12 luglio 2020

“Gli altri sanno sempre cosa dire”;” loro sono più svegli di me”, “non mi sento all’altezza”; “mi sento inferiore a loro”; “vedo persone abili con gli altri, mentre io non ci so fare” “gli altri hanno tante amicizie e io sono senza amici/che”.
Sono alcune delle frasi che si sentono proferire dalle persone timide.
Federica Gionfrida - Dubbi

Sentono che il mondo scorre felice intorno a loro: Persone che primeggiano, altre che hanno successo, altre ancora a cui riesce facile accoppiarsi, altre ancora che fanno facilmente amicizia.


Guardano questo mondo di persone che riescono e le confrontano con sé stessi, con ciò che non riescono a fare. Pensano al proprio sé ideale e a quello che, invece, sentono di essere nella realtà.


6 luglio 2020


Secondo la teoria transazionale le persone che ritengono gli altri non affidabili sono ascrivibili a due categorie che sono sintetizzate nelle proposizioni: “io sono ok, tu non sei ok” e “io non sono ok, tu non sei ok”.

Dozza - il guardiano
Secondo la visione cognitivista, sono persone che nei primi anni di vita, spesso fino all’adolescenza, hanno vissuto l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento in termini di sofferenza emotiva.

Genitori che nell’interagire col neonato o l’infante, alle richieste di attaccamento (cura, sostegno, conforto, protezione) apparivano distratti, assenti, distaccati, in modo costante o alternato. I genitori che hanno questi tipi di comportamento nei confronti dei figli, neonati o infanti, sono spesso persone con problemi psicologici irrisolti, o alle prese con dipendenze varie, depressi, sociopatici, alcolizzati, tossicodipendenti, ma in altri casi sono inadeguati, impreparati al ruolo genitoriale.


Le credenze di base riguardanti la definizione dell’altro, che si vanno formando in tali contesti sviluppano l’idea dell’altro come non affidabile, come soggetto su cui non si può contare.

Successivamente si sviluppano credenze intermedie, assunzioni e motti, tutti incentrati sul tema dell’inaffidabilità. Si tratta di idee spesso generalizzanti: “la gente è egoista”; “le persone sono superficiali”; “certa gente si dimostra poco seria”; “non ci si può fidare delle persone”. Il mondo degli umani è visto come zeppo di trappole, di pericoli immanenti.


Il contenuto principale di tali cognizioni che determinano le regole del comportamento è quello che si può e si deve contare solo su sé stessi.


Questa visione implica che non va richiesto mai l’aiuto di qualcuno, che non si può contare sull’affettività sincera degli altri, sulla loro solidarietà o vicinanza.


Ritenendo di non poter contare sugli altri, l’ansioso sociale, la persona timida, si affida alle sole proprie forze; tende al ritiro sociale; nei momenti di crisi interiore si isola, si allontana, evita l’incontro, convinta com’è che deve risolvere i propri problemi da sola.


Le relazioni interpersonali, quelle amicali e i rapporti di coppia ne risentono negativamente. Amici e partner sono messi spesso alla prova.


La persona che ha un apparato cognitivo condizionato dal tema dell’inaffidabilità altrui avverte il pressante bisogno di controllo, di monitorare l’altro/a per verificare la sua effettiva affidabilità, ma soprattutto, cerca conferma dell’esattezza delle proprie cognizioni, dei propri convincimenti.

Quando si vuol cercare per forza il pelo nell’uovo, lo si trova anche quando non c’è! Indipendentemente dalle reali intenzioni altrui, qualsiasi parola, frase, atteggiamento, movenza corporea, comportamento può essere interpretato in modo funzionale alle proprie cognizioni sugli altri. 


Quando ripone delle aspettative sull’altro/a, lo fa con la mente centrata su sé stessa, sui bisogni personali e pensa come se i propri schemi mentali siano prerogativa comune.

Ciò rende l’altro/a una persona non persona. Non si prende in considerazione il fatto che ogni individuo ha bisogni e problemi propri, con schemi mentali propri, un modo personale di pensare, un proprio modus vivendi. 


Ciò non significa che la persona timida non sia razionalmente cosciente che ciascun individuo abbia una propria personalità, ma solo che il sistema delle aspettative sugli altri, verte su una condizione mentale egocentrica condizionata dalle emozioni. In tale stato, non è lucidamente consapevole di ignorare le identità altrui.


Sic stantibus rebus, i rapporti di coppia, ma anche quelli amicali, riscontrano alti livelli di criticità e, per ciò, spesso si giunge allo scioglimento del rapporto. Il/la partner viene a trovarsi in una condizione in cui gli è difficile sostenere una relazione caratterizzata da problemi nella comunicazione e nel comportamento.

Ciò è reso ancora più complesso per via del fatto che le aspettative sull’altro/a sono generalmente silenti, cioè non dichiarate verbalmente. Va tenuta in considerazione anche che, in una relazione interpersonale, i comportamenti e la comunicazione verbale di un individuo sono influenzati dalla propria interpretazione del linguaggio verbale e del comportamento di chi interagisce.


