6 ottobre 2021


Situazione mentale 1. Flussi di pensieri vagabondi affollano la mente. A cosa pensi? “A niente”; ma quel “niente” è, più che altro, e pensare senza meta, senza un tema preciso, un divagare.

Situazione mentale 2. Immagini vaganti che transitano nella mente come uno scorrere di diapositive o di video compilation: ricordi flashes di eventi, dei gesti, di espressioni facciali.

edward hopper - automat

Situazione mentale 3. Estraniazione dal contesto presente come assenza inconsapevole, leggibile come distrazione, star tra le nuvole: una persona ben conosciuta potrebbe anche passarti davanti a pochi centimetri di distanza e tu potresti non accorgertene.

Situazione mentale 4. Stai male, non sai come raccontare il tuo malessere, anche volendo non sapresti neanche da dove cominciare, in questa difficoltà a raccontarti finisci con il non parlare.

Situazione mentale 5. Non sei abituata/o a raccontare di te, non lo fai mai; è che proprio non ci riesci, non ti viene di farlo anche se talvolta pensi che dovresti.

Situazione mentale 6. Ti capita di pensare che dovresti parlare anche un po’ di te, ma poi pensi che risulteresti noioso/a, oppure che qualcuno potrebbe pensare male di te, oppure che non ci si può fidare degli altri.

Di queste condizioni mentali, per una persona chiusa in sé stessa, ve ne possono essere anche altre; spesso anche concomitanti. A te capita?

Un ansioso sociale, una persona timida tutta racchiusa in sé vive una condizione di isolamento mentale, di solitudine della mente. Esternamente appare come una persona distratta, dallo sguardo vuoto, con una espressione facciale persa o triste, con la mente tra le nuvole.

L’essere chiusi in sé stessi è l’espressione di una condizione di solitudine relazionale e psicologica, il possibile sintomo di una di quelle forme di disagio che annoveriamo nella categoria delle ansie sociali. A lungo andare si trasforma in ritiro sociale.

Ci si chiude in sé stessi perché non si è avvezzi o esercitati al dialogo verbale, perché non ci si sa esprimere, perché non ci si sa raccontare, per paura del giudizio negativo altrui, per il timore di non essere accettati, per l’idea di non essere all’altezza e di non avere le giuste capacità o abilità.

Ci si chiude in sé stessi anche per abitudine, tanto da farlo col motore automatico, perché lo si è sempre fatto e, oramai, è la normalità della propria vita.

Quasi tutte le persone chiuse in sé stesse vorrebbero non esserlo ma il cambiamento appare come qualcosa di improbabile, una chimera, impossibile.

Il proprio futuro appare come uguale al presente che è ripetizione del passato, una condizione di prigionia a vita: non c’è via d’uscita.

Questa condizione mentale e psicologica favorisce il permanere di un quadro cognitivo con credenze disfunzionali, lo rafforza, lo radicalizza; favorisce il perseverare dei flussi di pensieri previsionali negativi e, di conseguenza, la scelta dei comportamenti evitanti.

La paura degli altri si fa strada, talvolta, in maniera subdola, inconscia. Spesso, questo tipo di timore si accompagna, in parallelo, alla paura di sé stessi per quelle presunte credenze sul sé incentrate sull’idea di inadeguatezza e, dunque, alla paura di arrecare danno alla propria persona.




27 settembre 2021


Il nostro cervello tende sempre a economizzare e, spesso, crea delle vere e proprie routine, sia a livello di pensiero, sia nei comportamenti. In questo modo molte delle nostre attività vengono svolte senza che vi sia bisogno di una attività di pensiero cosciente.

Walter Molino - Vita nel 2022

Queste routine cerebrali, non attinenti ai sistemi automatici dell’organismo biologico, si formano per effetto di una continuata reiterazione di tipi di pensiero o di comportamenti; diventano, nel tempo, abitudini che acquisiscono carattere automatico.

