteriori, come a esempio quello dell’aspetto fisico, cioè, su elementi di valutazione che poggiano su come ci si percepisce, sull’apparenza piuttosto che sui contenuti reali che causano il proprio disagio.

La timidezza da prestazione è caratterizzata dall’ansia e dalla paura di fallire nello svolgimento di un compito, una azione, una performance.

In questa forma di timidezza prevalenti sono le credenze di base inerenti l’idea di inabilità sociale e incapacità di fronteggiare con efficacia le situazioni che si temono.

Quando una persona timida si trova in queste situazioni è preda di inibizioni ansiogene che conducono a movimenti impacciati, a blocchi della memoria, a difficoltà verbali.

La paura del fallimento e del giudizio negativo degli altri costituiscono le emozioni negative principali. È frequente, in questo tipo di timidezza il comportamento evitante con il quale il soggetto timido tenta di sottrarsi ai rischi temuti. A esempio, è frequente nei giovani l’abbandono degli studi.

La timidezza di visibilità è centrale nelle persone che temono fortemente il giudizio negativo degli altri e le situazioni in cui sentono di essere al centro dell’attenzione. Si tratta di persone che vorrebbero poter essere invisibili.

Questo tipo di persona timida si percepisce troppo trasparente agli altri, ritiene che la propria condizione psicologica e le presunte inadeguatezze emergano facilmente verso l’esterno per cui ci si sente esposti agli occhi degli altri, a un loro giudizio negativo considerato certo.

Il bisogno di accettazione sociale è molto forte.

I sistemi motivazionali cooperativo, gregario e dell’attaccamento non riescono a trovare alcuna forma di soddisfazione.

Il timore dell’esclusione sociale come conseguenza del giudizio negativo altrui è, forse, l’emozione principale avvertita da tali soggetti. Queste persone sono molto ansiose. Anche in questo tipo di timidezza centrale sono le credenze relative a proprie presunte inadeguatezze.

La timidezza d’azione è caratterizzata da forte insicurezza e bassa autostima.

Una delle paure principali è di non essere capaci di districarsi nelle situazioni, di non essere in grado di svolgere con efficacia compiti e ruoli. Un altro timore fortemente percepito è la paura del fallimento.

Queste due emozioni inducono la persona timida a non prendere l’iniziativa, a mantenere un profilo basso e a preferire ruoli subalterni. Nella loro logica, i pensieri previsionali sono, fondamentalmente, incentrati sul tema del fallimento.

Le credenze di base ricalcano i contenuti delle paure. I sistemi motivazionali della competizione e del rango non riescono ad essere soddisfatti producendo, così, il crescere della bassa autostima.

Nella timidezza del quotidiano il problema centrale è percepirsi diversi nell’ordinarietà delle relazioni interpersonali.

Ciò che per gli altri è “ordinaria amministrazione”, per queste persone è qualcosa di complicato, causa d’ansia e preoccupazione che si manifestano nell’interazione con gli altri. Le situazioni di stallo e i silenzi nelle conversazioni costituiscono un grave disagio.

Le persone che vivono una tale forma di timidezza non sono a loro agio nelle conversazioni generiche, nelle situazioni “frivole”. Alla fine finiscono col tenersi ai margini nelle situazioni sociali ordinarie.

Anche in questo caso le credenze di base sono improntate all’idea di incapacità e inabilità sociale. Spesso il mancato apprendimento di modelli relazionali si presenta sia come concausa, sia come conseguenza per questa forma di disagio sociale.

La timidezza da rivelazione di sé è caratterizzata dalla difficoltà nell’esplicitare o nell’esternalizzazione di ciò che riguarda la propria persona. In questa forma di timidezza l’individuo non riesce a parlare di sé, delle proprie emozioni, sentimenti e paure.

Anche in questo caso la persona timida avverte di non avere sufficienti elementi di difesa qualora dovessero emergere, all’esterno, quelli che considera i propri punti deboli. Il timido da rivelazione di sé teme di esporsi alla mercé degli altri, di apparire troppo fragile e debole.

In questo tipo di timidezza, il bisogno di accettazione è marcato e, quindi, il timore del giudizio negativo altrui è centrale. Il paniere delle credenze di base disfunzionali è piuttosto ampio e i sistemi motivazionali che restano insoddisfatti sono quelli sociali.

Il timido da rivelazione di sé vive tale disagio soltanto nelle situazioni in cui è coinvolta la propria sfera personale, in tutte le altre situazioni può apparire persino una persona estroversa.


14 aprile 2021

I PARTE

Classificazione in base alle dimensioni pubblica e privata


Contrariamente a quanto si possa pensare ci sono molti tipi di timidezza. Alcuni di questi hanno caratteristiche tali da non essere visibili all’esterno e, talvolta, il soggetto timido stesso non si ritiene tale, preferendo indirizzare la casistica della propria condizione verso non ben delineate forme di sofferenza interiore.