In conclusione, l’ansioso sociale, il timido, che vive una condizione mentale caratterizzata da credenze e assunzioni sugli altri centrate sull’inaffidabilità, ha una pessima vita sociale.




30 giugno 2020


L’affettività, in linea generale, è attinente a sistemi motivazionali dell’attaccamento e accudimento. Ciò non significa che non ci siano interazioni con altri sistemi motivazionali come, a esempio, quello sessuale, quello cooperativo e quello dell’affiliazione. 

Katiuscia Papaleo - incontro fra il conforto e la paura

L’uomo, sin dalla nascita, avverte il bisogno di essere sostenuto, confortato, aiutato. Egli avverte l’esigenza o necessità di vicinanza, complicità solidale, affetto da parte delle figure che considera significative nella propria vita.


I sistemi dell’attaccamento e accudimento li riscontriamo anche nei mammiferi e negli uccelli, soprattutto nel mondo animale che ha sviluppato una forte attitudine alla socialità.


Possiamo affermare che la socialità costituisce la chiave di volta per lo sviluppo, in termini evolutivi delle specie, per la comparsa dei sistemi motivazionali sociali.


24 giugno 2020


I bisogni inappagati, elicitati dai nostri sistemi motivazionali sociali, ci spingono a ricercare, nei comportamenti delle persone con cui ci relazioniamo, il loro soddisfacimento: L’accettazione sociale, l’affettività, la sessualità, la solidarietà, la comprensione, il conforto, la complicità delle persone per noi significative, il riconoscimento della nostra dignità come persona.
Elena Vichi - la sete - della serie

Già alla nascita, il sistema dell’attaccamento, induce il neonato a riporre delle aspettative nella figura del caregiver (la persona accudente che in massima parte è ricoperta dal genitore). È proprio in base a queste aspettative che l’infante comincia a formare le prime cognizioni del sé, del sé con gli altri e dell’altro.


Dunque, le aspettative, che riponiamo verso l’altro/a o verso noi stessi, sono espressione di nostri bisogni, aspirazioni, desideri personali. Allo stesso tempo sono anche speranze.


In quanto espressione dei nostri bisogni personali, le aspettative fanno riferimento alla nostra idea dell’altro e di noi stessi, si tratta dell’idea desiderata del sé e dell’altro. L’altro/a come noi vorremmo che fosse, noi stessi come vorremmo che fossimo. 


L’idealizzazione della figura dell’altro/a o di noi stessi può tramutarsi in distorsioni cognitive quali il mito del vero amico/a, il ragionamento dicotomico, la lettura del pensiero, l’astrazione selettiva.


Nelle persone timide, tali aspettative assumono rilevanza particolare tale da diventare, quando insoddisfatte, strumento inconscio di convalida e rinforzo delle cognizioni disfunzionali proprie.


In questi casi, il far coincidere le aspettative con le nostre idealizzazioni, nei modi e nelle forme, finisce col disegnare un interlocutore espropriato della propria identità, personalità, cultura, indole, stile del modus vivendi.


Nel vivere le relazioni di coppia, il bisogno di certezze induce l’ansioso sociale ad attivare assunzioni e regole implicite per monitorare l’altro/a, attraverso il suo comportamento, sulla sincerità dei suoi sentimenti verso la nostra persona. Con queste regole implicite egli verifica che i comportamenti del partener non siano dissimili da quelli attesi che sono assunti con la logica del tutto o niente. Tale atteggiamento mentale è tale da non dare all’altro/a alternative comportamentali in termini di possibilità e opportunità.


Da ciò, quando il comportamento dell’altro/a non coincide con le proprie stringenti attese, deriva quel sentimento che induce l’ansioso sociale a percepirsi come vittima degli egoismi, delle discriminazioni e dell’indisponibilità altrui. Fattori, questi, che inducono a pensare a un mondo ostile.


È chiaro che le aspettative verso gli altri, facendo riferimento a idealizzazioni, non risultano corrispondenti al mondo reale e ciò comporta vivere l’esperienza della delusione che, spesso, porta a sentimenti di rancore e/o sfiducia verso gli altri.

In questo andazzo l’interpretazione dei comportamenti altrui gioca un ruolo primario.

L’ansioso sociale ha poca dimestichezza, sia coi linguaggi sociali non verbali, sia con quelli verbali. La causa di ciò è da ricercare in vari fattori: nel mancato apprendimento dei modelli di relazionamento sociale; nell’insufficiente esercizio delle abilità sociali quando sono possedute; nell’ottundimento delle capacità logiche dovute all’inibizione ansiogena; nel condizionamento operato da un sistema di schemi cognitivi disfunzionali, nella centralità assunta dai flussi di pensiero negativi che assorbono gran parte delle capacità attentive;  nella tendenza a dar valore ai contenuti delle distorsioni cognitive che si sono formate nel corso della storia emotiva ed esperienziale della persona ansiosa.


