14 aprile 2021

I PARTE

Classificazione in base alle dimensioni pubblica e privata


Contrariamente a quanto si possa pensare ci sono molti tipi di timidezza. Alcuni di questi hanno caratteristiche tali da non essere visibili all’esterno e, talvolta, il soggetto timido stesso non si ritiene tale, preferendo indirizzare la casistica della propria condizione verso non ben delineate forme di sofferenza interiore.

Anke Gladnick - Kintsugi

In realtà, con il termine timidezza va inteso come categoria indicativa di una pluralità di disagi che si manifestano, in termini comportamentali, nella dimensione interpersonale.

Gran parte delle persone timide sono consapevoli di esserlo e tale consapevolezza si indirizza verso le dimensioni pubblica e verso sé stesse. 

Nella dimensione pubblica prevale il timore derivanti dalle possibili conseguenze e sofferenze relative a come si viene percepiti dagli altri, dalle impressioni suscitate in questi e dalle loro reazioni sia comportamentali che mentali.

Nella dimensione privata il pensiero è concentrato su sé stessi, al proprio modo di essere e alle personali potenzialità espresse; processi indirizzati verso valutazioni negative del sé.

Partendo dalle dimensioni pubblica e privata, alcuni studiosi distinguono le persone timide in timidi introversi e timidi estroversi. Se nei primi la timidezza appare evidente agli altri, nei secondi, essa non sembra individuabile.

Qui è bene precisare che le categorie junghiane di introversione ed estroversione non sono da considerare fattori strutturali della timidezza in quanto queste, fanno riferimento a una indole probabilmente innata dell’individuo e che, pertanto, non hanno a che fare con i sistemi cognitivi che si costituiscono in funzione dell’interazione con i caregiver.

Bernardo Carducci propone una classificazione della timidezza articolata in sei classi:

  • I timidi introversi o pubblicamente timidi. Qui prevale la dimensione pubblica e la timidezza appare evidente all’esterno. In questi casi la timidezza è caratterizzata da comportamenti evitanti, da estraniazioni, dalla tendenza a non partecipare in modo attivo nelle situazioni sociali, dal fare scena muta, nel non esprimere opinioni, pensieri ed emozioni, nell’evitare l’incrocio degli sguardi. Tali persone hanno un forte timore del giudizio negativo degli altri. Spesso utilizzano la propria timidezza come alibi nell’attuazione dei propri comportamenti evitanti.
  • I timidi estroversi o privatamente timidi. Quella timidezza prevale nella dimensione privata. Questi individui possono persino apparire come persone estroverse. Hanno spesso comportamenti spavaldi, baldanzosi, audaci. I loro comportamenti timidi si verificano, generalmente, fuori dalle relazioni abituali ma possono anche avere momenti di blocco dovuti ai loro pensieri intimi negativi, ai rimuginii.
  • I timidi transitori. Generalmente, la timidezza si manifesta durante l’età adolescenziale e, col passare degli anni, tende a scomparire o a ridursi a fenomeno pressoché ininfluente. Ciò accade perché con l’esperienza si acquisisce maggiore consapevolezza di sé e una maggiore fiducia nei propri mezzi. La timidezza transitoria può anche manifestarsi in periodi della vita particolarmente difficili superati i quali si ritorna alla normalità. 
  • I timidi cronici. Tali persone si descrivono come timidi da sempre o da lunghi periodi di tempo. La timidezza si manifesta nella maggior parte delle situazioni sociali e nelle interazioni interpersonali. Dati questi tratti caratteriali sono facilmente etichettate come persone timide sia in ambiente familiare che in quello esterno. La loro idea di sé come persona incapace è molto marcata e radicata. Generalmente, ritengono di non avere alcuna possibilità di mutare la propria condizione.
  • I timidi di successo. Queste persone riescono a condurre una vita attiva in quanto hanno acquisito piena consapevolezza di sé e dei propri mezzi. Si tratta di persone che hanno appreso le giuste strategie per far fronte, efficacemente, alle situazioni di disagio. Generalmente non sono dominati da pensieri negativi su sé stessi.
  • I cinicamente timidi. Si tratta di persone che hanno una vita da ritiro sociale. Vivono, quindi, una vita in solitudine, di esclusione sociale. Tendono a nutrire rancori e rabbia verso gli altri che giudicano come soggetti indisponibili, discriminatori, superficiali, portatori di valori scadenti e di scarso valore morale. Nutrono verso gli altri sentimenti di superiorità.

