13 luglio 2022


La paura della delusione o dell'abbandono è paura della sofferenza che tale evento produce.

Nelle ansie sociali la delusione può essere considerata in vario modo:

  • Il venir meno di aspettative riposte nell’altra/o;
  • Considerarsi colpevole di aver favorito il verificarsi della delusione stessa con il proprio comportamento;
  • Avere una storia di sofferenze nelle relazioni interpersonali;
  • Essere il risultato di idealizzazioni eccessive riguardanti la relazione a cui si aspira;
  • Essere il risultato di propri comportamenti disfunzionali;
Noell S. Oszvald - autoritratto

Sovente si verifica con la fine di una relazione di coppia e, in tal caso, la scottatura produce sentimenti di sconforto, tristezza, senso di abbandono, abbattimento emotivo, avvilimento.

Nelle persone ansiose, l’evento che produce la batosta emotiva può avere ripercussioni in termini di sofferenze psicologiche che possono protrarsi anche per anni quando tale esperienza non viene elaborata e, quindi, superata. 

È proprio quando la delusione relazionale non è elaborata e superata che subentra la paura della delusione come fattore di sofferenze ritenute insormontabili e non sopportabili.

La condizione di sofferenza per delusione e/o abbandono può comportare la formazione di cognizioni disfunzionali riguardanti gli altri: si fa avanti l’idea consistente e, spesso, permanente dell’inaffidabilità dell’altro/a. Tuttavia non sempre è così.

Altrettanto potente è l’azione che può svolgere la memoria emotiva. Quando una sofferenza è memorizzata associando l’esperienza in sé con le emozioni negative vissute, il richiamo della memoria riporta un ricordo in cui l’intensità della sofferenza è fortemente amplificata. 

In queste situazioni l’idea che possa verificarsi il ripetersi di analoghe esperienze conduce a valutazioni previsionali in cui la sofferenza è considerata non sopportabile o portatrice di grave e perdurante danno mentale e/o con la perdita delle capacità di autocontrollo.

Quando l’esperienza della delusione relativa ai rapporti amicali si ripete più volte nel corso del tempo, l’idea dell’inaffidabilità dell’altro si rafforza e radicalizza. In quest’ambito, la sfiducia riposta negli altri finisce col compromettere anche la nascita di nuove amicizie o conoscenze: i comportamenti dell’ansioso diventano sempre più di difesa e chiusura.

La paura è l’emozione principe di tutte le forme di ansia, a essa è sempre connesso il comportamento evitante che esprime l’azione come risposta ai processi cognitivi di valutazione e previsione.

Come ho spesso scritto, nelle ansie sociali, la paura della sofferenza induce a comportamenti evitanti. Ciò implica anche che l’evitamento della sofferenza produce altra sofferenza che si manifesta in termini di solitudine, di scarsa socialità, di condizione permanente di tristezza o infelicità di fondo.

Quando una persona ansiosa ha una storia di ripetute delusioni e/o abbandoni nell’ambito delle relazioni interpersonali, di coppia o amicali, quello evitante può non essere l’unico tipo di comportamento a essere attuato, infatti, in taluni casi, essa tende a manifestare la propria condizione di sofferenza psicologica o emotiva, con comportamenti di irritabilità, scontrosità, aggressività, oppure con atteggiamenti verbali respingenti, di allontanamento dell’altro/a.




30 maggio 2022


Nella timidezza, e in altre forme di ansia sociale, la paura degli altri può coniugarsi anche come timore di giudizi altrui, paura di loro possibili reazioni negative a un proprio comportamento, timore di esclusione e rifiuto sociale.

Arecco Alessandra - angoscia

In questi casi non è da intendersi come paura dell’altro in quanto tale, ma come timore delle conseguenze sociali che possono scaturire dal proprio comportamento che possono comportare nocumento alla qualità della propria vita.

Tuttavia, in alcuni casi l’altro è visto come soggetto pericoloso, inaffidabile, cattivo. Ciò è possibile quando il sistema cognitivo di base ha assunto una visione generale dell’altro e degli altri orientata a tali idee.

24 maggio 2022


Perché abbiamo un livello cosciente e uno inconscio?


Ciò che perviene allo stato cosciente della nostra mente è il risultato finale di un insieme di processi che si sono svolti e che impegnano diverse aree e sistemi cerebrali.

Giuseppe Rubicco - trasparenze mentali

La differenza tra le quantità di informazioni che giungono allo stato cosciente e quelle che non vi pervengono è enorme. Non salendo allo stato cosciente, tutte queste informazioni sono inconsce.

Per fare una battuta potremmo dire che il livello inconscio fa il lavoro “sporco” che nessuno di noi conosce, mentre il livello cosciente e, in particolar modo quello di ordine superiore nell’uomo, ci permette di operare utilizzando le capacità logiche della neocorteccia; in questo livello siamo coscienti di essere coscienti. 