Anke Gladnick - Kintsugi

In realtà, con il termine timidezza va inteso come categoria indicativa di una pluralità di disagi che si manifestano, in termini comportamentali, nella dimensione interpersonale.

Gran parte delle persone timide sono consapevoli di esserlo e tale consapevolezza si indirizza verso le dimensioni pubblica e verso sé stesse. 

Nella dimensione pubblica prevale il timore derivanti dalle possibili conseguenze e sofferenze relative a come si viene percepiti dagli altri, dalle impressioni suscitate in questi e dalle loro reazioni sia comportamentali che mentali.

Nella dimensione privata il pensiero è concentrato su sé stessi, al proprio modo di essere e alle personali potenzialità espresse; processi indirizzati verso valutazioni negative del sé.

Partendo dalle dimensioni pubblica e privata, alcuni studiosi distinguono le persone timide in timidi introversi e timidi estroversi. Se nei primi la timidezza appare evidente agli altri, nei secondi, essa non sembra individuabile.

Qui è bene precisare che le categorie junghiane di introversione ed estroversione non sono da considerare fattori strutturali della timidezza in quanto queste, fanno riferimento a una indole probabilmente innata dell’individuo e che, pertanto, non hanno a che fare con i sistemi cognitivi che si costituiscono in funzione dell’interazione con i caregiver.

Bernardo Carducci propone una classificazione della timidezza articolata in sei classi:

  • I timidi introversi o pubblicamente timidi. Qui prevale la dimensione pubblica e la timidezza appare evidente all’esterno. In questi casi la timidezza è caratterizzata da comportamenti evitanti, da estraniazioni, dalla tendenza a non partecipare in modo attivo nelle situazioni sociali, dal fare scena muta, nel non esprimere opinioni, pensieri ed emozioni, nell’evitare l’incrocio degli sguardi. Tali persone hanno un forte timore del giudizio negativo degli altri. Spesso utilizzano la propria timidezza come alibi nell’attuazione dei propri comportamenti evitanti.
  • I timidi estroversi o privatamente timidi. Quella timidezza prevale nella dimensione privata. Questi individui possono persino apparire come persone estroverse. Hanno spesso comportamenti spavaldi, baldanzosi, audaci. I loro comportamenti timidi si verificano, generalmente, fuori dalle relazioni abituali ma possono anche avere momenti di blocco dovuti ai loro pensieri intimi negativi, ai rimuginii.
  • I timidi transitori. Generalmente, la timidezza si manifesta durante l’età adolescenziale e, col passare degli anni, tende a scomparire o a ridursi a fenomeno pressoché ininfluente. Ciò accade perché con l’esperienza si acquisisce maggiore consapevolezza di sé e una maggiore fiducia nei propri mezzi. La timidezza transitoria può anche manifestarsi in periodi della vita particolarmente difficili superati i quali si ritorna alla normalità. 
  • I timidi cronici. Tali persone si descrivono come timidi da sempre o da lunghi periodi di tempo. La timidezza si manifesta nella maggior parte delle situazioni sociali e nelle interazioni interpersonali. Dati questi tratti caratteriali sono facilmente etichettate come persone timide sia in ambiente familiare che in quello esterno. La loro idea di sé come persona incapace è molto marcata e radicata. Generalmente, ritengono di non avere alcuna possibilità di mutare la propria condizione.
  • I timidi di successo. Queste persone riescono a condurre una vita attiva in quanto hanno acquisito piena consapevolezza di sé e dei propri mezzi. Si tratta di persone che hanno appreso le giuste strategie per far fronte, efficacemente, alle situazioni di disagio. Generalmente non sono dominati da pensieri negativi su sé stessi.
  • I cinicamente timidi. Si tratta di persone che hanno una vita da ritiro sociale. Vivono, quindi, una vita in solitudine, di esclusione sociale. Tendono a nutrire rancori e rabbia verso gli altri che giudicano come soggetti indisponibili, discriminatori, superficiali, portatori di valori scadenti e di scarso valore morale. Nutrono verso gli altri sentimenti di superiorità.

Zimbardo, collegandosi sempre alla distinzione tra dimensione pubblica e privata, propone di suddividere la timidezza in tre classi:

  • Le persone timide in cui prevale la dimensione pubblica. Sono persone che temono di infrangere le regole sociali e di non essere in grado di rispondere efficacemente alle aspettative degli altri.
  • Le persone timide in cui prevale la dimensione privata. Tendono a stare da sole e a non relazionarsi con gli altri.
  • Le persone timide che non hanno una dimensione dominante. Mostrano scarse abilità sociali, sono esitanti nelle interazioni sociali e sono caratterizzata da una bassa autostima.

