8 novembre 2021


Mindfulness significa meditazione consapevole. È una strategia psicoterapeutica che mira a modificare il rapporto tra l’individuo e le proprie esperienze interiori, quali i pensieri invasivi, le emozioni, l’ansia, gli stati di stress percepiti.

donna spia dalla finestra - Johann Georg Meyer

È anche considerata come modello operativo complementare delle pratiche psicoterapeutiche mirate a rendere funzionali quei comportamenti e quei pensieri che sono alla base di disturbi emotivi.

La mindfulness rappresenta il punto d’incontro sia delle esperienze funzionali di determinate pratiche della cultura buddista, sia delle formulazioni dei sistemi cognitivi e comportamentali provenienti dalla psicologia.

Essa è finalizzata, da una parte, alla pratica della concentrazione; e dall’altra, a suscitare, nella mente, uno stato di consapevolezza e comprensione della natura della realtà così com’è, nella sua oggettività.

La tecnica della mindfulness, quindi, punta a prestare attenzione, in modo intenzionale, alla nostra esperienza del momento così com’è, evitando di interpretarla come crediamo o desideriamo che sia, cioè in funzione dei condizionamenti mentali.

La mindfulness, essendo “osservazione” dell’esperienza del momento presente, privata di ogni forma di giudizio e di valutazione, si pone con un atteggiamento di accettazione dell’esperienza stessa, per come si configura; per cui, durante la meditazione, tutti quei fenomeni cognitivi che si presentano nella nostra mente  come percezioni, cognizioni, emozioni, sensazioni, immagini, pensieri, sono osservati con attenzione senza mai essere valutati in termini di vero o falso, importante o futile, buono o cattivo, benefico o dannoso, brutto o bello.

Inoltre, si apprende anche a non sviluppare un attaccamento disfunzionale al piacere, o una repulsione insostenibile verso la spiacevolezza; fattori, questi, che favoriscono il permanere degli stati di sofferenza.

In breve la mindfulness è un esercizio di osservazione, non giudicante, del flusso degli stimoli provenienti dall’esterno o dall’interno nel momento presente.

In questo tipo di approccio alle problematiche interiori, si punta a ridurre il ricorso all’evitamento e ad aumentare il repertorio comportamentale. Il tutto attraverso una logica di accettazione non giudicante. 

Nella psicoterapia cognitivo comportamentale, il ricorso alla mindfulness, si pone l’obiettivo di riuscire ad ottenere un processo di distanziamento critico dagli schemi cognitivi disfunzionali, mediante le tecniche di consapevolezza e accettazione.

L’esercizio della meditazione consapevole, aiuta a considerare i propri pensieri, come eventi temporanei dai significati relativi, anziché come rappresentazione esatta della realtà oggettiva o del proprio sé.

Giacché la meditazione è una tecnica finalizzata all’approfondimento dell’attenzione e all’acquisizione di una lucida consapevolezza, le persone stressate e quelle ansiose, possono apprendere a osservare pensieri, sensazioni, emozioni ed eventi, in modo oggettivo. Non solo; si apprende a farlo senza reagire a tali stimoli, acquisendo, così, una maggiore capacità di introspezione e accettazione delle esperienze e la comprensione che tali eventi hanno carattere transitorio e impersonale.

Approcciarsi alle pratiche della mindfulness significa essere disponibili a prendere di petto sofferenza, confusione, emozioni, sentimenti e pensieri negativi continuando a osservare per un periodo di tempo prolungato il momento presente e al di là del pensiero.

Il nostro ruolo, in queste forme meditative, e quello dell’osservatore, dell’esploratore, di colui che è intento a cogliere, con lucidità e attenzione, ciò che si presenta nel nostro campo percettivo, fisico e mentale. Noi siamo, in quei momenti, gli scopritori genuini dell’esperienza.

L’osservatore, però, non ha il compito di giudicare. Egli si muove nel campo della descrizione. L’assenza del giudizio è di fondamentale importanza se vogliamo evitare di cadere nelle trappole mentali dell’emotività che ci riconsegnerebbe prigionieri dei pensieri negativi.




