9 agosto 2018

Quando la metacognizione diventa una trappola per la persona timida


“Non faccio che pensare e ripensare a quel momento, come ho potuto agire così?”; “vorrei aumentare la mia autostima, ma credo che il modo migliore sia trovare la causa”; “quando sono con gli altri, non faccio altro che rimuginare su come io mi stia comportando, se mi sto comportando bene”; ” In mezzo agli altri mi chiedo sempre se alle persone presenti interessa davvero che io ci sia”; “Sbaglio dopo sbaglio cercare di capire perché sono così sbagliata/o, cosa c'è di così sbagliato in me”.

Esempi di processi metacognitivi in atto che, come puoi aver compreso, sono un’attività di pensiero. 


I metapensieri ineriscono alle sensazioni interne, agli stessi nostri pensieri, preoccupazioni che abbiamo, alle paure che proviamo, ai comportamenti verbali e non verbali che abbiamo posto in essere o a quelli che potrebbero verificarsi. In pratica un metapensiero medita su ciò che produce la nostra mente sia in termini cognitivi che comportamentali.

La metacognizione è, dunque, una capacità frutto del più affascinante aspetto dell’evoluzione della nostra specie e, in particolare, della neocorteccia del nostro cervello.

Essa ci permette di valutare i nostri proponimenti, di elaborare piani cognitivi articolati anche con pensiero astratto e piani comportamentali, sulla base delle nostre esperienze.


23 luglio 2018

La timidezza e la paura nel sistema cognitivo - 2° parte




Giungendo alla mente-cervello


Generalmente, minore è il livello di coscienza di una specifica paura della catena emotiva, maggiore è il suo avvicinarsi alle ragioni cognitive primarie che l’hanno generata. Ciò implica che la paura più profonda e meno cosciente, tende a essere quella più direttamente collegata alle credenze di base disfunzionali.

Tutto questo non significa che le paure di cui si è maggiormente coscienti non siano collegabili a credenze disfunzionali; piuttosto, è più probabile che facciano riferimento a credenze derivate, o a schemi cognitivi.

Nella prima parte ho accennato a paure annidate o concatenate. 



In questi casi alla paura più immediatamente accessibile alla coscienza corrisponde l’idea della minaccia più immediata proposta soprattutto dai pensieri automatici negativi (soprattutto a carattere previsionale) e, man mano che si va alle paure sottostanti, il pericolo si sposta dall’idea di un danno ricevuto in prima istanza a un danno che scaturisce dalle conseguenze del primo, e così a seguire.

Paura di fallire, di fare brutta figura, di essere respinti, di subire un rifiuto, di arrecare fastidio o essere inopportuni, di apparire stupidi o deficienti: Sono tutti tipi di timori che vengono in prima istanza, cioè, sono i primi a presentarsi alla mente sia sotto forma verbale, sia nelle forme di immagini, sia come un “sentire”. 

Per semplicità di discorso le chiamerò “paure di superficie”

Il problema è che queste specifiche forme di paura non sono innescate primariamente a livello sottocorticale, sono un prodotto delle attività cognitive che attivano le aree limbiche della paura.

Sembrerebbe che a queste sottende quella che è considerata la paura principe della timidezza: il timore del giudizio negativo degli altri.

Le paure di superficie fanno generalmente riferimento ai pensieri automatici negativi e questi, come già saprai, sono pensieri derivati dalle cognizioni di base e da quelle intermedie.

Anche il timore di essere giudicati negativamente sembrano avere gli stessi riferimenti cognitivi. 

Tuttavia la differenza tra questo timore e le paure di superficie sta nel fatto che la paura del giudizio si pone come conseguenza delle prime ma, allo stesso tempo, le anticipa.

Ad esempio, posso essere giudicato negativamente perché sono stato inopportuno, o perché ho fatto una brutta figura, o perché ho fallito, oppure perché sono stato respinto, o perché sono apparso persona stupida o deficiente.

Si verifica, quindi, un rapporto di conseguenzialità tra le paure di superficie è quella del giudizio.

Tuttavia, anche al timore del giudizio negativo possono sottostare altri tipi di paure. E qui giungiamo a un livello di coscienza molto basso.

Gli scopi di vita sociale essenziali, quelli capaci di farci sentire individuo realizzato, emergono a questi livelli.