Difficilmente inquadrabile è, invece, la timidezza situazionale. Si tratta di una timidezza occasionale. Una identica situazione può produrre, nella stessa persona, sia una condizione di disagio, sia una condizione di normalità. Molto dipende dallo stato emotivo o umorale del momento, dalle circostanze coagenti, dal tipo di persone con cui si interagisce.



9 marzo 2021


Molte sono le cause che comportano l’insorgere della depressione. Può scaturire da eventi traumatizzanti, così come può essere un processo che deriva da forme di ansia sociale quando trasbordano dal proprio peculiare continuum.

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Derealizzazione, demotivazione, senso di vacuità di ogni tentativo di uscita dal tunnel, sono condizioni umorali di fondo che corrodono le energie mentali e psichiche fino ad annichilire la volontà.

I sentimenti dominanti della depressione sono il senso della perdita e l’emozione dell’abbandono.

La morte di una persona, considerata punto di riferimento essenziale, può produrre un vuoto affettivo che non si riesce a colmare, un repentino mutamento delle condizioni di vita materiale e sociale, il forzoso abbandono di aspirazioni e obiettivi dettate dalle necessità, la cessazione obbligata e repentina di abitudini sociali che procuravano piacere. 

In molti casi, tutti questi fattori sono concomitanti e, in tali casi, il sentimento della perdita è dirompente.

La perdita di una condizione economica.

La perdita di attuare abilità e capacità che precedentemente permettevano agevolmente il proprio realizzarsi. Questo tipo di sentimento della perdita è, in genere, più marcato con l’avanzare di questo disturbo dell’umore.


Nel momento in cui, la persona depressa affonda nella demotivazione, nella derealizzazione, nel senso di inutilità di ogni tentativo di reagire, vede il venir meno della sua forza di volontà. Sa che dovrebbe reagire, ma non ci riesce, le sue energie psichiche non glielo consentono.

Così vive questo tragico passaggio dal fare al non fare come perdita di capacità, di abilità, persino di valore della propria persona. Il pensiero del fallimento di sé come persona è lancinante.

La perdita come fine di una relazione di coppia in cui il/la partener costituiva una figura di riferimento affettivo in cui andavano a confluire attese, speranze ed equilibrio interiore. In questi casi si innesta il sentimento dell’abbandono.


La persona depressa precipita, da un lato in una perdita di fiducia negli altri in termini di affettività e, dall’altro, quelle emozioni di sofferenza provate che, una volta memorizzate in termini emotivi, nel ricordo sono amplificate nella loro intensità e gravità, inducendola a vivere nel terrore di rivivere nuove esperienze affettive.

Purtroppo questo rifiuto dell’affettività dettato dalla paura, genera nuova sofferenza di fondo e, poiché subdola, è più distruttiva perché impedisce ai sistemi motivazionali dell’attaccamento e della sessualità (formazione della coppia) di raggiungere il loro compimento.

Evitare la sofferenza genera sofferenza.

Ciò comporta un insieme di disturbi: irritabilità, derealizzazione, demotivazione, apatia, senso di vuoto, in alcuni casi, persino stati paranoici ed episodi schizofrenici. 

Il sentimento dell’abbandono, come accennavo, può sfociare in una mancanza di fiducia verso gli altri. Subentra la diffidenza.


Il soggetto, monitora l’altro/a alla ricerca di elementi che dimostrino la validità della sua idea di non affidabilità della persona controllata e giunge anche a metterla alla prova ottenendo, però, incomprensione e allontanamento.

La scarsa fiducia induce a pensieri previsionali negativi che rafforzano la convinzione della necessità di evitare di farsi coinvolgere emotivamente in una relazione.

La condizione depressiva comporta la perdita di contatto con le frequentazioni amicali e, soprattutto nei periodi ciclici di picco delle crisi, l’evitamento da parte delle persone nei confronti dell’individuo depresso rafforza il sentimento dell’abbandono: subentra il dolore della non appartenenza.

Negli ambienti lavorativi, la persona depressa sconta anche il distanziamento o persino l’avversità degli altri.

I sentimenti della perdita e dell’abbandono, generando una condizione umorale di fondo stabile e costante si manifesta attraverso la tristezza che è l’emozione principale che caratterizza la depressione.



15 febbraio 2021


Tra le cause delle ansie sociali, come la timidezza, vi è il mancato o insufficiente apprendimento dei modelli relazionali.

I modelli relazionali riguardano sia il comportamento, sia l’espressione verbale e non di emozioni, sentimenti, idee, pensieri, in breve, la comunicazione interpersonale.