Zimbardo, collegandosi sempre alla distinzione tra dimensione pubblica e privata, propone di suddividere la timidezza in tre classi:

  • Le persone timide in cui prevale la dimensione pubblica. Sono persone che temono di infrangere le regole sociali e di non essere in grado di rispondere efficacemente alle aspettative degli altri.
  • Le persone timide in cui prevale la dimensione privata. Tendono a stare da sole e a non relazionarsi con gli altri.
  • Le persone timide che non hanno una dimensione dominante. Mostrano scarse abilità sociali, sono esitanti nelle interazioni sociali e sono caratterizzata da una bassa autostima.

Difficilmente inquadrabile è, invece, la timidezza situazionale. Si tratta di una timidezza occasionale. Una identica situazione può produrre, nella stessa persona, sia una condizione di disagio, sia una condizione di normalità. Molto dipende dallo stato emotivo o umorale del momento, dalle circostanze coagenti, dal tipo di persone con cui si interagisce.




9 marzo 2021


Molte sono le cause che comportano l’insorgere della depressione. Può scaturire da eventi traumatizzanti, così come può essere un processo che deriva da forme di ansia sociale quando trasbordano dal proprio peculiare continuum.

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Derealizzazione, demotivazione, senso di vacuità di ogni tentativo di uscita dal tunnel, sono condizioni umorali di fondo che corrodono le energie mentali e psichiche fino ad annichilire la volontà.

I sentimenti dominanti della depressione sono il senso della perdita e l’emozione dell’abbandono.

La morte di una persona, considerata punto di riferimento essenziale, può produrre un vuoto affettivo che non si riesce a colmare, un repentino mutamento delle condizioni di vita materiale e sociale, il forzoso abbandono di aspirazioni e obiettivi dettate dalle necessità, la cessazione obbligata e repentina di abitudini sociali che procuravano piacere. 

In molti casi, tutti questi fattori sono concomitanti e, in tali casi, il sentimento della perdita è dirompente.

La perdita di una condizione economica.

La perdita di attuare abilità e capacità che precedentemente permettevano agevolmente il proprio realizzarsi. Questo tipo di sentimento della perdita è, in genere, più marcato con l’avanzare di questo disturbo dell’umore.


Nel momento in cui, la persona depressa affonda nella demotivazione, nella derealizzazione, nel senso di inutilità di ogni tentativo di reagire, vede il venir meno della sua forza di volontà. Sa che dovrebbe reagire, ma non ci riesce, le sue energie psichiche non glielo consentono.

Così vive questo tragico passaggio dal fare al non fare come perdita di capacità, di abilità, persino di valore della propria persona. Il pensiero del fallimento di sé come persona è lancinante.

La perdita come fine di una relazione di coppia in cui il/la partener costituiva una figura di riferimento affettivo in cui andavano a confluire attese, speranze ed equilibrio interiore. In questi casi si innesta il sentimento dell’abbandono.


La persona depressa precipita, da un lato in una perdita di fiducia negli altri in termini di affettività e, dall’altro, quelle emozioni di sofferenza provate che, una volta memorizzate in termini emotivi, nel ricordo sono amplificate nella loro intensità e gravità, inducendola a vivere nel terrore di rivivere nuove esperienze affettive.

Purtroppo questo rifiuto dell’affettività dettato dalla paura, genera nuova sofferenza di fondo e, poiché subdola, è più distruttiva perché impedisce ai sistemi motivazionali dell’attaccamento e della sessualità (formazione della coppia) di raggiungere il loro compimento.

Evitare la sofferenza genera sofferenza.

Ciò comporta un insieme di disturbi: irritabilità, derealizzazione, demotivazione, apatia, senso di vuoto, in alcuni casi, persino stati paranoici ed episodi schizofrenici. 

Il sentimento dell’abbandono, come accennavo, può sfociare in una mancanza di fiducia verso gli altri. Subentra la diffidenza.