Nella nostra vita quotidiana ci capita spesso di eseguire comportamenti automatici o di avere pensieri automatici. Abbiamo anche creato un tipico modo di dire per descrivere questi atti, “ho messo il pilota automatico” o “sono andato col pilota automatico”.

In altri termini, quando adottiamo un comportamento abitudinario per molto tempo, questo diventa automatico.

L’abitudinarietà e l’automaticità di determinati comportamenti vanno anche a definire quello che viene chiamato “carattere”.

Infatti, il carattere di una persona è l’insieme dei comportamenti abituali acquisiti.

Benché il “pilota automatico” sia uno strumento della nostra attività cerebrale con lo scopo di ridurre il proprio carico di lavoro nel livello cosciente, ha anche il rovescio della medaglia: non esiste un processo di selezione tra comportamenti funzionali e disfunzionali.

Nelle ansie sociali il comportamento è fortemente influenzato dagli schemi cognitivi, dalle emozioni, dalla ansia e dal pensiero emotivo.

Ciò implica che un comportamento ansioso e disfunzionale continuamente reiterato nel tempo diventa, esso stesso, abituale e automatico.

Quante volte, a posteriori, ti sei reso/a conto di aver avuto, in una determinata situazione, un comportamento irrazionale ma che hai già ripetuto in altre precedenti esperienze?

“Faccio sempre la stessa stronzata”, “alla fine mi comporto sempre allo stesso modo”, “non faccio che commettere sempre lo stesso errore”.

La persona timida tende ad avere comportamenti finalizzati a interrompere i flussi di paura e di ansia propri del circolo vizioso della timidezza e delle altre ansie sociali. Questi comportamenti hanno sempre lo scopo di evitare quelle esperienze che, nei pensieri previsionali, presagiscono sofferenza emotiva e/o sociale.

Quindi pone in atto il comportamento evitante (fuga, distanziamento, ritiro sociale, scena muta, estraniazione, evitamento dell’esperienza) o ansioso.

Poiché gli stati ansiosi, le emozioni e i flussi di pensiero negativo fanno parte della quotidianità della persona ansiosa, tutti questi comportamenti sono posti in essere con assoluta continuità, cioè sono ripetuti innumerevoli volte. Questa reiterazione li rende automatici.

L’automaticità del comportamento evitante, o comunque ansioso, fa sì che possa non esserci consapevolezza immediata di ciò che si sta facendo in quel preciso istante. In alcuni casi, tuttavia, la coscienza di attuare un comportamento disfunzionale c’è ma non è comunque sufficiente per azioni alternative in quanto emozioni e ansia prendono il sopravvento a danno dei processi razionali.

L’attuazione di un comportamento evitante produce la cessazione dello stato d’ansia e dell’emozione della paura in quanto non c’è più il rischio del pericolo previsto. Questo è un uno dei fattori che rendono abituali e, quindi, automatici i comportamenti evitanti.

L’ansioso sociale è sotto il fuoco incrociato dei processi automatici (comportamentali e di pensiero), dei sistemi cognitivi disfunzionali del sé, degli stati emotivi e ansiosi.




21 settembre 2021


Il comportamento, nei contesti sociali, assume anche la caratteristica di essere una forma di comunicazione.

È ben più antica del linguaggio verbale, oltre che nell’uomo, è rintracciabile in tutto il mondo animale.

Dorota Górecka - foto

Attraverso il comportamento gli esseri viventi sono in grado di intuire l’intenzionalità degli altri e trasmettere quella propria.


Questa forma di comunicazione, nel mondo animale e umano, è particolarmente evidente nel corteggiamento e nella lotta per il rango già prima dello scontro fisico. Le legioni romane battevano le loro armi sullo scudo per apparire più forti e intimorire i nemici.

Tuttavia, il comportamento non esprime, necessariamente, le reali intenzioni di un individuo. Buona parte del nostro comportamento si configura come comunicazione involontaria o inconsapevole.

In effetti, la funzione naturale del comportamento è di adattamento all’ambiente finalizzato a garantire le migliori condizioni di vita.

