14 maggio 2022


L’ansia da competenza si manifesta quando l’individuo si trova in situazioni in cui ritiene sia necessaria la competenza che pensa di non avere. 

Alberto è sempre stato criticato sin da bambino dai propri genitori. I genitori di Amelia si sono sempre sostituiti a lei nelle decisioni e anche nelle scelte semplici. Carlotta e Ruben, sin dall’infanzia, sono stati abitualmente apostrofati dai genitori con parole o frasi del tipo: “sei un imbecille”; “non capisci niente”; “sei un incapace”; “mi fai fare solo brutte figure”; “sei la pecora nera della famiglia”.

Goa - Magia portami via

Cristina che soffre di depressione si sente sempre dire, da uno o ambedue i genitori, che deve darsi una mossa, che deve smettere di frignare, che non fa niente, che deve cambiare registro, che deve fare questo o quello.

Ciro è cresciuto in un ambiente anassertivo dove il giudizio positivo degli altri è considerato una necessità assoluta.
Sergio ha una famiglia in cui si ritiene che avere sempre successo è doveroso, che è necessario essere dei vincenti, che l’errore non gli deve appartenere.

Questi sono esempi di casi nei quali il soggetto che subisce tali comportamenti e assunzioni sviluppa credenze di base inerenti a idee del sé e del sé con gli altri improntate ai concetti di incapacità, inabilità, inutilità, di fallimento come persona, di difettosità.

Credenze di base che, a loro volta, favoriscono il formarsi di cognizioni intermedie e derivate che, oltre a confermarle, rinforzarle e irrigidire, determinano comportamenti evitanti che poi diventano abituali e automatizzati.

Si tratta di schemi cognitivi che possono sia attivare emozioni negative e stati d’ansia, sia essere attivati da questi generando il processo circolare della timidezza.

Se ci si sente incapace, inabile o inutile, o persona fallita, i pensieri previsionali automatici e negativi, così come quelli di valutazione, conducono sempre alle stesse conclusioni: l’insuccesso. Tutto a prescindere dalle reali capacità e potenzialità personali.

Così, l’idea di incompetenza radicata e fondamentalmente inconscia produce inibizioni molto potenti.

Messa di fronte a situazioni sociali che attivano questi schemi cognitivi negativi, la persona timida è pervasa dall’emozione della paura e insorge l’ansia.

I pensieri automatici negativi di previsione si risolvono in locuzioni del tipo: “farò una figura di merda”; “mi giudicheranno negativamente”; “rideranno di me”; “andrà a finire male”; “come al solito mi bloccherò e non riuscirò a far nulla”; “tutti si accorgeranno che non valgo niente”; “capiranno che sono una persona incapace”; “sarà l’ennesimo fallimento”; “non sono all’altezza”.

La timidezza si esprime in molte forme; tra queste c’è l’ansia da competenza. Questi tipi di problemi ricevono “sostegno” dai quei valori veicolati dai media che riguardano i concetti sull’essere vincenti, sul successo, sulla competizione.

Nel momento in cui tali concetti acquisiscono valore primario e/o di riferimento culturale nella mente dell’individuo timido che si percepisce incapace, inabile socialmente, di scarso valore, egli vive le relazioni sociali con un senso di inferiorità e/o di inadeguatezza, sentendosi un pesce fuor d’acqua, condannato a vivere una vita priva di affettività e/o sessualità, destinato anche a una vita sociale piuttosto scarna.

I processi cognitivi cui ho poc’anzi accennato innescano la paura e, conseguentemente, i sintomi dell’ansia. Quest’ultima può manifestarsi con effetti inibitori sia in termini fisici (impaccio nei movimenti, sudorazione, rossore nel viso, battito cardiaco accelerato eccetera eccetera), sia in termini mentali (difficoltà di accedere alla memoria, blocco mentale, eccetera).



11 aprile 2022



La cognizione è conoscenza. 

Può sembrare strano, ma la cognizione non è una prerogativa esclusiva delle specie umana: buona parte delle specie animali sono dotate o sviluppano la cognizione. Tuttavia, c’è cognizione e cognizione.

Franco Dalla - L'albero della conoscenza

Ciò che distingue la specie umana dagli altri animali è l’esistenza, nell’uomo, della coscienza di ordine superiore che gli permette di avere e produrre livelli più complessi di cognizione.

Come avrai già capito, abbiamo due livelli di cognizione, quella tacita o implicita e quella esplicita.