Il soggetto, monitora l’altro/a alla ricerca di elementi che dimostrino la validità della sua idea di non affidabilità della persona controllata e giunge anche a metterla alla prova ottenendo, però, incomprensione e allontanamento.

La scarsa fiducia induce a pensieri previsionali negativi che rafforzano la convinzione della necessità di evitare di farsi coinvolgere emotivamente in una relazione.

La condizione depressiva comporta la perdita di contatto con le frequentazioni amicali e, soprattutto nei periodi ciclici di picco delle crisi, l’evitamento da parte delle persone nei confronti dell’individuo depresso rafforza il sentimento dell’abbandono: subentra il dolore della non appartenenza.

Negli ambienti lavorativi, la persona depressa sconta anche il distanziamento o persino l’avversità degli altri.

I sentimenti della perdita e dell’abbandono, generando una condizione umorale di fondo stabile e costante si manifesta attraverso la tristezza che è l’emozione principale che caratterizza la depressione.



15 febbraio 2021


Tra le cause delle ansie sociali, come la timidezza, vi è il mancato o insufficiente apprendimento dei modelli relazionali.

I modelli relazionali riguardano sia il comportamento, sia l’espressione verbale e non di emozioni, sentimenti, idee, pensieri, in breve, la comunicazione interpersonale.

Da. De. - La fatica dell'essere

Ho già scritto, in passato, che la comunicazione è verbale e non, comportamentale.

Tuttavia, quando si parla di modelli relazionali di comunicazione, ci si riferisce a quelli che sono stati appresi durante le esperienze di interazione a partire da quelle in ambito familiare. 

Apprendere tali modelli non è sufficiente per interagire con efficacia nelle relazioni sociali, è necessario che essi vengano esercitati di modo che diventino modi di interazione abituali e agevoli. Non solo, attraverso l’esercizio, si apprende a riconoscere il significato e le intenzioni degli altri quando questi adottano modelli relazionali.

Molti modelli relazionali sono universali, altri sono caratteristici della cultura e la storia di un popolo, una etnia, un gruppo.

Le persone relazionandosi tra loro creano, a loro volta, modelli comunicativi verbali e non verbali. Ciò è ancora più vero all’interno dei gruppi.

Comunque, gran parte dei modelli di relazione si apprendono in tenera età. Già i bambini, relazionandosi tra loro o con genitori e familiari, apprendono modelli di interazione sociale.

Gli ansiosi sociali, quindi, anche le persone timide, per via dei comportamenti (ciò che si dice e quel che si fa) inibiti acquisiti proprio per la loro condizione cognitiva, ansiosa ed emotiva, non apprendono a sufficienza i modelli sociali di comunicazione e, anche quando sono in possesso di tali abilità, non le esercitano.

Il mancato esercizio delle abilità sociali di comunicazione comporta l’arrugginimento delle stesse, tanto da non riuscire a farvi ricorso.

Ogni modello di comunicazione, verbale e comportamentale, per attuarlo bisogna conoscerlo. È una conoscenza che si apprende in diversi modi: l’ascolto, l’osservazione, l’emulazione, l’imitazione, l’associazione per similitudine. In pratica attraverso le esperienze di interazione, dirette o indirette, sia con le figure di riferimento (genitori), sia con gli altri.

Ma cosa compromette l’apprendimento delle abilità sociali?

I genitori troppo protettivi e/o apprensivi, impediscono al bimbo di fare esperienza di socializzazione. L’infante, il fanciullo e l’adolescente poi, non ha l’occasione di apprendere modi di interazione sociale con i suoi pari. 

Nell’età infantile e nella fanciullezza, i genitori sono le figure di riferimento primario dalle quali si apprende a comunicare e relazionarsi. Se i modelli comportamentali e di espressione verbale di tali figure sono carenti, anassertivi, il minore ne assorbe le disfunzionalità facendole proprie. 

La trasmissione genitoriale di motti, assunzioni e leit motiv i cui contenuti sono improntati alla repressione delle espressioni cognitive, emotive e dei sentimenti, rendono quasi impossibile la comunicazione interpersonale.