Nelle ansie sociali, il comportamento, inteso come forma di comunicazione, è particolarmente influente nelle relazioni interpersonali.

Nelle relazioni interpersonali, il comportamento, inteso come forma di comunicazione, può fare la differenza tra la riuscita o l’insuccesso nei rapporti relazionali e, di conseguenza, nella qualità della vita sociale.

Un comportamento è funzionale quando permette di raggiungere gli obiettivi perseguiti.

Ciò significa che non sempre un comportamento sorretto da un’idea di giustezza, dalla ragione etica, sia di per sé funzionale: nessuno si sogna di sfidare fisicamente un colosso muscoloso per il fatto di avere ragione!

Un’altra implicazione del concetto di comportamento funzionale è che, come mezzo di comunicazione, sia capace di essere interpretato dagli altri secondo quelle che sono le proprie intenzioni desiderate.

Come ho più volte scritto, non è possibile non comunicare.

Qualsiasi nostro comportamento comunica, all’esterno, qualcosa di noi, che lo si voglia oppure no.

Nelle ansie sociali, questa intrinseca natura comunicativa del comportamento costituisce un vero e proprio problema.

Gli umani non sono dei, perciò, non hanno il potere di leggere nel pensiero altrui.

Noi possiamo solo interpretare, dare un senso e un significato ai comportamenti che vediamo e alle parole che ascoltiamo.

Tuttavia non si tratta di un processo elaborativo della mente capace di offrire la certezza della giusta interpretazione.

Infatti, noi interpretiamo gli eventi e gli oggetti della comunicazione in funzione della nostra personale storia esperienziale, emotiva e culturale; del nostro modo soggettivo di pensare; del nostro stato emotivo del momento per cui, per quest’ultimo aspetto, un comportamento A di oggi posso interpretarlo nel modo X, ma lo stesso comportamento A domani potrei interpretarlo nel modo Y.

Ciò nonostante, molti comportamenti assumono significato universale. Ciò accade quando un comportamento rientra nella casistica della nostra conoscenza implicita (conoscenza innata).

Un comportamento passivo ci induce a pensare alla persona in questione come a un soggetto relazionalmente debole, o privo di personalità, o con evidenti problemi di socialità.

Un comportamento evitante, poniamo in chiave di corteggiamento, può farci pensare a quella persona come a un individuo poco interessato, o senza “carattere”, oppure problematico.

Un comportamento troppo riservato, magari sulla difensiva o che mantiene le distanze, ci trasmette l’idea di una persona chiusa in sé stessa, oppure diffidente e che non ripone fiducia nella nostra persona, oppure addirittura asociale nel senso di non essere interessata agli altri.

Nelle ansie sociali il comportamento è condizionato dall’insieme dei pensieri strutturali di base, di quelli derivati, dall’insorgere dell’ansia, dall’emozione della paura.

Va anche detto che, negli ansiosi sociali, molti di questi comportamenti condizionati hanno carattere abitudinario e, quindi, sono attuati in modo automatico.

Un comportamento condizionato da schemi cognitivi disfunzionali diventa anch’esso, a sua volta, disfunzionale.

Un comportamento disfunzionale rende difficile, se non impossibile, l’instaurazione di rapporti interpersonali soddisfacenti.

Inoltre, gli altri che entrano in relazione soggetto ansioso sono indotti a incomprensioni e alla formazione dell’idea riguardante la persona ansiosa falsata dalla difficoltà interpretativa del suo comportamento.

In altre parole, il distanziamento e l’allontanamento dalla persona timida non è, necessariamente, da addebitare agli altri, ma al comportamento disfunzionale del soggetto ansioso.

Purtroppo, difficilmente la persona timida ha la consapevolezza di assumere comportamenti non funzionali alla socialità e, in questi casi, tende a conferire, agli altri, colpe che non hanno.







