22 luglio 2019

L’origine della timidezza: 1 - la cognizione


Anche se la manifestazione della timidezza è vissuta e sentita nel rapportarsi agli altri, nelle conseguenze negative che comporta nella vita sociale e nei comportamenti, nelle emozioni di sofferenza che si provano, essa è un disagio sociale di natura cognitiva.

Gio Ross - I timidi ai dolmen
Benché, nella grande maggioranza dei casi, si manifesta con l’inizio dell’adolescenza, la timidezza si origina nella prima o nella seconda infanzia, quindi nell’età prescolare.

Le cognizioni coinvolte sono quelle relative alle definizioni interiori di sé stessi, di sé con gli altri, degli altri, del mondo esterno.

Già nel neonato si attiva il sistema motivazionale dell’attaccamento, il potente sistema automatico di difesa e sopravvivenza di cui sono dotati di uccelli, i mammiferi e, in modo particolarmente sviluppato, l’homo sapiens.

Questo sistema, nell’uomo, coinvolge sia l’area limbica del cervello, sia la neocorteccia, quest’ultima luogo in cui si hanno i processi elaborativi che conducono alla formazione della coscienza di ordine superiore e dell’identità.

21 giugno 2019

Ma cos’è la coscienza? Seconda parte




La coscienza di ordine superiore


Come afferma Damasio, la coscienza fa capolino quando il sé viene alla mente[1].

La costruzione della coscienza avviene di pari passo con lo sviluppo del sé.

Nel precedente articolo ho parlato di proto sé e sé nucleare come collegati alla coscienza nucleare o primaria. 

Paul Delvaux - lo specchio
Il proto sé costituirebbe la fase embrionale della coscienza primaria e la sua genesi sarebbe data dalla comparsa dei sentimenti primordiali che Panksepp[2] chiama affetti grezzi. Successivamente affiorerebbe il sé nucleare che è attinente all’azione, cioè la relazione fra l’organismo e l’oggetto stimolante esterno o interno. La fase successiva è la comparsa del sé autobiografico che, non a caso, si serve anche di una memoria semantica. Il sé autobiografico ha la capacità di distinguere le fasi temporali delle proprie e altrui esperienze: non c’è più quel presente perenne continuamente ricordato, ma c’è un passato, un presente e la capacità di prevedere il futuro in quanto tale.

Per coscienza di ordine superiore si intende quella tipicamente umana, essa non è qualcosa di magico o spirituale, è un processo.


17 giugno 2019

Ma cos’è la coscienza? - Prima parte




Prima parte: la coscienza primaria

Data la complessità delle qualità che caratterizzano la coscienza, una sua definizione univoca non c’è. Tuttavia, grazie a un approccio multidisciplinare che vede in campo la ricerca etologica, neurobiologica, cognitivista e l’apporto della filosofia della mente, e partendo dai processi evolutivi dell’apparato cerebrale delle specie animali fino ad arrivare all’homo sapiens, oggi possiamo dire che ci sono alcuni punti fermi su cui convergono la gran parte della psicologia cognitiva e neurobiologia.

Ci sono diversi livelli di coscienza strettamente legati ai gradi del processo evolutivo del sistema cerebrale. 
Maria Conserva - Io capitano dell'anima mia
Possiamo così distinguere due livelli principali di coscienza: la coscienza nucleare, detta anche primaria[1], e quella di ordine superiore tipica della sola specie umana.

La coscienza nucleare (o primaria) ci accomuna a gran parte del mondo animale ed è riferita alla coscienza di sé (sé nucleare) in termini di percezione del proprio organismo e delle manifestazioni fisiche interne, alla distinzione tra il sé nucleare e l’ambiente esterno.

Negli stadi più primitivi dello sviluppo della coscienza si è ipotizzata la formazione del proto sé[2] che è molto legato ai processi omeostatici. In questo primo grado di coscienza primaria, l’animale percepisce fondamentalmente il proprio corpo e le emozioni nella loro manifestazione fisica.

20 maggio 2019

L’arte del discorso




Molto importante è il come. In che modo e in quale forma ci si esprime.

L’arte del discorso sta nel comunicare efficacemente non è il semplice mettere insieme delle parole che hanno, ciascuna, un proprio significato letterale.

Quel che si dice ha sempre delle implicazioni, indipendentemente dalle nostre intenzioni o volontà.