Le aspettative vero l’altro/a adulto/a sono, generalmente, silenti, cioè non dichiarate. La persona timida dà per scontato che l’interlocutore/ce sia nelle condizioni di comprendere ciò che ci si aspetta dal lui/lei, quasi come se si avesse il potere di leggere nel pensiero.


In genere ci si affida a linguaggi non verbali che, talvolta, non sono corrispondenti a un linguaggio comune.


La mancata dichiarazione verbale delle aspettative costituisce un altro fattore di incomunicabilità e incomprensione delle emozioni e degli intenti del soggetto timido.


Ciò rende chiaro quanto sia importante la comunicazione verbale che è unica forma di linguaggio capace di esplicitare emozioni, sentimenti e idee.


Le aspettative non sono solo riposte verso gli altri ma anche verso sé stessi. Nel momento in cui osserva la discrepanza tra il sé che si manifesta nell’interazione interpersonale e il sé desiderato e ideale, la persona timida procede a una svalutazione di sé, a confermare e rafforzare le credenze disfunzionali che ha sulla propria persona. È un sentimento che conduce a un forte, cattivo e impietoso giudizio negativo sulla propria persona.



17 giugno 2020


Se l’indecisione è uno stato di stallo mentale vissuto nel presente, l’insicurezza è una condizione più profonda e permanente che può diventare un tratto caratteriale della persona.

E. Giannelli - identità alterate

Si tratta di una condizione mentale di fondo che attinge a una scarsa fiducia nei propri mezzi. Non a caso, bassa autostima e insicurezza sono strettamente collegate.


La paura è l’emozione dominante che condiziona sia il pensiero rendendolo emotivo, sia i comportamenti.


La persona timida, e gli ansiosi sociali in generale, sono pervasi da diverse paure:


  • Di essere incapaci di fronteggiare le situazioni con efficacia.
  • Di non essere sufficientemente abili nel relazionarsi agli altri.
  • Di sbagliare.
  • Di incorrere nel giudizio negativo altrui.
  • Di avere comportamenti non adeguati alle circostanze.
  • Che le proprie presunte incapacità o inabilità sociali appaiano evidenti agli altri.
  • Di arrecare danno a sé stessa.
  • Di subire danni arrecati da altri in conseguenza di propri comportamenti inefficaci.
  • Che la propria timidezza o ansia si manifesti in modo visibile.
  • Di essere inopportuno.
  • Di subire un rifiuto o l’esclusione.
  • Di non essere all’altezza delle situazioni o delle persone con cui interagisce.
L’insicurezza, dunque, si configura come espressione del timore della sofferenza. È una condizione di stallo tra la scelta di vivere l’esperienza e il rischio considerato immanente e certo (o quasi) della sofferenza. È uno stato di crisi nella scelta tra il perseguimento dello scopo  o dell’antiscopo. È un conflitto tra pensiero razionale e pensiero emotivo.

L’insicurezza è attinente al sistema cognitivo di definizione del sé, del sé con gli altri e degli altri, quindi, alle credenze di base e a quelle intermedie.


Benché affonda le sue radici nel sistema cognitivo sostanzialmente inconscio, e nonostante attinga alla propria storia emotiva e degli insuccessi vissuti, l’insicurezza si riferisce al futuro.


Questa è la ragione per la quale la mente della persona insicura è pervasa da continui flussi di pensieri automatici negativi, di tipo previsionale e di valutazione di sé.


Giacché i pensieri automatici previsionali degli ansiosi sociali valutano le sole ipotesi negative di svolgimento dell’esperienza prossima a venire e, quindi, di esiti e conseguenze negative, percepiscono il futuro come luogo insicuro, portatore di insidie.


Le persone insicure si percepiscono fragili, vulnerabili, precari, limitati nelle possibilità. Sentono il pressante bisogno di certezze perché sono le uniche a garantire loro un “attracco sicuro”.


L’incertezza, la variabilità delle configurazioni della realtà futura, l’indeterminazione, le spaventano poiché ritenute espressione di rischio. Si tenga presente che il rischio, nei pensieri previsionali, coincidono con l’idea dell’insuccesso con un livello di probabilità quasi pari a 100 o certo.


È chiaro che, avendo credenze sul sé come individuo incapace, inabile socialmente, non amabile o non interessante come persona, gli ansiosi sociali non possono che sviluppare pensieri di tipo previsionali incentrati sul fallimento, sull’esclusione sociale, sull’essere giudicati negativamente, su un futuro di solitudine.


Provenendo da una attività valutativa del sé in chiave negativa, le persone timide vivono tutte le esperienze ansiogene all’insegna della paura, dell’attivazione dell’inibizione ansiogena.


Nonostante il loro desiderio di appartenenza sociale, di vita attiva e costruttiva, il soggetto timido alla fine sceglie la strada dell’evitamento che diventa il suo modus operandi ogni qual volta è pervaso dal sentimento dell’insicurezza.