18 settembre 2021


Il problema principale degli ansiosi sociali è costituito dalla difficoltà a relazionarsi con gli altri. Le conseguenze si misurano nelle poche e nulle amicizie, nell’assenza di una vita sessuale, nella problematicità a costruire rapporti di coppia, nelle difficoltà a rapportarsi nei luoghi di lavoro, nelle scene mute durante le discussioni, nel non riuscire a iniziare o mantenere una conversazione.

Goa - Acqua amara

I fattori causali di tale problema risiedono, sostanzialmente, negli assetti cognitivi di base riguardanti il sé, il sé con gli altri, gli altri; nel mancato apprendimento, o mancato esercizio, di modelli relazionali.

In particolare, il mancato apprendimento o esercizio dei modelli relazionali è, spesso, conseguenza delle cognizioni disfunzionali di base.

I fattori causali innescano una serie di processi emotivi e comportamentali che complicano, ulteriormente, la vita relazionale della persona timida.

Tra i processi emotivi principali non possiamo che annoverare l’emozione della paura e l’innesco dell’inibizione ansiogena.

Nel momento in cui una persona timida si rapporta o avverte l’intenzione di rapportarsi agli altri, si ritrova con la mente è pervasa da un flusso di pensieri automatici negativi che, il più delle volte, sfuggono alla sua attenzione cosciente e consapevole.

In un tale quadro mentale, la storia esperienziale del soggetto svolge un ruolo che inasprisce la negatività espressa dai flussi di pensiero.

È chiaro, che in una storia fatta di una somma di esperienze vissute negativamente e memorizzate come esperienze emotive di sofferenza costituiscono un insieme di elementi che, nelle elaborazioni mentali di valutazione, esprimono la forza, la potenza accorrente della capacità condizionante del sistema strutturale delle cognizioni.

Le delusioni amicali e/o di coppia, il fallimento nelle relazioni interpersonali, partecipano alla conferma e al rinforzo delle cognizioni disfunzionali di base o derivate.

Con un sistema cognitivo di segno negativo i comportamenti non possono che essere disfunzionali. Il ritiro sociale, le scene mute, gli evitamenti, le fughe, ne sono l’espressione più evidente.

Essendo l’aspetto esterno della condizione interiore, il comportamento e le mimiche facciali sono ciò che appare, in tutta la sua evidenza, agli occhi degli altri.

D’altra parte, l’essere umano, non avendo la capacità di leggere nel pensiero altrui, può costruire una propria idea dell’altro solo su ciò che appare.

Quest’ultima osservazione è la ragione principale per la quale i comportamenti delle persone timide si trasformano in fattori di allontanamento e di crisi nei rapporti interpersonali.

Nei casi in cui un ansioso sociale ha maturato cognizioni strutturali che conducono alla mancanza di fiducia negli altri, all’idea dell’altro come vipera, traditore, bugiardo, falso, i suoi comportamenti non possono che riflettere all’esterno un tale apparato cognitivo ed essere, quindi, anche percepiti dagli altri con immaginabili conseguenze.

Un tale sistema cognitivo può comportare anche la formazione di una distorsione cognitiva come quella del mito dell’amico che implica l’idea che l’altro debba sempre e comunque mostrarsi disponibile e persino avere la capacità inumana di intercettare i pensieri che fluttuano nella mente del soggetto ansioso.

La persona timida, vivendo una condizione di sofferenza interiore, si trova costantemente sotto gli influssi negativi del non soddisfacimento del sistema motivazionale dell’attaccamento.

Per questa ragione il bisogno di vicinanza, conforto, solidarietà, complicità, acquisiscono una rilevanza molto potente che spinge il soggetto timido a riporre attese eccessive nel comportamento altrui. Il problema è che anche gli altri hanno una propria vita e propri bisogni.

Fattore che, purtroppo, sfugge alla valutazione dell’individuo timido troppo preso da un’eccessiva focalizzazione su sé stesso.

Con un sistema cognitivo incentrato sull’idea di una propria inadeguatezza, la persona timida vive gli insuccessi relazionali come colpa o come vittima di un fato contrario. Condizione mentale che la conduce a un giudizio negativo di sé o a considerarsi come persona sfigata.