Da. De. - La fatica dell'essere

Ho già scritto, in passato, che la comunicazione è verbale e non, comportamentale.

Tuttavia, quando si parla di modelli relazionali di comunicazione, ci si riferisce a quelli che sono stati appresi durante le esperienze di interazione a partire da quelle in ambito familiare. 

Apprendere tali modelli non è sufficiente per interagire con efficacia nelle relazioni sociali, è necessario che essi vengano esercitati di modo che diventino modi di interazione abituali e agevoli. Non solo, attraverso l’esercizio, si apprende a riconoscere il significato e le intenzioni degli altri quando questi adottano modelli relazionali.

Molti modelli relazionali sono universali, altri sono caratteristici della cultura e la storia di un popolo, una etnia, un gruppo.

Le persone relazionandosi tra loro creano, a loro volta, modelli comunicativi verbali e non verbali. Ciò è ancora più vero all’interno dei gruppi.

Comunque, gran parte dei modelli di relazione si apprendono in tenera età. Già i bambini, relazionandosi tra loro o con genitori e familiari, apprendono modelli di interazione sociale.

Gli ansiosi sociali, quindi, anche le persone timide, per via dei comportamenti (ciò che si dice e quel che si fa) inibiti acquisiti proprio per la loro condizione cognitiva, ansiosa ed emotiva, non apprendono a sufficienza i modelli sociali di comunicazione e, anche quando sono in possesso di tali abilità, non le esercitano.

Il mancato esercizio delle abilità sociali di comunicazione comporta l’arrugginimento delle stesse, tanto da non riuscire a farvi ricorso.

Ogni modello di comunicazione, verbale e comportamentale, per attuarlo bisogna conoscerlo. È una conoscenza che si apprende in diversi modi: l’ascolto, l’osservazione, l’emulazione, l’imitazione, l’associazione per similitudine. In pratica attraverso le esperienze di interazione, dirette o indirette, sia con le figure di riferimento (genitori), sia con gli altri.

Ma cosa compromette l’apprendimento delle abilità sociali?

I genitori troppo protettivi e/o apprensivi, impediscono al bimbo di fare esperienza di socializzazione. L’infante, il fanciullo e l’adolescente poi, non ha l’occasione di apprendere modi di interazione sociale con i suoi pari. 

Nell’età infantile e nella fanciullezza, i genitori sono le figure di riferimento primario dalle quali si apprende a comunicare e relazionarsi. Se i modelli comportamentali e di espressione verbale di tali figure sono carenti, anassertivi, il minore ne assorbe le disfunzionalità facendole proprie. 

La trasmissione genitoriale di motti, assunzioni e leit motiv i cui contenuti sono improntati alla repressione delle espressioni cognitive, emotive e dei sentimenti, rendono quasi impossibile la comunicazione interpersonale.

Il mancato apprendimento delle abilità sociali, tuttavia, non compromette le capacità di apprendere, non determinano bassi quozienti di intelligenza, né sono espressione di incapacità o di ridotte capacità espressive. Il problema è la non conoscenza di modelli relazionali.

Le persone timide, inoltre, avendo schemi cognitivi strutturali disfunzionali, sono pervasi da pensieri negativi, dall’emozione della paura e dall’insorgere dell’ansia, fattori che impedisce loro di esercitare anche quelle abilità sociali di cui sono in possesso.



8 febbraio 2021


Ti è mai capitato che una opportunità, una occasione positiva, non ti riesce di coglierla al volo? Accade soprattutto nelle interazioni con la persona che ci interessa in particolar modo.

Carmen D'auria - s.t.

Spesso non ci si rende neanche conto che tale possibilità ci sia stata, in altre circostanze si coglie il messaggio di disponibilità che viene trasmessa dall’altra/o ma non si agisce, oppure si comprende di aver avuto una occasione solo a posteriori. In tutti questi casi ci si è “bruciati”.

In genere, se il messaggio non colto di disponibilità viene da una donna, dopo alcuni suoi tentativi, la bruciatura diventa permanente.

Per le persone timide questa è una dannazione. Le cause possono essere diverse.

Quando l’attenzione è rivolta a sé stessi, l’ansioso sociale si trova in una condizione emotiva di fondo che comporta una sorta di assenza attentiva verso l’esterno, si è disattenti nel cogliere gli stimoli provenienti dagli altri.

Ciò è ancor più marcato se i messaggi di disponibilità, come accade nella maggior parte dei casi, sono in linguaggio non verbale (espressione degli occhi, dello sguardo, delle posture o movimenti del corpo) o espressi verbalmente in modo non diretto (frasi con senso lato, frasi riferite ad altro, frasi generiche, criptate).