Il mancato apprendimento delle abilità sociali, tuttavia, non compromette le capacità di apprendere, non determinano bassi quozienti di intelligenza, né sono espressione di incapacità o di ridotte capacità espressive. Il problema è la non conoscenza di modelli relazionali.

Le persone timide, inoltre, avendo schemi cognitivi strutturali disfunzionali, sono pervasi da pensieri negativi, dall’emozione della paura e dall’insorgere dell’ansia, fattori che impedisce loro di esercitare anche quelle abilità sociali di cui sono in possesso.



8 febbraio 2021


Ti è mai capitato che una opportunità, una occasione positiva, non ti riesce di coglierla al volo? Accade soprattutto nelle interazioni con la persona che ci interessa in particolar modo.

Carmen D'auria - s.t.

Spesso non ci si rende neanche conto che tale possibilità ci sia stata, in altre circostanze si coglie il messaggio di disponibilità che viene trasmessa dall’altra/o ma non si agisce, oppure si comprende di aver avuto una occasione solo a posteriori. In tutti questi casi ci si è “bruciati”.

In genere, se il messaggio non colto di disponibilità viene da una donna, dopo alcuni suoi tentativi, la bruciatura diventa permanente.

Per le persone timide questa è una dannazione. Le cause possono essere diverse.

Quando l’attenzione è rivolta a sé stessi, l’ansioso sociale si trova in una condizione emotiva di fondo che comporta una sorta di assenza attentiva verso l’esterno, si è disattenti nel cogliere gli stimoli provenienti dagli altri.

Ciò è ancor più marcato se i messaggi di disponibilità, come accade nella maggior parte dei casi, sono in linguaggio non verbale (espressione degli occhi, dello sguardo, delle posture o movimenti del corpo) o espressi verbalmente in modo non diretto (frasi con senso lato, frasi riferite ad altro, frasi generiche, criptate).

Bisogna tener presente che l’ansioso sociale non ama i linguaggi verbali indiretti, egli ha sempre il bisogno di certezze, di linguaggi che non siano da interpretare ma che contengano la esatta, precisa, chiara e inequivocabile intenzione finale.

Ciò implica che, anche se c’è attenzione verso i messaggi esterni che pervengono, l’assenza di una intenzione espressa in modo diretto (desidero far l’amore con te, ti desidero, mi piaci davvero molto, ecc.) provoca un andare nel pallone. L’ansioso non sa come interpretare il messaggio e tende a propendere per una ipotesi negativa.

Il mancato o insufficiente apprendimento di modelli comunicativi e di interazione comportamentale è un’altra causa di tale problematicità.

L’individuo timido non comprende il significato o l’intenzione dell’altro/a e non si trova, quindi, nella condizione di cogliere il messaggio al momento.

In certi casi, anche comprendendo le intenzioni dell’altro/a, l’ansioso sociale non sa come comportarsi, non sa cosa dire e come dire. Resta bloccato come in una sorta di stato di sospensione dell’azione.

Poi c’è l’assetto cognitivo. Se si hanno credenze di base o derivate, incentrate sull’idea di una personale inabilità, incapacità, di non essere desiderabile, amabile, di essere difettoso nella mente, nel corpo o in entrambe, la persona timida è pervasa dalla paura. Questa emozione di paura può essere di fondo, latente o sentita coscientemente.

Comunque sia, la paura è strettamente collegata con le credenze disfunzionali attivate.

Quindi è paura di non saperci fare, di fallire, è paura di una prestazione inadeguata, di non essere all’altezza della situazione, di essere difettoso/a, di non essere capace di amare.

Le credenze strutturali sono inconsce, giungono allo stato cosciente o attraverso l’emozione della paura, o per vie traverse come nei pensieri automatici di cui, però, difficilmente si è consapevoli di averli avuti. L’ansioso sociale non riesce a separare, e riconoscere, fatti, emozioni e pensieri automatici, li percepisce come un tutt’uno, perdendo oggettività interpretativa.

Quando si attivano le credenze disfunzionali che definiscono il sé come inadeguato, non importa se il messaggio di disponibilità sia chiaro e diretto o indiretto, la persona timida è pervasa dalla paura che, in molti casi, è sentita come emozione di paura generica senza un riferimento alla sua natura causale. In questi casi, prende il sopravvento il comportamento evitante.