Sia chiaro che la conoscenza non è una entità, ma un processo neurale che si estende nella mente (anche questa è un processo neurale ma è sovraordinato alla cognizione) fino alla determinazione del comportamento.

Conoscenza implicita


Essendo il livello evolutivamente più antico, è presente in tutte le forme di vita animale ed è collegato in modo diretto alla coscienza primaria.

La conoscenza implicita si determina attraverso processi di memorizzazione per mezzo dell’esperienza sensoriale ed emotiva.

Si tratta di attività neurali continue e costanti di processi con cui il cervello opera per mappare e rimappare il corpo, il cervello, la mente e l’ambiente: è grazie a ciò che il cervello è in grado di gestire l’organismo vivente.

La conoscenza implicita si esplica attraverso processi automatici e, in quanto tali, non richiedono elaborazioni neurali coscienti e/o di natura neocorticale.

Buona parte della conoscenza implicita è addirittura innata ed è quindi trasmessa per via genetica. Questi tipi di conoscenza implicita si differenziano da specie a specie.

Conoscenza esplicita


Tipica delle specie umana, si può esprimere in forma verbale.

Evolutivamente è più recente della conoscenza implicita, è stata possibile grazie ai processi neocorticali e con la comparsa del linguaggio verbale.

La sua processazione avviene anche attraverso il pensiero e a tempi elaborativi maggiori rispetto alla conoscenza implicita.

Nell’uomo, la conoscenza esplicita può essere descritta anche come un processo di memoria che, applicato ed elaborato, giunge alla coscienza di ordine superiore la quale esplica funzioni di gestione della cognizione stessa, di consentire la coscienza e il controllo delle emozioni, di indirizzare la conoscenza in direzione degli scopi personali, di meditare sulle esperienze.

I contenuti della coscienza esplicita riguardano dati oggettivi ed emotivi, dunque, in essi coesistono soggettività e oggettività.

Nella specie umana, la conoscenza implicita e quella esplicita coesistono e interagiscono tra loro attingendo reciprocamente informazioni.

Tuttavia solo una minima parte della conoscenza implicita giunge allo stato cosciente e sfocia in quella esplicita. Possiamo dire che la cognizione esplicita appare come un processo di selezione e sintesi della conoscenza implicita.

Lo scenario è alquanto complesso. Ambedue i livelli di conoscenza risentono delle esperienze emotive. Ciò è possibile in quanto il nostro cervello non memorizza la sola esperienza di vita in quanto tale, ma la associa all’emozione provata nell’esperienza stessa.

Ciò implica che la conoscenza è al tempo stesso memoria della “nozione” e dell’emozione di ogni singola esperienza. Questo è il fattore, forse, principale per cui nell’uomo si verifica sia il pensiero oggettivo che quello emotivo.




27 marzo 2022


Il comportamento è l’atto finale e attuativo di un insieme di processi cerebrali attivati da stimoli esterni o interni. 

Capita a tutti di far cose come se si avesse un pilota automatico. Molti di questi comportamenti si hanno quando sono abitudinari.

Comportamenti sub coscienti 

Vittorio Piscopo - Orchestrazione

Sono quei comportamenti i cui processi mentali non raggiungono il livello di coscienza di ordine superiore.
Proprio perché non richiedono elaborazione mentale consapevole, hanno una rapida attuazione e necessitano di un impulso emotivo.

A questi processi sottende la gran parte della conoscenza implicita e, perciò, la loro automaticità non richiede necessariamente la reiterazione. Tale categoria di comportamento sono, in genere, automatici, li attuiamo in maniera “istintiva”.

Comportamenti coscienti

Si tratta di quei comportamenti i cui processi cerebrali sono sottoposti al vaglio delle funzioni mentali della coscienza di ordine superiore. Sono il risultato dell’interazione tra processi inconsci ed elaborazione cognitiva cosciente. 

Questa seconda classe di comportamenti fa ricorso sia alla conoscenza esplicita, che a quella implicita. Ne fanno parte anche i comportamenti appresi. Acquisiscono automaticità tramite la loro reiterazione.

Nel processo di automazione di un comportamento, risultante dall’interazione tra processi neurali inconsci ed elaborazione cognitiva, intervengono anche le emozioni e la memoria “emotiva” delle esperienze vissute; proprio per questo, nelle ansie sociali, i comportamenti automatici sono anche il risultato della storia delle esperienze dell’individuo.

C’è una stretta correlazione tra i comportamenti coscienti automatici e il carattere di un individuo. Infatti, il carattere è costituito dall’insieme dei comportamenti abituali di una persona.