Bisogna tener presente che l’ansioso sociale non ama i linguaggi verbali indiretti, egli ha sempre il bisogno di certezze, di linguaggi che non siano da interpretare ma che contengano la esatta, precisa, chiara e inequivocabile intenzione finale.

Ciò implica che, anche se c’è attenzione verso i messaggi esterni che pervengono, l’assenza di una intenzione espressa in modo diretto (desidero far l’amore con te, ti desidero, mi piaci davvero molto, ecc.) provoca un andare nel pallone. L’ansioso non sa come interpretare il messaggio e tende a propendere per una ipotesi negativa.

Il mancato o insufficiente apprendimento di modelli comunicativi e di interazione comportamentale è un’altra causa di tale problematicità.

L’individuo timido non comprende il significato o l’intenzione dell’altro/a e non si trova, quindi, nella condizione di cogliere il messaggio al momento.

In certi casi, anche comprendendo le intenzioni dell’altro/a, l’ansioso sociale non sa come comportarsi, non sa cosa dire e come dire. Resta bloccato come in una sorta di stato di sospensione dell’azione.

Poi c’è l’assetto cognitivo. Se si hanno credenze di base o derivate, incentrate sull’idea di una personale inabilità, incapacità, di non essere desiderabile, amabile, di essere difettoso nella mente, nel corpo o in entrambe, la persona timida è pervasa dalla paura. Questa emozione di paura può essere di fondo, latente o sentita coscientemente.

Comunque sia, la paura è strettamente collegata con le credenze disfunzionali attivate.

Quindi è paura di non saperci fare, di fallire, è paura di una prestazione inadeguata, di non essere all’altezza della situazione, di essere difettoso/a, di non essere capace di amare.

Le credenze strutturali sono inconsce, giungono allo stato cosciente o attraverso l’emozione della paura, o per vie traverse come nei pensieri automatici di cui, però, difficilmente si è consapevoli di averli avuti. L’ansioso sociale non riesce a separare, e riconoscere, fatti, emozioni e pensieri automatici, li percepisce come un tutt’uno, perdendo oggettività interpretativa.

Quando si attivano le credenze disfunzionali che definiscono il sé come inadeguato, non importa se il messaggio di disponibilità sia chiaro e diretto o indiretto, la persona timida è pervasa dalla paura che, in molti casi, è sentita come emozione di paura generica senza un riferimento alla sua natura causale. In questi casi, prende il sopravvento il comportamento evitante.

L’altro o l’altra, difronte alla mancanza di messaggi o comportamenti che dimostrano una reciprocità di intenti, reagisce con l’allontanamento da sé del soggetto ansioso. Le donne, in particolare, tendono a giudicare negativamente la persona a cui avevano diretto il loro messaggio di disponibilità e di intenzione, chiudendo definitivamente la porta.



1 febbraio 2021


Quando si parla di “esperienze interne” ci si riferisce a tutto quanto perviene allo stato cosciente e diventa oggetto di meta pensiero.

Mauro Massaro -  s. t.

Detto in altri termini, ogni esperienza, di qualsiasi tipo, che viviamo allo stato cosciente e ci induce a pensare a essa, alle emozioni che ci fa provare, a come le proviamo, a come vi reagiamo, a come valutiamo noi stessi in relazione a tali emozioni e all’esperienza stessa, in pratica, a cosa proviamo dentro di noi, produce un rapporto, una relazione tra noi stessi, la nostra mente e l’esperienza vissuta o che stiamo provando.

Nel momento in cui stiamo pensando a quell’esperienza nei termini che ho descritto, noi stabiliamo un rapporto con le esperienze interne.

28 gennaio 2021


Uno schema cognitivo è un insieme di pensieri strettamente associati tra loro che obbediscono a una serie di condizioni.

Possono essere di carattere culturale, ideologico, religioso, di costume, psicologico. In questo articolo tratterò degli schemi legati ai sistemi cognitivi strutturali, primari o derivati, costituiti da processi inconsci della mente e che caratterizzano le ansie sociali.

Dunque mi riferisco a schemi costituiti da credenze di base, intermedie, pensieri automatici, assunzioni, motti, leit motiv.

Spesso sono routine che la mente memorizza e, in tali casi, sono elicitati e attivati automaticamente, quindi, senza un processo di elaborazione cosciente.


Essendo costituiti da insiemi di pensieri strutturali, gli schemi cognitivi sono attivati quando la mente è sollecitata da pensieri ed emozioni del momento presente o del passato prossimo. 

Va comunque tenuto in considerazione che i pensieri strutturali fanno riferimento alla storia esperienziale, vissuta emotivamente, e che la mente ha fissato nella memoria.

Quando si tratta di motti, leit motiv o assunzioni, questi possono essere appresi nelle interazioni soprattutto familiari.