L’altro o l’altra, difronte alla mancanza di messaggi o comportamenti che dimostrano una reciprocità di intenti, reagisce con l’allontanamento da sé del soggetto ansioso. Le donne, in particolare, tendono a giudicare negativamente la persona a cui avevano diretto il loro messaggio di disponibilità e di intenzione, chiudendo definitivamente la porta.



1 febbraio 2021


Quando si parla di “esperienze interne” ci si riferisce a tutto quanto perviene allo stato cosciente e diventa oggetto di meta pensiero.

Mauro Massaro -  s. t.

Detto in altri termini, ogni esperienza, di qualsiasi tipo, che viviamo allo stato cosciente e ci induce a pensare a essa, alle emozioni che ci fa provare, a come le proviamo, a come vi reagiamo, a come valutiamo noi stessi in relazione a tali emozioni e all’esperienza stessa, in pratica, a cosa proviamo dentro di noi, produce un rapporto, una relazione tra noi stessi, la nostra mente e l’esperienza vissuta o che stiamo provando.

Nel momento in cui stiamo pensando a quell’esperienza nei termini che ho descritto, noi stabiliamo un rapporto con le esperienze interne.

28 gennaio 2021


Uno schema cognitivo è un insieme di pensieri strettamente associati tra loro che obbediscono a una serie di condizioni.

Possono essere di carattere culturale, ideologico, religioso, di costume, psicologico. In questo articolo tratterò degli schemi legati ai sistemi cognitivi strutturali, primari o derivati, costituiti da processi inconsci della mente e che caratterizzano le ansie sociali.

Dunque mi riferisco a schemi costituiti da credenze di base, intermedie, pensieri automatici, assunzioni, motti, leit motiv.

Spesso sono routine che la mente memorizza e, in tali casi, sono elicitati e attivati automaticamente, quindi, senza un processo di elaborazione cosciente.


Essendo costituiti da insiemi di pensieri strutturali, gli schemi cognitivi sono attivati quando la mente è sollecitata da pensieri ed emozioni del momento presente o del passato prossimo. 

Va comunque tenuto in considerazione che i pensieri strutturali fanno riferimento alla storia esperienziale, vissuta emotivamente, e che la mente ha fissato nella memoria.

Quando si tratta di motti, leit motiv o assunzioni, questi possono essere appresi nelle interazioni soprattutto familiari.

19 gennaio 2021


L’assertività è una cultura sul modo di vivere nel rapportarsi agli altri e a sé stessi. 

La sua teorizzazione nasce nel secondo ‘900, inizialmente, come strategia per far fronte all’inefficacia dei comportamenti nell’interazione interpersonale e all’insufficienza nell’apprendimento di forme di comunicazione sociale.

Maura Saviano - Sò volare....

La sua caratterizzazione culturale ed etica emerge nei suoi contenuti ideali: L’amore per sé stessi, il principio di libertà, i concetti di reciprocità e di responsabilità.

L’amore per sé stessi


Comporta il conferire valore alla propria persona al di là della propria condizione interiore, sociale ed economica. Aver cura della propria mente e del proprio corpo. 

Fondamentale, in tale processo, è l’accettazione di sé così come si è in ogni momento, avere compassione, comprensione e benevolenza di sé.

Nelle ansie sociali, questo aspetto è fondamentale. Infatti, l’ansioso sociale tende ad avere atteggiamenti mentali di cattiva, spietata autocritica; di negazione delle qualità positive della propria persona, di rigetto della sua corporeità, della propria personalità e carattere.

La persona assertiva pone sé stessa al primo posto senza ignorare il mondo sociale e l’ambiente in cui vive, l’umanità in cui è immerso.

Il principio di libertà


È chiaramente un principio di libertà sociale, non animale di cui troppi esempi emergono nella cultura contemporanea.

Esso si manifesta nella libera espressione dell’autodeterminazione della propria persona senza subire condizionamenti provenienti dal costume e dalla cultura esterna. Non si tratta di ignorare stimoli e istanze provenienti dal mondo sociale ma, semplicemente, di non farsene dominare, di non subirne passivamente o negativamente le influenze.