Le emozioni giocano un ruolo significativo nell’attivazione di un comportamento. Nelle ansie sociali il comportamento cosciente, anche se vi sottende un processo di valutazione cognitiva, risente della potenza delle emozioni e ne è fortemente condizionato.

Una persona timida è costretta a fare i conti con l’emozione della paura e il conseguente insorgere dell’ansia, fattori questi che, insieme alle attività di pensiero emotivo di segno negativo, alimentano il circolo vizioso della timidezza.

La paura dell’insuccesso, dell’essere rifiutati, del giudizio negativo altrui, in altre parole, della sofferenza, alimenta i pensieri automatici negativi e, questi, riattivano le emozioni e le ansie perpetuandole.

La conseguenza di tutto ciò è l’attuazione di comportamenti di fuga o evitamento. L’individuo timido si chiude in sé stesso, rinuncia a quelle azioni preferite che gli procurano paura e ansia, fomentate dai pensieri previsionali negativi.

Dato che un ansioso sociale attua questi tipi di comportamento in modo sistematico in tutte le situazioni ansiogene, conferisce agli stessi carattere automatico.

Parlo, dunque, di comportamenti che nel tempo diventano l’abituale risposta agli stimoli ansiogeni. Risposte comportamentali che sono anche il frutto di un forte condizionamento dovuto, non solo ad ansia ed emozioni, ma anche e soprattutto all’attivazione di credenze disfunzionali di base, intermedie e dei pensieri automatici negativi.

Tali risposte abituali, nel tempo, diventano gli unici strumenti presenti nel paniere comportamentale dell’ansioso sociale che li attua come se fosse oggetto di un impulso “istintivo”, effetto questo, dovuto dal processo di automazione che si è già sviluppato.

Generalmente, il soggetto timido, dopo aver praticato un comportamento automatico come reazione alla situazione ansiogena, è cosciente di quanto accaduto e ciò gli comporta una ulteriore sofferenza e un processo alle proprie intenzioni.

Egli tende ad una critica feroce nei propri confronti che va ad alimentare, confermare e rinforzare tutte quelle cognizioni disfunzionali sul sé, sul sé con gli altri e sugli altri che ineriscono alle idee di incapacità, inabilità, non amabilità, difettosità fisica o mentale della propria persona.




7 marzo 2022


Alberto non si approccia ad altre persone perché pensa di dar loro fastidio; Carmela non va a far visita ad amici e conoscenti perché pensa di essere inopportuna; Michela non partecipa alle conversazioni perché pensa di essere fuori luogo.

La fine nell`inizio -Gemma Spada 

Nella timidezza, come nelle altre forme di ansia sociale, l’idea di procurare fastidio agli altri genera comportamenti di evitamento che producono auto isolamento ed esclusione sociale, solitudine, una vita relazionale assai povera, grandi difficoltà nella costruzione di rapporti di amicizia, di coppia, di lavoro.

Questo tipo di pensiero e i comportamenti conseguenti che genera sono, spesso, reiterati talmente tante volte da acquisire carattere automatico.

Uno dei problemi di base che ricorre in questi casi è quello dell’accettazione sociale e, questo, fa riferimento al bisogno di socialità che, nella specie umana, assume importanza fondamentale per l’equilibrio psicofisico dell’individuo.

La socialità nell’evoluzione della nostra specie (e del cervello umano) ha prodotto la comparsa di diversi sistemi motivazionali come quelli dell’attaccamento, dell’affiliazione, del legame sessuale.

L’idea di essere un soggetto disturbante non nasce all’improvviso ma si forma e radicalizza nella mente già a partire dalla nascita.

Sottostanti a questi pensieri ci sono credenze di base che descrivono e definiscono il sé come individuo non amabile, non attraente come persona, non meritevole di attenzione e amore, “difettoso” per nascita.

Un bambino che ha avuto genitori disattenti, assenti, poco partecipi alle sue richieste di accudimento, ha elevatissime probabilità di sviluppare questi tipi di credenze.

Altrettanto può accadere a un bambino con genitori ipercritici nei suoi confronti o con tendenze violente.

Tuttavia, l’idea di recare disturbo, di essere di impiccio agli altri, può subentrare anche nel corso della vita dell’ansioso sociale quando si è già generato uno stato di isolamento, quando ci si viene a trovare in una condizione di non appartenenza sociale.