Luigi Zizzari



28 ottobre 2021


“Mi faccio schifo”; “c’è tutto di sbagliato in me”; “sono una frana, non merito niente”.

Elena Vichi - profondità

Un ansioso sociale sopraffatto da credenze negative sul sé, vive le sue giornate nel segno di insuccessi relazionali concepiti come colpe; non riesce a interagire con gli altri e fa la conta dei suoi innumerevoli difetti; guarda la sua diversità come segno dimostrativo dell’essere una macchina vivente sbagliata o difettosa per natura.

La persona timida che vive questi moti negativi di pensiero emotivo sul sé, tende anche a concepire la propria esistenza come colpa, come indecenza, come ignominia. Tutto ciò che di negativo accade è ricondotta a causali che riguardano la negatività della propria persona.

Giudizi e valutazioni, nella mente di questi ansiosi sociali, escludono le contingenze temporali e situazionali, l’esistenza della casualità, gli incidenti di percorso che pure capitano a chiunque, tutti i fattori emotivi che incidono sul proprio comportamento.

Si verifica un processo mentale che generalizza senza distinzione, che riconduce tutto alla propria persona nella sua globalità.

“Sono una persona fallita perché sbagliata”, questo potrebbe essere uno dei leitmotiv di chi non riesce ad accettare sé stesso.

Il pensiero emotivo non permette di cogliere dinamiche cognitive ed emotive e fattori causali che vanno a costituire un insieme articolato e connesso che sta dietro ai comportamenti disfunzionali delle persone ansiose.

In altre parole, non permette di cogliere l’aspetto composito di un insieme di elementi che andrebbero distinti tra loro per funzione, caratteristica, origine.

Eppure tali elementi sono tasselli modificabili, gestibili, in qualche caso, persino eliminabili.

Il giudizio negativo di sé, una volta dispiegato, impedisce ogni logica risolutiva, il ricorso al problem solving, l’oggettivazione delle esperienze, la separazione tra pensiero, emozione e fatti.

Portando a conclusioni generalizzanti, il giudizio negativo di sé, esclude la complessità, la varietà, i dettagli che costituiscono l’insieme dell'esperienza.

In tali condizioni l’ansioso sociale è schiacciato da una visione dicotomica: o sono ok, oppure non sono ok.

Dominato da cognizioni disfunzionali e negative sul sé, l’individuo che si giudica negativamente sulla base degli insuccessi sociali, sfocia nella non accettazione della propria persona.

La non accettazione di sé produce gli stessi effetti, ma amplificati, del giudizio negativo di sé.

Non accettarsi significa rifiutare il presente e rigettare il passato di modo che non esiste un punto di inizio da cui partire, in altre parole, non sono rintracciabili elementi di valutazione oggettiva su cui costruire un percorso di cambiamento.

L’accettazione di sé non va inteso come un atto di resa, di rassegnazione, bensì, è la presa d’atto di una condizione oggettiva sulla quale non vanno espresse giudizi di valore, valutazioni etiche o morali.

Ciò che si è ora, è solo un dato di fatto che scaturisce da una pluralità di fattori interconnessi scomponibili, analizzabili e da comprendere, e che possono dar vita a progetti di cambiamento.

Accettarsi significa volersi del bene, tenere a cuore la propria vita e la propria esistenza, uscire dal mondo del giudizio ed entrare in quello della comprensione.

L’accettazione di sé è il punto di partenza.

Solo con l’abbandono del giudizio negativo di sé e dal rinnegare la propria persona è possibile aprire la mente a modi nuovi di concepire e vedere sé stessi, entrare in una modalità oggettiva del pensare, individuare i reali fattori causali della propria condizione, trovare soluzioni.




21 ottobre 2021


Ci sono modelli di pensiero inadeguati sia per la valutazione degli eventi e delle situazioni, sia per la scelta dei comportamenti da avere. Ellis li chiama “miti”.

I miti possono formarsi per mezzo di cognizioni strutturali disfunzionali e/o tramite apprendimento.

In ambedue i casi si tratta dei processi cognitivi che si sviluppano a partire dalle tenere età.