L’essere giudicati negativamente ha delle implicazioni, conseguenze che già appaiono implicite in questa forma di paura: l’emarginazione, l’isolamento sociale, la discriminazione, l’assenza di partner, la solitudine. In poche parole la non appartenenza sociale.

Abbiamo seguito questo filone a cascata della paura, cercando di fare un percorso a ritroso. Siamo partiti dai timori di superficie che si presentano in tempi più immediati, per effetto dei pensieri automatici negativi, per scoprire che ciascun grado temporale di comparsa delle paure afferiscono ad altre forme di paura meno immediate e che ci indicano una linea sequenziale delle implicazioni. 

Abbiamo visto che la timidezza è caratterizzata da un sistema di paure concatenate secondo un ordine consequenziale, fino ad arrivare al timore di base che è rappresentato dall’annichilimento della propria persona come soggetto sociale.




17 luglio 2018

La timidezza e la paura nel sistema cognitivo - 1° parte

Partendo dal cervello-mente


La paura, come tutte le emozioni di base, è insita in tutte le specie animali. La sua funzione è quella di allarme quando insiste un pericolo o una minaccia. Grazie ad essa, quando incorre il rischio di subire un danno, l’organismo si attiva per fronteggiare la situazione adottando le strategie di fuga o di lotta.

Avrai compreso che, essendo una funzione comune a tutto il mondo animale, la paura è una emozione allo stato grezzo, che si attiva nelle regioni sottocorticali del cervello

Nel processo evolutivo dell’homo sapiens, il cervello si è arricchito con l’ampliamento della neocorteccia. Quest’ultima è la sede delle attività superiori dell’uomo; ci riferiamo alla coscienza del sé, alla capacità di pensiero astratto, alla capacità di produrre un linguaggio semantico, in breve al possesso di un sistema cognitivo logico.

Viste in termini evolutivi della specie, tutte queste nuove funzioni hanno uno scopo adattivo, quello di gestire in modo più funzionale l’intero sistema emotivo, permettendo che le emozioni passassero da uno stato grezzo (comune a quasi tutte le specie animali) ad uno più complesso, duttile e articolato, fino ad uno stadio di elaborazione ulteriore che trasforma l’emozione in sentimento.

In pratica, l’emozione grezza, la cui attivazione è sempre appannaggio delle regioni sottocorticali, viene gestita dall’attività cognitiva della neocorteccia che ha anche potere inibente delle stesse emozioni grezze.

Tuttavia, con la formazione di una società umana molto articolata, in cui si sono formate relazioni interpersonali complesse, tanto da prefigurare una notevole quantità d’implicazioni, la gestione cognitiva delle emozioni grezze ha comportato anche un aumento della complessità e delle forme delle emozioni.

Non sono più solo gli stimoli esterni e quelli interni fisiologici a generare le emozioni, la cognizione ne genera di sue.

Nelle ansie sociali le paure sono, sovente, materialmente inconsistenti, improbabili, puramente fittizie, semplicemente immaginate, pensate, previste tramite un processo mentale: sono frutto del pensiero.

Comunque, queste paure innescate dal pensiero, attivano l’emozione grezza e, dunque, tutti quei fenomeni fisiologici che chiamiamo sintomi d’ansia.

Le cose non sono casuali. Il pensiero riesce ad attivare la paura quando in memoria c’è traccia di esperienze dolorose emotivamente significanti e quando sono conservate definizioni del sé e/o degli altri di chiaro segno negativo. La memorizzazione delle esperienze costituisce un processo di apprendimento.

Se il sistema cognitivo ha memorizzato credenze di base negative riguardanti le qualità di incapacità, non abilità sociale, difettosità fisica (o anche mentale), non amabilità, la persona che si trova in tale condizione, è maggiormente esposta a manifestazioni di paura, anche se la minaccia o il rischio è irragionevole o inesistente. Ciò perché la persona ha appreso, dalle esperienze memorizzate, livelli personali di inidoneità.

Sia chiaro che ciò che si apprende non corrisponde, necessariamente, alla realtà delle cose. 

Come ho più volte affermato, l’apprendimento è acquisito, per la massima parte, attraverso il filtro delle emozioni e, quindi, anche le cognizioni del sé, sono condizionate dal sistema emotivo.

Un aspetto particolare della timidezza, ma anche di altre forme di ansia sociale, è che allo stato percettivo, fisico e cognitivo del soggetto, si presentano diversi tipi di paura, le quali, sono concatenate tra loro e disposte in modo gerarchico e/o consequenziale; cioè si verifica una compresenza di paure.