In questi casi il soggetto timido conia l’idea di essere di impiccio agli altri sulla base della propria storia emotiva e delle interazioni sociali segnate da abbandoni, fallimenti relazionali traumatici o comunque al limite dello shock emotivo, isolamento attuato dagli altri come risposta ai comportamenti disfunzionali.

Infatti, quando l’ansioso sociale viene a trovarsi nella condizione di non appartenenza sociale che si protrae per lunghi periodi, quando non si sente accettato dagli altri, tende a sviluppare cognizioni strutturali del sé e del sé con gli altri, improntate all’idea di non essere meritevole di attenzione o di amore. Egli si sente rifiutato e, pertanto, ritiene che ogni suo tentativo di partecipazione possa essere percepito come una seccatura, una rottura di scatole, inopportuno o generare insofferenza.

Anche credenze di base inerenti all’idea di essere incapace o inabile socialmente possono produrre l’idea di recare fastidio agli altri, così come può accadere anche nel caso in cui ci si percepisce come soggetto fisicamente difettoso.

In quest’ultimo caso la persona timida, percependosi difettosa nella propria corporeità, sviluppa l’idea che tale sua condizione possa generare sentimenti di repulsione o di schifo.

Comunque sia, il modello comportamentale che segue ai processi mentali condizionati da un sistema cognitivo disfunzionale viene sempre posto nel quadro di un comportamento evitante.

Il soggetto ansioso valuta l’idea di non essere gradito come se fosse un dato di fatto reale e pressoché certo.

In altre parole quest’idea negativa sul sé con gli altri, travalica il principio della descrizione e dell’ipotesi fino a diventare, essa stessa, dimostrazione della validità e verità del non essere graditi.

Stando così le cose, la persona timida se solo tenta di sfidare tale pensiero si ritrova travolto dall’emozione della paura e dai sintomi dell’ansia, fattori che possono presentarsi con alti livelli di intensità, tanto da scoraggiare ogni altra iniziativa.




8 febbraio 2022


Il problem solving è una dimensione del pensiero, è il porsi in una modalità oggettivante nella valutazione di situazioni e condizioni che presentano problemi da risolvere.

Si tratta di un atteggiamento mentale che richiede alcune conditio sine qua non:
  • Necessita di un approccio razionale del pensiero, quindi, capace di oggettivazione.
  • Distacco dall’emotività nella valutazione delle risorse personali e nei pensieri previsionali.
  • Cessazione degli atteggiamenti mentali tendenti all’autocritica e ai giudizi negativi del sé e degli altri.
  • Restare attaccati al momento presente.
  • Essere aperti al concetto di possibilità, cioè, ritenere che il problema sia risolvibile dalla propria persona, con o senza ausilio di strumenti esterni.
  • Mettere in pausa, sospendere, anzi, abbandonare il ricorso alla memoria di esperienze negative del proprio vissuto come metodo di valutazione.
  • Essere concentrati solo sul cosa fare.
  • Distinguere, nettamente, i fatti oggettivi da emozioni e pensieri.
Il problem solving si attua attraverso quattro fasi: le prime tre sono di valutazione e l’ultima è di attuazione.


Ma perché parlo di queste cose che sembrano anche del tutto ovvie?

Negli ansiosi sociali, quindi anche nelle persone timide, il ricorso alla modalità del problem solving è, generalmente, del tutto fallimentare.

Nelle ansie sociali il pensiero emotivo è predominante e ciò preclude la possibilità di valutare la realtà in modo oggettivo. Infatti, il pensiero emotivo, è una attività soggettiva che poggia, sostanzialmente, sugli stati emotivi del presente, sulla memoria emotiva del passato, sulle sofferenze irrisolte.

La persona timida nel momento in cui tende a cercare soluzioni ai propri problemi, a situazioni che implicano la socialità, viene sopraffatto da una serie di fattori.

  • Ricorre alla memoria della propria storia emotiva, dei propri fallimenti, delle sofferenze vissute.
  • Elicita e attiva le credenze disfunzionali di base e derivate sul sé, sul sé con gli altri e sugli altri.
  • Fa del proprio vissuto emotivo un fattore dominante di valutazione sui mezzi personali disponibili e sulle proprie capacità. Ciò implica valutazioni e giudizi negativi su sé stesso.
  • È pervaso da pensieri automatici negativi che comprendono quelli previsionali o inerenti alle personali capacità.
Tali attività mentali non sono oggetto di uno stato di consapevolezza. L’ansioso sociale, anche quando è impegnato nella soluzione delle proprie problematiche, non è cosciente del fatto che la modalità del problem solving non è concretamente attiva.