La persona assertiva adotta quei comportamenti e modi di comunicazione opportuni, strategici e necessari per affermare i propri diritti e ottenere rispetto.

Il principio di reciprocità


Il concetto di libertà non va inteso a senso unico. Se si vuole affermare la propria libertà di autodeterminarsi, bisogna che la si riconosca anche agli altri.

La base fondante di questo principio è il rispetto di chiunque entra in relazione con noi, in modo diretto o indiretto. Rispetto che si determina nei confronti degli altri: i loro diritti, sentimenti, le loro emozioni, idee.

Significa anche saper accettare le critiche e valutarle nel merito e nella loro costruttività, ma anche di valutarne l’uso manipolativo o gratuito.

Il principio di responsabilità


L’agire implica una scelta. Nel momento in cui si afferma la propria libertà si fa una scelta che comporta la responsabilità delle conseguenze che ne possono derivare.

Questo principio implica l’assumersi tali responsabilità.

Questa va esercitata tanto verso gli altri, quanto verso sé stessi: la sua negazione è respingere l’identità personale, è un atto di rinuncia ai propri diritti, quindi, al riconoscimento di questi da parte degli altri.

L’assunzione della responsabilità delle proprie scelte significa anche puntare a un rapporto comprensibile, diretto e chiaro per gli altri.

Gli ansiosi sociali temono profondamente l’assunzione di responsabilità delle proprie scelte in quanto soggette al giudizio altrui percepito, nei propri pensieri previsionali, di segno negativo e foriero di esclusione sociale, allontanamento, crisi dell’appartenenza sociale.

Il mancato esercizio del concetto di libertà e di responsabilità spinge l’ansioso sociale a comportamenti evitanti, passivi o, talvolta, aggressivi. Fattori, questi, che comportano il verificarsi proprio di ciò che si desidera evitare: la solitudine, l’isolamento, il ritiro sociale, la non appartenenza.

Nel caso dei comportamenti passivi, sottomessi, si ottiene anche di essere valutati come persone prive di carattere, di personalità, come soggetti da poter soggiogare, sfruttare, manipolare.

Essere assertivi comporta la disponibilità al mutamento del proprio carattere senza, tuttavia, negare la propria personalità, la propria identità: in fondo il carattere non è altro che l’insieme dei comportamenti abituali che, negli ansiosi sociali, si sono andati a costituire come comportamenti di fuga e di rinuncia come risposta all’emozione della paura e dei sintomi d’ansia. 



11 gennaio 2021


Il temperamento


È principalmente innato. Lo si può descrivere sinteticamente come la tendenza a rispondere, con modi propri della persona, agli stimoli provenienti dall’ambiente.

Margherita Garetti - Metamorphosis . 

Le aree cerebrali primariamente coinvolte sono quelle limbiche, sub corticali. Ciò comporta che il temperamento caratterizza l’inclinazione a reagire emotivamente in determinati modi tipici del singolo individuo e che coinvolgono la qualità dell’umore, l’energia impiegata e l’attenzione prestata agli stimoli sia interni che esterni.

Date queste contaminazioni emotive e i tratti caratterizzanti l’individuo nelle modalità di sperimentazione e reazione agli stimoli, aspetti del temperamento sono individuabili nell’espressione delle emozioni, nell’apertura o inibizione verso il nuovo, nella tendenza personale a vivere la socialità.

Un legame diretto tra temperamento e comportamento è riscontrabile nei primi anni di vita. Ciò è dovuto al fatto che, in mancanza di una coscienza di ordine superiore, di un sé autobiografico e delle funzioni logiche proprie del neopallio (neocorteccia), l’infante agisce sotto gli impulsi automatici dei sistemi motivazionali che, in tale età, si esprimono sono prettamente su base emotiva.

Avendo una base biologica, il temperamento è stabile nel corso della vita della persona. Tuttavia, le espressioni comportamentali possono modificarsi in ragione dell’apprendimento e in funzione dell’ambiente fisico e sociale.

Il temperamento caratterizza le reazioni psicologiche di difesa, attacco o apertura in relazione alle interpretazioni degli eventi e alle emozioni provate. Ciò spiega perché l’essere umano quando è sottoposto agli stessi stimoli reagisce in modo che varia da persona a persona.