Emilio Longoni - L'oratore dello sciopero
Tali implicazioni sono di diversa natura: psicologica, emotiva, associativa, linguistica, filologica, ecc.

Posso esprimere uno stesso contenuto in modi diversi e, a seconda del modo con cui lo esprimo, trasmetto un senso positivo, negativo, neutro, posso far vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, e posso anche imprimere a me stesso uno stato emotivo, lo posso accentuare o ridurre, o eliminare.

A esempio, tempo fa lessi questo commento: “apprendo ora che oggi era la giornata del bacio, ho baciato mia figlia e pure il mio cane! Ormai mi rimangono solo loro da baciare”,  esprimendo così il pensiero, si imprime a sé stessi uno stato emotivo triste, amareggiato, sconsolato; implicitamente si sta trasferendo anche sul futuro la propria condizione attuale, si generalizza ciò che è una condizione temporanea, legata al presente per farla diventare una personale peculiarità, una dichiarazione di decadenza e di sconfitta; ma se si modifica la frase e dicendo “apprendo ora che oggi era la giornata del bacio: io ho baciato mia figlia e pure il mio cane! Avevo loro da baciare”, si contestualizza l’evento e la propria condizione attuale, non si vincola la condizione personale presente anche a quella futura, non si generalizza, non si fa una dichiarazione di sconfitta e non ci sono implicazioni che determinano un giudizio negativo su sé stessi.

Il risultato da conseguire è l’imprimere uno stato emotivo neutro o positivo. Tutto ciò non innesca l’attivazione di credenze negative con tutto ciò che ne consegue.

In breve, in funzione di come mi esprimo, influenzo l’altro e anche me stesso.

A esempio, posso esprimere delle osservazioni ricalcando i soli aspetti negativi o i soli aspetti positivi; nel primo caso predispongo me stesso in una condizione mentale orientata alla negatività e ciò condizionerà i ragionamenti che esprimerò successivamente, avrò la tendenza a pensare e valutare negativamente; nel secondo caso la situazione si rovescia in direzione del positivo. Posso però anche esprimere una valutazione in forma dubitativa o ambivalente e, in tali casi, mi mostrerei più aperto alle varie ipotesi.

Contemporaneamente a uno di questi modi di esprimermi, induco il ricevente a reazioni e valutazioni che muteranno in funzione della forma espositiva che ho utilizzato.

Se faccio un’affermazione ponendola come una assunzione di verità, cioè in modo deciso, possono indurre il ricevente a percepire la mia asserzione come un ipse dixit, potrei perciò apparire o essere percepito come colui che vuole imporre la propria verità o che si vuole disporre in una posizione di superiorità. Se, diversamente, propongo la mia tesi sottolineando che è una mia personale visione, relativizzo il contenuto alla mia persona trasmettendo un diverso segnale, cioè quello di colui che esprime la propria opinione nel rispetto dell’altro.

Ad esempio, affermare “la riforma costituzionale è penosa” suona come una affermazione impositiva, come l’unica verità possibile che, quindi, non è rispettosa delle opinioni altrui; dire invece “a mio parere, la riforma costituzionale è penosa”, riconducendo l’affermazione alla mia persona (che quindi me ne assumo anche le responsabilità), si relativizza l’affermazione ed è interpretata come espressione di un parere personale che non lede i diritti e il rispetto degli altri.

Nel primo caso, posso essere tacciato come arrogante o presuntuoso, nel secondo si prende semplicemente atto del mio pensiero. Può sembrare una cosa banale, ma questi accorgimenti possono fare la differenza tra una conversazione che continua sul solco del confronto, e una che sfocia in una sterile polemica e scontro.

Non va mai dimenticato che i contenuti che esprimiamo sono soggetti a interpretazioni che dipendono dalla storia del ricevente, dal suo stato emotivo al momento, dall’idea che egli ha della nostra persona.


22 aprile 2019

Un problema della timidezza: esprimersi con efficacia




“Perché le persone fraintendono quello che dico?”; “dicono che non so parlare”; “alcuni si offendono alle mie parole anche quando non è mia intenzione”.

La timidezza è spesso segnata dal mancato apprendimento di modelli di espressione verbale orientati alla gestione di situazioni comunicative.

Edouard Manet - colazione sull' erba
Talvolta tali modelli sono in possesso del soggetto timido, ma se questi non è avvezzo alle conversazioni con gli altri, le abilità sociali possedute non vengono esercitate e, pertanto, male utilizzate per mancanza di allenamento.