Egli è sopraffatto da attività metacognitive pervasive che lo bloccano in una condizione di stallo mentale per cui il pensiero, come in un fermo immagine, si staziona sull’idea di avere un problema, su scene e immagini mentali reclutate dalla memoria, sulle valutazioni negative del sé. In tale condizione si allontana dalla possibilità di trovare soluzioni.

Spesso, la persona timida, è indotta a comportamenti come la procrastinazione, l’abbandono dell’attività, la demotivazione.

Possono verificarsi anche altri tipi di comportamento mentale: si tende a programmare obiettivi non raggiungibili, talvolta, di natura idealistica. In tali casi gli obiettivi impossibili fanno riferimento a valori cui la persona timida conferisce alta validità e importanza e ciò, senza prendere in considerazione i reali mezzi disponibili nella condizione presente.

La mancata risoluzione dei problemi è vissuta dall’ansioso sociale come un fallimento della propria persona. Fatto, questo, che alimenta la conferma e il rinforzo delle cognizioni strutturali disfunzionali.




20 gennaio 2022


Tutte le persone quando vivono una sofferenza interiore cercano di individuare le cause e i motivi che sono all’origine del proprio malessere. Si fanno domande del tipo: “perché sto così male?”; “C’è qualcosa in me che non va?”.

Carmelo Lombardo - introspezione

Questo lavoro di ricerca delle cause o delle origini della propria sofferenza ha, chiaramente, l’obiettivo di trovare soluzioni alle personali condizioni di disagio. È, dunque, una normale attività metacognitiva che ciascuno di noi pone in atto come strategia rivolto al problem solving. È una sorta di psicologia fai-da-te.

Un tale lavoro meta cognitivo, che ha la caratteristica di essere prettamente soggettivo, sfocia nella determinazione di una o più teorie, inerenti la propria sofferenza, tendenti a inquadrare il caso personale nell’auto descrizione di ciò che si presume essere la causa o l’origine del malessere interiore che si vive. 

Tuttavia, tale attività ha il rovescio della medaglia. Quando tali teorie “naif” sono elaborate sotto l’influsso delle proprie condizioni emotive, il loro contenuto non è aderente alla realtà e finiscono per avere un effetto boomerang che si ritorce, negativamente, contro il soggetto stesso.

Particolarmente nella timidezza e le altre forme di ansia sociale, la storia personale delle esperienze nelle relazioni sociali vissute negativamente e delle emozioni di sofferenza agiscono come riverbero di quelle che sono le cognizioni strutturali disfunzionali sul sé e sul sé con gli altri.

Nel processo meta cognitivo che conduce alle teorie personali, due sono gli indirizzi generali cui sono orientate le attribuzioni di causa, significato ed effetto: l’orientamento verso fattori interni come l’idea del passato che si ripete, aspetti biologici, l’aspetto fisico esteriore, la deformità genetica, le abilità e le qualità personali; l’altra direttrice è rivolta ai fattori esterni come l’ambiente sociale, la famiglia, la scuola, la scuola, gli altri.

L’attribuzione delle cause e le stesse teorie naif, che vengono elaborate dall’ansioso sociale, non colgono mai il cuore del problema. Ciò per il fatto che gli stili di crescita della conoscenza che sono strutture, formatesi nel tempo, deputate a conservare l’idea di validità delle cognizioni strutturali, si attivano per il mantenimento dello status quo cognitivo.

Volendo utilizzare una metafora, possiamo dire che tali stili agiscono per depistare l’attività di indagine.

Queste teorie fai-da-te, essendo poggiate sulla storia personale della sofferenza, e quindi soggettive, non sono mai strutturate su esperienze verificabili oggettivamente.

La carenza di oggettivazione sfocia in processi disfunzionali di auto focalizzazione e nella pervasività delle attività metacognitive della ruminazione e del rimuginìo.

Un altro problema è dato dal fatto che la costruzione di queste teorie personali non è in grado di accedere ai costrutti inconsci, in pratica non è nelle condizioni di andare a intaccare il quadro cognitivo strutturale disfunzionale che gran parte non è disponibile allo stato cosciente.

Del resto, ciò che ognuno di noi è in grado di captare della personale esperienza cosciente è solo quel che emerge nelle sue forme apparenti del comportamento sia fisico che verbale. Cioè, le percezioni sensitive, le emozioni ad elevata intensità, i comportamenti propri che si attuano, le reazioni degli altri tali comportamenti, la somatizzazione dell’ansia, i fallimenti nei rapporti sociali.