La differenza tra il modo di operare del cervello allo stato cosciente e quello del livello inconscio sta in due fattori principali: il livello cosciente e, particolarmente, quello della coscienza di ordine superiore, vede implicate aree del cervello poste al livello corticale e il suo modo di procedere è di tipo sequenziale; il livello inconscio non necessita di processi elaborativi corticali, infatti, sono implicate sostanzialmente le aree cerebrali sotto corticali. A questo livello i processi neurali si svolgono in parallelo.

A questi due tipi di operare del cervello possono essere associati i processi logici propri dello stato cosciente e i processi “irrazionali” del livello inconscio.

L’irrazionalità


In realtà più che parlare di irrazionalità dell’inconscio, si tratta di processi automatici che, in condizioni normali, ci permettono di agire con tempestività.

Il livello inconscio è, in termini evolutivi del cervello, quello più antico e ha permesso al mondo animale di adattarsi all’ambiente, difendersi dai predatori, riprodursi, apprendere attraverso processi cerebrali automatici memorizzando, sostanzialmente, l’associazione tra le esperienze e le emozioni provate con esse.

Al livello inconscio l’associazione esperienza-emozione, una volta memorizzata, va a far parte di quella che viene chiamata conoscenza implicita.

In tale livello, alla mente non importa di avere ragione o torto, gli importa di agire con la massima tempestività e salvaguardare le condizioni omeostatiche. I processi neurali che vi si svolgono operano una selezione automatica di tutte le informazioni che pervengono al cervello.

La logica


È una capacità propria della corteccia cerebrale dove hanno luogo tutti i processi elaborativi coscienti.

In questo caso la corteccia e le aree sotto corticali si scambiano informazioni reciprocamente.

Le informazioni legate all’associazione esperienza-emozione che si è svolta nel livello inconscio giungono alle aree corticali solo in minima parte e in modo grezzo, qui sono elaborate coscientemente e con modalità logica.


Tuttavia, il processo neurale logico lavora su un insieme di cognizioni costituitesi nel livello inconscio assumendone i contenuti come se fossero dati oggettivi.

Il fatto che il livello cosciente e logico tratta le informazioni, provenienti dal piano subcosciente (particolarmente la associazione esperienza-emozione), come dati oggettivi crea non pochi problemi all’uomo.

Per fare qualche esempio semplice è come se io dovessi fare dei calcoli aritmetici assumendo la nozione che 2 + 2 è uguale a 5. In tal caso, anche applicando una buona logica, i miei calcoli avrebbero comunque una conclusione errata.

È quello che succede nelle ansie sociali quando il pensiero razionale è chiamato a fare i conti con cognizioni, formatesi al livello inconscio e riguardanti la definizione del sé, del sé con gli altri e degli altri.

La memorizzazione emotiva delle esperienze che non ha subito un processo di elaborazione cosciente influenza, in modo deciso, anche i processi logici.




14 maggio 2022


L’ansia da competenza si manifesta quando l’individuo si trova in situazioni in cui ritiene sia necessaria la competenza che pensa di non avere. 

Alberto è sempre stato criticato sin da bambino dai propri genitori. I genitori di Amelia si sono sempre sostituiti a lei nelle decisioni e anche nelle scelte semplici. Carlotta e Ruben, sin dall’infanzia, sono stati abitualmente apostrofati dai genitori con parole o frasi del tipo: “sei un imbecille”; “non capisci niente”; “sei un incapace”; “mi fai fare solo brutte figure”; “sei la pecora nera della famiglia”.

Goa - Magia portami via

Cristina che soffre di depressione si sente sempre dire, da uno o ambedue i genitori, che deve darsi una mossa, che deve smettere di frignare, che non fa niente, che deve cambiare registro, che deve fare questo o quello.

Ciro è cresciuto in un ambiente anassertivo dove il giudizio positivo degli altri è considerato una necessità assoluta.
Sergio ha una famiglia in cui si ritiene che avere sempre successo è doveroso, che è necessario essere dei vincenti, che l’errore non gli deve appartenere.

Questi sono esempi di casi nei quali il soggetto che subisce tali comportamenti e assunzioni sviluppa credenze di base inerenti a idee del sé e del sé con gli altri improntate ai concetti di incapacità, inabilità, inutilità, di fallimento come persona, di difettosità.

Credenze di base che, a loro volta, favoriscono il formarsi di cognizioni intermedie e derivate che, oltre a confermarle, rinforzarle e irrigidire, determinano comportamenti evitanti che poi diventano abituali e automatizzati.

Si tratta di schemi cognitivi che possono sia attivare emozioni negative e stati d’ansia, sia essere attivati da questi generando il processo circolare della timidezza.

Se ci si sente incapace, inabile o inutile, o persona fallita, i pensieri previsionali automatici e negativi, così come quelli di valutazione, conducono sempre alle stesse conclusioni: l’insuccesso. Tutto a prescindere dalle reali capacità e potenzialità personali.

Così, l’idea di incompetenza radicata e fondamentalmente inconscia produce inibizioni molto potenti.