19 gennaio 2021


L’assertività è una cultura sul modo di vivere nel rapportarsi agli altri e a sé stessi. 

La sua teorizzazione nasce nel secondo ‘900, inizialmente, come strategia per far fronte all’inefficacia dei comportamenti nell’interazione interpersonale e all’insufficienza nell’apprendimento di forme di comunicazione sociale.

Maura Saviano - Sò volare....

La sua caratterizzazione culturale ed etica emerge nei suoi contenuti ideali: L’amore per sé stessi, il principio di libertà, i concetti di reciprocità e di responsabilità.

L’amore per sé stessi


Comporta il conferire valore alla propria persona al di là della propria condizione interiore, sociale ed economica. Aver cura della propria mente e del proprio corpo. 

Fondamentale, in tale processo, è l’accettazione di sé così come si è in ogni momento, avere compassione, comprensione e benevolenza di sé.

Nelle ansie sociali, questo aspetto è fondamentale. Infatti, l’ansioso sociale tende ad avere atteggiamenti mentali di cattiva, spietata autocritica; di negazione delle qualità positive della propria persona, di rigetto della sua corporeità, della propria personalità e carattere.

La persona assertiva pone sé stessa al primo posto senza ignorare il mondo sociale e l’ambiente in cui vive, l’umanità in cui è immerso.

Il principio di libertà


È chiaramente un principio di libertà sociale, non animale di cui troppi esempi emergono nella cultura contemporanea.

Esso si manifesta nella libera espressione dell’autodeterminazione della propria persona senza subire condizionamenti provenienti dal costume e dalla cultura esterna. Non si tratta di ignorare stimoli e istanze provenienti dal mondo sociale ma, semplicemente, di non farsene dominare, di non subirne passivamente o negativamente le influenze.

La persona assertiva adotta quei comportamenti e modi di comunicazione opportuni, strategici e necessari per affermare i propri diritti e ottenere rispetto.

Il principio di reciprocità


Il concetto di libertà non va inteso a senso unico. Se si vuole affermare la propria libertà di autodeterminarsi, bisogna che la si riconosca anche agli altri.

La base fondante di questo principio è il rispetto di chiunque entra in relazione con noi, in modo diretto o indiretto. Rispetto che si determina nei confronti degli altri: i loro diritti, sentimenti, le loro emozioni, idee.

Significa anche saper accettare le critiche e valutarle nel merito e nella loro costruttività, ma anche di valutarne l’uso manipolativo o gratuito.

Il principio di responsabilità


L’agire implica una scelta. Nel momento in cui si afferma la propria libertà si fa una scelta che comporta la responsabilità delle conseguenze che ne possono derivare.

Questo principio implica l’assumersi tali responsabilità.

Questa va esercitata tanto verso gli altri, quanto verso sé stessi: la sua negazione è respingere l’identità personale, è un atto di rinuncia ai propri diritti, quindi, al riconoscimento di questi da parte degli altri.

L’assunzione della responsabilità delle proprie scelte significa anche puntare a un rapporto comprensibile, diretto e chiaro per gli altri.

Gli ansiosi sociali temono profondamente l’assunzione di responsabilità delle proprie scelte in quanto soggette al giudizio altrui percepito, nei propri pensieri previsionali, di segno negativo e foriero di esclusione sociale, allontanamento, crisi dell’appartenenza sociale.

Il mancato esercizio del concetto di libertà e di responsabilità spinge l’ansioso sociale a comportamenti evitanti, passivi o, talvolta, aggressivi. Fattori, questi, che comportano il verificarsi proprio di ciò che si desidera evitare: la solitudine, l’isolamento, il ritiro sociale, la non appartenenza.

Nel caso dei comportamenti passivi, sottomessi, si ottiene anche di essere valutati come persone prive di carattere, di personalità, come soggetti da poter soggiogare, sfruttare, manipolare.

Essere assertivi comporta la disponibilità al mutamento del proprio carattere senza, tuttavia, negare la propria personalità, la propria identità: in fondo il carattere non è altro che l’insieme dei comportamenti abituali che, negli ansiosi sociali, si sono andati a costituire come comportamenti di fuga e di rinuncia come risposta all’emozione della paura e dei sintomi d’ansia. 



11 gennaio 2021


Il temperamento


È principalmente innato. Lo si può descrivere sinteticamente come la tendenza a rispondere, con modi propri della persona, agli stimoli provenienti dall’ambiente.

Margherita Garetti - Metamorphosis . 

Le aree cerebrali primariamente coinvolte sono quelle limbiche, sub corticali. Ciò comporta che il temperamento caratterizza l’inclinazione a reagire emotivamente in determinati modi tipici del singolo individuo e che coinvolgono la qualità dell’umore, l’energia impiegata e l’attenzione prestata agli stimoli sia interni che esterni.