Da un punto di vista biologico, il temperamento ha una funzione, per così dire, omeostatica. In altre parole, l’organismo cerca nell’ambiente tutti quegli stimoli utili a raggiungere un livello ottimale per attivare le proprie funzioni che riguardano, a esempio, la ricerca del piacere, l’evitamento della sofferenza, l’elaborazione delle informazioni.

La personalità


Essa è definibile come la sintesi tra temperamento, carattere e cultura. Risultato dell’interazione tra i fattori genetici e quelli appresi.

L’aspetto biologico è dato dall’insieme delle inclinazioni affettive e comportamentali che costituiscono il temperamento che si evolve, nel corso della vita, in personalità.

A differenza del temperamento, la personalità è mutevole nel tempo. Infatti la componente culturale, che aggiunge conoscenze nel corso degli anni (quindi nuovi dati da elaborare), partecipa alla definizione della personalità.

Tuttavia, nei primi anni di vita, dalla nascita all’adolescenza, si forma l’imprinting di base della personalità.

Ciò significa che la storia emozionale e delle relazioni interpersonali, quindi gli schemi cognitivi, esprimono la componente fondamentale della personalità.

Va precisato che, oltre ai pensieri strutturali del sistema cognitivo sul sé e sugli altri, la crescita culturale intesa come insieme delle conoscenze apprese ed elaborate in profondità, influenza la formazione della personalità.

Il carattere


È la collezione dei comportamenti abituali.

Tali comportamenti, in quanto abituali e, quindi ripetuti con grande frequenza e per lungo tempo, acquisiscono in buona parte carattere automatico. È il risultato dell’adattamento dell’individuo alle consuetudini sociali, ai suoi valori e tradizioni.

Chiaramente, quando si parla di adattamento, ci si riferisce anche a quegli stimoli emotivi e cognitivi interiori che inducono l’essere umano ad adottare quei comportamenti (di difesa, attacco o apertura) che caratterizzano le ansie sociali.
Si comprenderà che i tratti distintivi di una persona sono riconoscibili proprio per via delle sue abitudini comportamentali che vanno intese anche come insieme delle usualità verbali.

Il carattere si forma attraverso le esperienze di interazione interpersonale acquisite nel corso dell’età evolutiva.

Anche il carattere è suscettibile di mutazione nel tempo, basti pensare a quelle persone che, avendo acquisito maggior sicurezza e/o autostima, modificano i propri comportamenti abituali.

Modificare il carattere non implica il mutamento automatico della personalità né, tantomeno, del temperamento che, abbiamo visto, ha una forte base genetica.



5 gennaio 2021


Buona parte dei problemi psichici si originano nell’ambiente familiare.
Un fattore primario è quello a carico del sistema motivazionale dell’attaccamento che non trova soddisfacimento ai propri impulsi.

Rosanna Candido - vedere il mondo apparire

Questo sistema è attivo per tutta la vita dell’individuo, tuttavia è nei primi anni di vita (dalla nascita alla preadolescenza) che influenza fortemente l’assetto cognitivo determinando i contenuti delle credenze di base relative alla definizione e rappresentazione del sé, del sé con gli altri e degli altri.

Ambienti familiari anassertivi, violenti, molto litigiosi, in grave stato di povertà, genitori ansiosi o con problemi interiori irrisolti, con problemi di tossicodipendenza o alcolismo, sono terreno di coltura dello sviluppo critico della psiche umana.

Come ho già avuto modo di scrivere in altre occasioni, quello dell’attaccamento, come tutti gli altri sistemi motivazionali, è innato. È deputato al soddisfacimento di bisogni di cura, affettività, conforto, protezione, vicinanza.

Date le sue peculiarità, si attiva da subito, già alla nascita quando il neonato è totalmente privo di capacità autonome per la sussistenza.

A esso sono collegate la gran parte delle emozioni. È proprio in base a come il bambino vive emotivamente l’interazione col caregiver (accudente) in relazione a come quest’ultimo risponde alle richieste di sostegno, cura e amore, che la mente forma il primo impianto cognitivo di base relative alla descrizione di sé e degli altri.