Thomas Lerooy - Il peso del pensiero - scultura

In relazione alle cognizioni strutturali disfunzionali, i miti costituiscono la costruzione di pensieri che siano funzionali alle cognizioni strutturali da cui derivano. Questi, pertanto, sono modelli di pensiero che traducono in forma logica (apparentemente), più o meno articolata, il contenuto delle cognizioni di base.

In tema di apprendimento, i miti si acquisiscono tramite le attività educative familiari per la maggior parte dei casi e nei processi formativi in conseguenza delle relazioni sociali.

Proprio perché possono formarsi nel mondo delle interazioni sociali (familiari o esterni alla famiglia), questi modelli di pensiero sono riscontrabili nei tessuti culturali delle popolazioni soprattutto, ma non solo, se caratterizzati da livelli bassi di istruzione o da ridotti ventagli di conoscenza. Proprio la loro forte presenza nei tessuti sociali, nel comune sentire popolare, rende i miti difficili da sradicare.

L’aspetto fondamentale della struttura di un mito è l’essere caratterizzato da una forma morale o ideale, quindi, da una regola culturale cui deve obbedire ogni comportamento.

Strettamente correlate a queste sono il senso dell’obbligo comportamentale e l’apparire sociale.

I miti sono molto ben radicati nella mente del soggetto il quale, non li considera “miti” ma regole del buon senso, della ragionevolezza, della logicità.

Un ansioso sociale difficilmente è consapevole, o almeno cosciente, delle origini e dei reali effetti causali che sottendono ai propri miti.

Oltre ad avere una forma morale o ideale, i miti possono svolgere una funzione inibitoria.

Il mito del vero amico


È da considerare sicuramente un mito dell’obbligo. Coloro che fanno riferimento a questo modo di pensare ripongono aspettative esagerate nei confronti degli altri o dell’altro.

Essi ritengono che l’amico/a sia in grado e debba comprendere quanto nell’altro non è riscontrabile visivamente e che debba persino anticiparne gli stati emotivi. Tale convinzione pone l’ansioso sociale nel ritenere che l’amico/a debba, come obbligo morale o etico, operare in modo funzionale alle attese riposte in tali persone.

Una persona timida che crede in questo mito è chiaramente pervasa da attività mentali incentrate su sé stessa e, pertanto, sfugge alla propria attenzione ogni considerazione relativa a bisogni, esigenze e stile di vita dell’altro/a.

Il mito della modestia


La modestia esprime una alterazione, in negativo, del concetto di umiltà. Se l’umiltà rappresenta l’essere cosciente della propria relatività nel contesto sociale multiculturale, dei limiti delle proprie capacità, potenzialità e possibilità, di una generale assenza di certezze assolute, la modestia è espressione di una logica svalutante del proprio valore individuale, giunge anche a rinnegare o nascondere il valore soggettivo.

Per un ansioso sociale che assume culturalmente tale mito, la modestia è considerata una virtù, una qualità, persino un obbligo morale.

Chi crede in questo mito considera l’esprimere propri pensieri ed opinioni, da una parte, come una attività di esaltazione ed elogio irragionevole dell’ego, dall’altra, come una esposizione al rischio di un giudizio negativo altrui. Ritenendosi, in qualche modo, inadeguata, la persona timida avverte un senso di inferiorità per cui il mondo delle opinioni e della libera espressione, appare come un terreno minato.

L’assunzione del mito della modestia è indicativa di processi attentivi indirizzati verso le presunte debolezze, fragilità o incapacità della propria personalità. Da tal punto di vista, questo modo di pensare funziona come conferma e rinforzo delle credenze disfunzionali che si hanno del sé.

I soggetti che assumono il mito della modestia hanno, tendenzialmente, difficoltà nell’accettazione dei complimenti, nel parlare di sé positivamente se non attraverso la dichiarazione della propria modestia.

L’attribuzione di valore morale al mito della modestia è configurabile come comportamento mentale in risposta all’importanza riposta nei giudizi degli altri. Le persone che credono in questo mito sono soggiogate da ciò che gli altri possono pensare della loro persona e dei propri comportamenti.