Date queste contaminazioni emotive e i tratti caratterizzanti l’individuo nelle modalità di sperimentazione e reazione agli stimoli, aspetti del temperamento sono individuabili nell’espressione delle emozioni, nell’apertura o inibizione verso il nuovo, nella tendenza personale a vivere la socialità.

Un legame diretto tra temperamento e comportamento è riscontrabile nei primi anni di vita. Ciò è dovuto al fatto che, in mancanza di una coscienza di ordine superiore, di un sé autobiografico e delle funzioni logiche proprie del neopallio (neocorteccia), l’infante agisce sotto gli impulsi automatici dei sistemi motivazionali che, in tale età, si esprimono sono prettamente su base emotiva.

Avendo una base biologica, il temperamento è stabile nel corso della vita della persona. Tuttavia, le espressioni comportamentali possono modificarsi in ragione dell’apprendimento e in funzione dell’ambiente fisico e sociale.

Il temperamento caratterizza le reazioni psicologiche di difesa, attacco o apertura in relazione alle interpretazioni degli eventi e alle emozioni provate. Ciò spiega perché l’essere umano quando è sottoposto agli stessi stimoli reagisce in modo che varia da persona a persona.

Da un punto di vista biologico, il temperamento ha una funzione, per così dire, omeostatica. In altre parole, l’organismo cerca nell’ambiente tutti quegli stimoli utili a raggiungere un livello ottimale per attivare le proprie funzioni che riguardano, a esempio, la ricerca del piacere, l’evitamento della sofferenza, l’elaborazione delle informazioni.

La personalità


Essa è definibile come la sintesi tra temperamento, carattere e cultura. Risultato dell’interazione tra i fattori genetici e quelli appresi.

L’aspetto biologico è dato dall’insieme delle inclinazioni affettive e comportamentali che costituiscono il temperamento che si evolve, nel corso della vita, in personalità.

A differenza del temperamento, la personalità è mutevole nel tempo. Infatti la componente culturale, che aggiunge conoscenze nel corso degli anni (quindi nuovi dati da elaborare), partecipa alla definizione della personalità.

Tuttavia, nei primi anni di vita, dalla nascita all’adolescenza, si forma l’imprinting di base della personalità.

Ciò significa che la storia emozionale e delle relazioni interpersonali, quindi gli schemi cognitivi, esprimono la componente fondamentale della personalità.

Va precisato che, oltre ai pensieri strutturali del sistema cognitivo sul sé e sugli altri, la crescita culturale intesa come insieme delle conoscenze apprese ed elaborate in profondità, influenza la formazione della personalità.

Il carattere


È la collezione dei comportamenti abituali.

Tali comportamenti, in quanto abituali e, quindi ripetuti con grande frequenza e per lungo tempo, acquisiscono in buona parte carattere automatico. È il risultato dell’adattamento dell’individuo alle consuetudini sociali, ai suoi valori e tradizioni.

Chiaramente, quando si parla di adattamento, ci si riferisce anche a quegli stimoli emotivi e cognitivi interiori che inducono l’essere umano ad adottare quei comportamenti (di difesa, attacco o apertura) che caratterizzano le ansie sociali.
Si comprenderà che i tratti distintivi di una persona sono riconoscibili proprio per via delle sue abitudini comportamentali che vanno intese anche come insieme delle usualità verbali.

Il carattere si forma attraverso le esperienze di interazione interpersonale acquisite nel corso dell’età evolutiva.

Anche il carattere è suscettibile di mutazione nel tempo, basti pensare a quelle persone che, avendo acquisito maggior sicurezza e/o autostima, modificano i propri comportamenti abituali.

Modificare il carattere non implica il mutamento automatico della personalità né, tantomeno, del temperamento che, abbiamo visto, ha una forte base genetica.



5 gennaio 2021


Buona parte dei problemi psichici si originano nell’ambiente familiare.
Un fattore primario è quello a carico del sistema motivazionale dell’attaccamento che non trova soddisfacimento ai propri impulsi.

Rosanna Candido - vedere il mondo apparire

Questo sistema è attivo per tutta la vita dell’individuo, tuttavia è nei primi anni di vita (dalla nascita alla preadolescenza) che influenza fortemente l’assetto cognitivo determinando i contenuti delle credenze di base relative alla definizione e rappresentazione del sé, del sé con gli altri e degli altri.

Ambienti familiari anassertivi, violenti, molto litigiosi, in grave stato di povertà, genitori ansiosi o con problemi interiori irrisolti, con problemi di tossicodipendenza o alcolismo, sono terreno di coltura dello sviluppo critico della psiche umana.