Messa di fronte a situazioni sociali che attivano questi schemi cognitivi negativi, la persona timida è pervasa dall’emozione della paura e insorge l’ansia.

I pensieri automatici negativi di previsione si risolvono in locuzioni del tipo: “farò una figura di merda”; “mi giudicheranno negativamente”; “rideranno di me”; “andrà a finire male”; “come al solito mi bloccherò e non riuscirò a far nulla”; “tutti si accorgeranno che non valgo niente”; “capiranno che sono una persona incapace”; “sarà l’ennesimo fallimento”; “non sono all’altezza”.

La timidezza si esprime in molte forme; tra queste c’è l’ansia da competenza. Questi tipi di problemi ricevono “sostegno” dai quei valori veicolati dai media che riguardano i concetti sull’essere vincenti, sul successo, sulla competizione.

Nel momento in cui tali concetti acquisiscono valore primario e/o di riferimento culturale nella mente dell’individuo timido che si percepisce incapace, inabile socialmente, di scarso valore, egli vive le relazioni sociali con un senso di inferiorità e/o di inadeguatezza, sentendosi un pesce fuor d’acqua, condannato a vivere una vita priva di affettività e/o sessualità, destinato anche a una vita sociale piuttosto scarna.

I processi cognitivi cui ho poc’anzi accennato innescano la paura e, conseguentemente, i sintomi dell’ansia. Quest’ultima può manifestarsi con effetti inibitori sia in termini fisici (impaccio nei movimenti, sudorazione, rossore nel viso, battito cardiaco accelerato eccetera eccetera), sia in termini mentali (difficoltà di accedere alla memoria, blocco mentale, eccetera).



11 aprile 2022



La cognizione è conoscenza. 

Può sembrare strano, ma la cognizione non è una prerogativa esclusiva delle specie umana: buona parte delle specie animali sono dotate o sviluppano la cognizione. Tuttavia, c’è cognizione e cognizione.

Franco Dalla - L'albero della conoscenza

Ciò che distingue la specie umana dagli altri animali è l’esistenza, nell’uomo, della coscienza di ordine superiore che gli permette di avere e produrre livelli più complessi di cognizione.

Come avrai già capito, abbiamo due livelli di cognizione, quella tacita o implicita e quella esplicita.

Sia chiaro che la conoscenza non è una entità, ma un processo neurale che si estende nella mente (anche questa è un processo neurale ma è sovraordinato alla cognizione) fino alla determinazione del comportamento.

Conoscenza implicita


Essendo il livello evolutivamente più antico, è presente in tutte le forme di vita animale ed è collegato in modo diretto alla coscienza primaria.

La conoscenza implicita si determina attraverso processi di memorizzazione per mezzo dell’esperienza sensoriale ed emotiva.

Si tratta di attività neurali continue e costanti di processi con cui il cervello opera per mappare e rimappare il corpo, il cervello, la mente e l’ambiente: è grazie a ciò che il cervello è in grado di gestire l’organismo vivente.

La conoscenza implicita si esplica attraverso processi automatici e, in quanto tali, non richiedono elaborazioni neurali coscienti e/o di natura neocorticale.

Buona parte della conoscenza implicita è addirittura innata ed è quindi trasmessa per via genetica. Questi tipi di conoscenza implicita si differenziano da specie a specie.

Conoscenza esplicita


Tipica delle specie umana, si può esprimere in forma verbale.

Evolutivamente è più recente della conoscenza implicita, è stata possibile grazie ai processi neocorticali e con la comparsa del linguaggio verbale.

La sua processazione avviene anche attraverso il pensiero e a tempi elaborativi maggiori rispetto alla conoscenza implicita.

Nell’uomo, la conoscenza esplicita può essere descritta anche come un processo di memoria che, applicato ed elaborato, giunge alla coscienza di ordine superiore la quale esplica funzioni di gestione della cognizione stessa, di consentire la coscienza e il controllo delle emozioni, di indirizzare la conoscenza in direzione degli scopi personali, di meditare sulle esperienze.

I contenuti della coscienza esplicita riguardano dati oggettivi ed emotivi, dunque, in essi coesistono soggettività e oggettività.

Nella specie umana, la conoscenza implicita e quella esplicita coesistono e interagiscono tra loro attingendo reciprocamente informazioni.

Tuttavia solo una minima parte della conoscenza implicita giunge allo stato cosciente e sfocia in quella esplicita. Possiamo dire che la cognizione esplicita appare come un processo di selezione e sintesi della conoscenza implicita.

Lo scenario è alquanto complesso. Ambedue i livelli di conoscenza risentono delle esperienze emotive. Ciò è possibile in quanto il nostro cervello non memorizza la sola esperienza di vita in quanto tale, ma la associa all’emozione provata nell’esperienza stessa.

Ciò implica che la conoscenza è al tempo stesso memoria della “nozione” e dell’emozione di ogni singola esperienza. Questo è il fattore, forse, principale per cui nell’uomo si verifica sia il pensiero oggettivo che quello emotivo.