La tendenza alla svalutazione della persona, delle potenzialità e dei mezzi propri disponibili non è sostenuta da valutazioni oggettive del sé.

Il mito dell’obbligo


È un mito tipico riscontrabile nelle persone che vivono il problema di essere e sentirsi socialmente accettate. È spesso anche espressione dei comportamenti passivi.

L’ansioso sociale che crede in questo mito evita la richiesta di aiuto e piaceri considerando tali comportamenti come inopportuni, forma di ingiusta obbligazione verso gli altri, forieri di fastidio. Per un altro verso ritiene che non vanno rifiutati favori o servigi a persone da cui si desidera l’accettazione e a cui, dunque, si vuol piacere.

Il mito dell’ansia


Questo mito è riferito all’idea che la manifestazione dell’emozione della paura, dell’ansia sia espressione di debolezza. Chiaramente, le persone soggiogate da questo mito aspirano a un sé ideale caratterizzato da grande autosufficienza e di avere piena padronanza di sé. Hanno la paura, o addirittura il terrore, che possa apparire evidente il proprio stato d’ansia.




6 ottobre 2021


Situazione mentale 1. Flussi di pensieri vagabondi affollano la mente. A cosa pensi? “A niente”; ma quel “niente” è, più che altro, e pensare senza meta, senza un tema preciso, un divagare.

Situazione mentale 2. Immagini vaganti che transitano nella mente come uno scorrere di diapositive o di video compilation: ricordi flashes di eventi, dei gesti, di espressioni facciali.

edward hopper - automat

Situazione mentale 3. Estraniazione dal contesto presente come assenza inconsapevole, leggibile come distrazione, star tra le nuvole: una persona ben conosciuta potrebbe anche passarti davanti a pochi centimetri di distanza e tu potresti non accorgertene.

Situazione mentale 4. Stai male, non sai come raccontare il tuo malessere, anche volendo non sapresti neanche da dove cominciare, in questa difficoltà a raccontarti finisci con il non parlare.

Situazione mentale 5. Non sei abituata/o a raccontare di te, non lo fai mai; è che proprio non ci riesci, non ti viene di farlo anche se talvolta pensi che dovresti.

Situazione mentale 6. Ti capita di pensare che dovresti parlare anche un po’ di te, ma poi pensi che risulteresti noioso/a, oppure che qualcuno potrebbe pensare male di te, oppure che non ci si può fidare degli altri.

Di queste condizioni mentali, per una persona chiusa in sé stessa, ve ne possono essere anche altre; spesso anche concomitanti. A te capita?

Un ansioso sociale, una persona timida tutta racchiusa in sé vive una condizione di isolamento mentale, di solitudine della mente. Esternamente appare come una persona distratta, dallo sguardo vuoto, con una espressione facciale persa o triste, con la mente tra le nuvole.

L’essere chiusi in sé stessi è l’espressione di una condizione di solitudine relazionale e psicologica, il possibile sintomo di una di quelle forme di disagio che annoveriamo nella categoria delle ansie sociali. A lungo andare si trasforma in ritiro sociale.

Ci si chiude in sé stessi perché non si è avvezzi o esercitati al dialogo verbale, perché non ci si sa esprimere, perché non ci si sa raccontare, per paura del giudizio negativo altrui, per il timore di non essere accettati, per l’idea di non essere all’altezza e di non avere le giuste capacità o abilità.

Ci si chiude in sé stessi anche per abitudine, tanto da farlo col motore automatico, perché lo si è sempre fatto e, oramai, è la normalità della propria vita.

Quasi tutte le persone chiuse in sé stesse vorrebbero non esserlo ma il cambiamento appare come qualcosa di improbabile, una chimera, impossibile.

Il proprio futuro appare come uguale al presente che è ripetizione del passato, una condizione di prigionia a vita: non c’è via d’uscita.

Questa condizione mentale e psicologica favorisce il permanere di un quadro cognitivo con credenze disfunzionali, lo rafforza, lo radicalizza; favorisce il perseverare dei flussi di pensieri previsionali negativi e, di conseguenza, la scelta dei comportamenti evitanti.