3 settembre 2021


Nel 1967, Watzlawick, Beavin, e Jackson affermarono un concetto che resta basilare per la comprensione sia della comunicazione sia della percezione dell’altro: l’impossibilità di evitare di comunicare sia in qualsiasi cosa si faccia, sia che non si faccia alcunché. 

Escher - relatività

Gli esseri viventi esprimono istintivamente i propri stati emotivi attraverso espressioni facciali, movimenti del corpo, posture, espressioni vocali, eccetera. Nell’uomo, anche per mezzo del tono o il volume della voce, la verbalità.

Tutte queste espressioni istintive sono correlate a significati che fanno parte della nostra conoscenza implicita, cioè di un sapere innato che ereditiamo in quanto parte del patrimonio, in gran parte genetico, della specie.

Ciò significa che ogni nostro comportamento fisico o verbale è interpretato dagli altri attraverso i significati che essi esprimono per mezzo della conoscenza implicita.

Non è un caso che quando incrociamo una persona ne riceviamo una “impressione” riguardo suo stato emotivo e il suo modo inconscio di disporsi nei nostri confronti.

Nell’uomo, alle interpretazioni innate dei comportamenti fisici e verbali, si aggiungono quelli appresi per trasmissione culturale. Fatto che rende ancora più complesso e articolato il mondo della comunicazione.

Il modo con cui percepiamo l’altro/a è una diretta conseguenza della nostra conoscenza implicita, di quella esplicita, della nostra personale storia esperienziale.

Va considerato che il linguaggio verbale, sebbene abbia ampliato notevolmente le nostre possibilità espressive e descrittive, presenta una complessità dovuta al fatto che obbedisce a significati condivisi per convenzione sociale.

Il problema è che queste convenzioni sui significati vanno appresi attraverso l’apprendimento di modelli espressivi. La mancanza o il mancato esercizio di tali apprendimenti produce dei seri problemi.

Anche il linguaggio non verbale, nel corso dell’evoluzione umana e della crescente complessità della socialità, si è arricchito di nuovi segni comportamentali. Anche questi si apprendono per mezzo dell’interazione sociale. Molti comportamenti appresi sono propri di un popolo, una etnia, addirittura di singoli gruppi.

La percezione dell’altro/a e l’interpretazione dei comportamenti fisici e verbali è in funzione di tutti questi aspetti ma anche del nostro stato emotivo del momento, delle situazioni contingenti.

Hai mai sentito l’espressione “Si capisce ciò che si vuol capire?”. Ecco questa descrive puntualmente cosa intendo quando parlo di interpretazione o percezione dell’altro/a attraverso lo stato emotivo in cui si trova la mente al momento della comunicazione.

A chiarimento di ciò si sappia che, a esempio, il volere avere per forza ragione su una questione è uno stato emotivo; spesso, anche interpretare personalizzando una frase o un comportamento come gesto di attacco verso la propria persona è uno stato emotivo.

Dato che non possiamo non comunicare e che, quindi, indipendentemente dalle nostre reali intenzioni, qualsiasi nostro comportamento o espressione verbale, comunica agli altri sensi e significati su chi siamo e come ci rapportiamo agli altri, la percezione che l’altro ha di noi è soggettiva.

Diverse persone con ansia sociale si sentono dire frasi del tipo: “non ti valorizzi”. Una frase del genere ci dice di come l’altro ci percepisce guardando i nostri comportamenti, il nostro modo di vestire, di curare il corpo. Ci dice anche che i suoi modelli comportamentali, l’insieme dei segni e dei significati appresi lo inducono a percepirci come una persona che ha poca cura di sé.

D’altra parte, ciascuno di noi percepisce i comportamenti fisici e verbali degli altri in un determinato modo. Se incroci un individuo per strada, anche tu ti fai un’idea di che tipo di persona sia quella che hai appena incrociato. Pensaci.




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