Come ho già avuto modo di scrivere in altre occasioni, quello dell’attaccamento, come tutti gli altri sistemi motivazionali, è innato. È deputato al soddisfacimento di bisogni di cura, affettività, conforto, protezione, vicinanza.

Date le sue peculiarità, si attiva da subito, già alla nascita quando il neonato è totalmente privo di capacità autonome per la sussistenza.

A esso sono collegate la gran parte delle emozioni. È proprio in base a come il bambino vive emotivamente l’interazione col caregiver (accudente) in relazione a come quest’ultimo risponde alle richieste di sostegno, cura e amore, che la mente forma il primo impianto cognitivo di base relative alla descrizione di sé e degli altri.

Ciò ci dà già l’idea di come lo stile genitoriale nel gestire l’interazione col bambino è di primaria importanza per uno sviluppo equilibrato del minore.

Un genitore, che critica frequentemente e negativamente il bambino, produce la formazione di credenze di base orientate alla definizione del sé come soggetto incapace a fronteggiare le esperienze con efficacia, l’essere di scarso valore, l’essere difettoso, incapace di apprendere o comprendere, essere inferiore agli altri. Una volta divenuto adulto, egli si percepisce imperfetto, con scarse capacità operative.
“Sei un cretino!”; “sei solo capace di fare cazzate”; “non capisci mai niente!”; “è meglio che non parli, che sai solo dire stronzate”; “non far nulla che non sei capace”; “sei la pecora nera della famiglia”; “tu nella vita non farai mai nulla di buono”.

Un genitore che colpevolizza il minore, favorisce la formazione di credenze di base sul sé centrate sui temi dell’essere indesiderabile, non meritevole di attenzione e amore, di essere difettoso, di essere causa di danni ad altri, di essere cattivo per natura. Da adulto egli proverà sensi di colpa nelle interazioni sociali, vergogna frequente, senso di inadeguatezza.
“Con tutto quello che faccio per te, questa è la ricompensa”; “mi farai morire di crepacuore”.

Un genitore che presta attenzione al bimbo in modo incostante, disattento, che si mostra fisicamente o mentalmente assente, favorisce il formarsi credenze di base collegate all’idea di essere non meritevole di amore, di attenzione, di interesse da parte degli altri, alla inaffidabilità degli altri: divenuto adulto egli si sente sul filo di lana, sottoposto al rischio incombente della non accettazione sociale, dell’isolamento, della discriminazione, della solitudine. Verso gli altri sviluppa un profondo senso di differenza, sfiducia, sospettosità. Avverte gli altri come ostili, escludenti, ipocriti, falsi. Mentre il mondo gli appare come pieno di insidie, inospitale.

Un genitore troppo protettivo, ansioso, che si sostituisce al figlio anche nelle decisioni più elementari, o che lo priva di frequenti interazioni con altri minori, impedisce al bimbo di fare esperienze e di sviluppare una equilibrata autonomia, di apprendere modelli relazionali sia in termini di comportamento, sia in quelli del linguaggio. In tali condizioni familiari, egli sviluppa credenze di base centrate sull’idea dell’incapacità, del non saper cosa fare, di non essere all’altezza degli altri e, quindi, di essere inferiore. Da adulto prova disagio nelle interazioni interpersonali, si sente fuori posto, inadatto alla socialità.

Un genitore autoritario, repressivo, impedisce al bambino di sviluppare una propria autonomia. Il minore sviluppa credenze sul tema dell’incapacità, dell’inabilità sociale. Da adulto sviluppa idee inerenti all’essere fuori dalle regole, imperfetto, di stare sempre sul filo di lana oltre il quale c’è l’errore, il fallimento. Sviluppa il timore del giudizio altrui.

Genitori anassertivi che trasmettono al bimbo leit motiv centrati sull’evitamento dei giudizi altrui, assunzioni, motti, massime morali e comportamentali, favoriscono la formazione di cognizioni di base che sviluppano credenze doverizzanti e condizionali limitanti della libertà espressiva.

Dai genitori ansiosi, depressi, i minori apprendono e assumono i loro comportamenti legati a queste peculiarità psichiche come modelli comportamentali, sviluppando, successivamente, anche quegli stessi modelli mentali e psichici. Acquisiscono sensibilità all’ansia e ai temi cognitivi disfunzionali del genitore. Se le condizioni dell’ambiente familiare non mutano, da adulti si portano appresso tali disfunzionalità.

Ciò non significa che ci sia una inevitabilità assoluta che il minore sviluppi disagi e disturbi psichici, ma le probabilità che accada è molto, assai più alta rispetto a minori che non hanno vissuto tali esperienze o che non abbiano un temperamento fragile.

L’homo sapiens è un essere vivente sociale, l’ambiente incide molto sulla forgia della personalità dell’individuo.