La paura degli altri si fa strada, talvolta, in maniera subdola, inconscia. Spesso, questo tipo di timore si accompagna, in parallelo, alla paura di sé stessi per quelle presunte credenze sul sé incentrate sull’idea di inadeguatezza e, dunque, alla paura di arrecare danno alla propria persona.




27 settembre 2021


Il nostro cervello tende sempre a economizzare e, spesso, crea delle vere e proprie routine, sia a livello di pensiero, sia nei comportamenti. In questo modo molte delle nostre attività vengono svolte senza che vi sia bisogno di una attività di pensiero cosciente.

Walter Molino - Vita nel 2022

Queste routine cerebrali, non attinenti ai sistemi automatici dell’organismo biologico, si formano per effetto di una continuata reiterazione di tipi di pensiero o di comportamenti; diventano, nel tempo, abitudini che acquisiscono carattere automatico.

Nella nostra vita quotidiana ci capita spesso di eseguire comportamenti automatici o di avere pensieri automatici. Abbiamo anche creato un tipico modo di dire per descrivere questi atti, “ho messo il pilota automatico” o “sono andato col pilota automatico”.

In altri termini, quando adottiamo un comportamento abitudinario per molto tempo, questo diventa automatico.

L’abitudinarietà e l’automaticità di determinati comportamenti vanno anche a definire quello che viene chiamato “carattere”.

Infatti, il carattere di una persona è l’insieme dei comportamenti abituali acquisiti.

Benché il “pilota automatico” sia uno strumento della nostra attività cerebrale con lo scopo di ridurre il proprio carico di lavoro nel livello cosciente, ha anche il rovescio della medaglia: non esiste un processo di selezione tra comportamenti funzionali e disfunzionali.

Nelle ansie sociali il comportamento è fortemente influenzato dagli schemi cognitivi, dalle emozioni, dalla ansia e dal pensiero emotivo.

Ciò implica che un comportamento ansioso e disfunzionale continuamente reiterato nel tempo diventa, esso stesso, abituale e automatico.

Quante volte, a posteriori, ti sei reso/a conto di aver avuto, in una determinata situazione, un comportamento irrazionale ma che hai già ripetuto in altre precedenti esperienze?

“Faccio sempre la stessa stronzata”, “alla fine mi comporto sempre allo stesso modo”, “non faccio che commettere sempre lo stesso errore”.

La persona timida tende ad avere comportamenti finalizzati a interrompere i flussi di paura e di ansia propri del circolo vizioso della timidezza e delle altre ansie sociali. Questi comportamenti hanno sempre lo scopo di evitare quelle esperienze che, nei pensieri previsionali, presagiscono sofferenza emotiva e/o sociale.

Quindi pone in atto il comportamento evitante (fuga, distanziamento, ritiro sociale, scena muta, estraniazione, evitamento dell’esperienza) o ansioso.

Poiché gli stati ansiosi, le emozioni e i flussi di pensiero negativo fanno parte della quotidianità della persona ansiosa, tutti questi comportamenti sono posti in essere con assoluta continuità, cioè sono ripetuti innumerevoli volte. Questa reiterazione li rende automatici.

L’automaticità del comportamento evitante, o comunque ansioso, fa sì che possa non esserci consapevolezza immediata di ciò che si sta facendo in quel preciso istante. In alcuni casi, tuttavia, la coscienza di attuare un comportamento disfunzionale c’è ma non è comunque sufficiente per azioni alternative in quanto emozioni e ansia prendono il sopravvento a danno dei processi razionali.

L’attuazione di un comportamento evitante produce la cessazione dello stato d’ansia e dell’emozione della paura in quanto non c’è più il rischio del pericolo previsto. Questo è un uno dei fattori che rendono abituali e, quindi, automatici i comportamenti evitanti.

L’ansioso sociale è sotto il fuoco incrociato dei processi automatici (comportamentali e di pensiero), dei sistemi cognitivi disfunzionali del sé, degli stati emotivi e ansiosi.