Ciò ci dà già l’idea di come lo stile genitoriale nel gestire l’interazione col bambino è di primaria importanza per uno sviluppo equilibrato del minore.

Un genitore, che critica frequentemente e negativamente il bambino, produce la formazione di credenze di base orientate alla definizione del sé come soggetto incapace a fronteggiare le esperienze con efficacia, l’essere di scarso valore, l’essere difettoso, incapace di apprendere o comprendere, essere inferiore agli altri. Una volta divenuto adulto, egli si percepisce imperfetto, con scarse capacità operative.
“Sei un cretino!”; “sei solo capace di fare cazzate”; “non capisci mai niente!”; “è meglio che non parli, che sai solo dire stronzate”; “non far nulla che non sei capace”; “sei la pecora nera della famiglia”; “tu nella vita non farai mai nulla di buono”.

Un genitore che colpevolizza il minore, favorisce la formazione di credenze di base sul sé centrate sui temi dell’essere indesiderabile, non meritevole di attenzione e amore, di essere difettoso, di essere causa di danni ad altri, di essere cattivo per natura. Da adulto egli proverà sensi di colpa nelle interazioni sociali, vergogna frequente, senso di inadeguatezza.
“Con tutto quello che faccio per te, questa è la ricompensa”; “mi farai morire di crepacuore”.

Un genitore che presta attenzione al bimbo in modo incostante, disattento, che si mostra fisicamente o mentalmente assente, favorisce il formarsi credenze di base collegate all’idea di essere non meritevole di amore, di attenzione, di interesse da parte degli altri, alla inaffidabilità degli altri: divenuto adulto egli si sente sul filo di lana, sottoposto al rischio incombente della non accettazione sociale, dell’isolamento, della discriminazione, della solitudine. Verso gli altri sviluppa un profondo senso di differenza, sfiducia, sospettosità. Avverte gli altri come ostili, escludenti, ipocriti, falsi. Mentre il mondo gli appare come pieno di insidie, inospitale.

Un genitore troppo protettivo, ansioso, che si sostituisce al figlio anche nelle decisioni più elementari, o che lo priva di frequenti interazioni con altri minori, impedisce al bimbo di fare esperienze e di sviluppare una equilibrata autonomia, di apprendere modelli relazionali sia in termini di comportamento, sia in quelli del linguaggio. In tali condizioni familiari, egli sviluppa credenze di base centrate sull’idea dell’incapacità, del non saper cosa fare, di non essere all’altezza degli altri e, quindi, di essere inferiore. Da adulto prova disagio nelle interazioni interpersonali, si sente fuori posto, inadatto alla socialità.

Un genitore autoritario, repressivo, impedisce al bambino di sviluppare una propria autonomia. Il minore sviluppa credenze sul tema dell’incapacità, dell’inabilità sociale. Da adulto sviluppa idee inerenti all’essere fuori dalle regole, imperfetto, di stare sempre sul filo di lana oltre il quale c’è l’errore, il fallimento. Sviluppa il timore del giudizio altrui.

Genitori anassertivi che trasmettono al bimbo leit motiv centrati sull’evitamento dei giudizi altrui, assunzioni, motti, massime morali e comportamentali, favoriscono la formazione di cognizioni di base che sviluppano credenze doverizzanti e condizionali limitanti della libertà espressiva.

Dai genitori ansiosi, depressi, i minori apprendono e assumono i loro comportamenti legati a queste peculiarità psichiche come modelli comportamentali, sviluppando, successivamente, anche quegli stessi modelli mentali e psichici. Acquisiscono sensibilità all’ansia e ai temi cognitivi disfunzionali del genitore. Se le condizioni dell’ambiente familiare non mutano, da adulti si portano appresso tali disfunzionalità.

Ciò non significa che ci sia una inevitabilità assoluta che il minore sviluppi disagi e disturbi psichici, ma le probabilità che accada è molto, assai più alta rispetto a minori che non hanno vissuto tali esperienze o che non abbiano un temperamento fragile.

L’homo sapiens è un essere vivente sociale, l’ambiente incide molto sulla forgia della personalità dell’individuo.