Una tale sequenza di paure si dispone dal massimo livello di coscienza fino a quello pre cosciente o anche inconscio. Tuttavia, le paure compresenti sono sempre rintracciabili tramite una ricognizione mentale e attentiva.


3 luglio 2018

La ruminazione e il dolore del ricordo nella timidezza


Molti per indicare l’attività di pensare agli eventi trascorsi nella propria vita utilizzano il termine “rimuginìo”. In psicologia questa attività viene, invece, chiamata ruminazione.

antony williams - Emma
Mentre il rimuginìo è un’attività di pensiero insistente che afferisce a pensieri riguardanti il proprio presente, il futuro prossimo o remoto; la ruminazione, che pure è una attività di pensiero insistente, riguarda la propria esperienza trascorsa.

Sia il rimuginìo, sia la ruminazione, sono modalità di pensiero e strategie di tipo metacognitive. La loro funzione è quella di orientare la persona verso il problem solving.

Il problema è che queste strategie metacognitive funzionano solo se vi si ricorre per periodi di tempo limitati. Nella timidezza, come in tutte le altre forme di ansia sociale, non è così.

Nella timidezza, la ruminazione si presenta come un’attività di pensiero persistente e pervasivo che può acquisire carattere compulsivo, nel senso che la persona timida non riesce più ad astenersi dal ruminare.


21 giugno 2018

Timidezza, dissociazione temporale e apatia


Nella timidezza, quando parlo di dissociazione temporale, mi riferisco a uno stato mentale in cui si è dissociati dal momento presente e, in certi casi, dall’applicazione logica del pensiero in modo temporaneo.

Luigi Zizzari - Dissociazione
In pratica, si è con la testa altrove, completamente distaccati e assenti, in quel momento, da quel che accade intorno. Può anche accadere che in questo stato mentale si verifichi un rallentamento o una difficoltà nell’esperire attività logiche legate alla gestione del momento presente.

La si potrebbe anche descrivere come una condizione di estraniazione dalla realtà presente o dalle contingenze problematiche del momento.

La dissociazione temporale rende la persona timida assente sia riguardo a fatti che si verificano nell’ambiente fisico circostante, sia rispetto all’interazione interpersonale, sia rispetto all’attenzione verso sistemi di comunicazione.

In tale condizione l’attività mentale dirige la propria attenzione nella sola direzione dei flussi di pensiero estranianti, questi possono essere a tema oppure divaganti.
Si tratta di una forma di anedonia atipica spesso legata anche all’apatia.

Probabilmente, la dissociazione temporale è una conseguenza di uno stato di apatia, per cui, il mancato interesse verso la realtà esterna a sé, verso quel che accade nel momento presente, è indotta da una difficoltà adattiva.

È chiaro che la dissociazione temporale è un comportamento mentale evitante così, come sembra lo sia anche l’apatia anche se, quest’ultima è più strettamente collegata a una crisi motivazionale.

Sicuramente, dissociazione temporale e apatia appaiono come strategie inconsce di fuga dalla sofferenza o dal timore di essa.

Talvolta la dissociazione temporale e l’apatia possono manifestarsi o sfociare in attività di day dreaming poco mobili o di scarsa costruzione creativa. In questi casi la mente tende ad evadere partendo dal sogno ma senza riuscire a costruire un ipotetico vissuto in modo continuo, sequenziale e/o organico, cioè priva di una vera trama.

Solitudine e difficoltà relazionale sono, in massima parte, il sottofondo esistenziale che sottendono la dissociazione temporale e l’apatia.

Il soggetto timido avverte un senso di costrizione ad agire da solo senza alcuna forma di sostegno o condivisione da parte di altri.

Spesso la persona timida sente di non poter contare sugli altri o, per una supposta indisponibilità altrui, oppure per una difficoltà o supposta incapacità nel manifestare la propria condizione emotiva. In ambedue i casi non si riesce a operare richieste di aiuto.

Le persone che vivono una condizione persistente e pervasiva di timidezza, o di altra forma di ansia sociale, hanno serie difficoltà anche nella descrizione della propria condizione di sofferenza. Le problematiche che sentono di vivere, appaiano, più che altro, come un insieme molto esteso e confuso; per cui sentono di non saper neanche da dove cominciare a raccontare.

Riassumendo, mentre l’apatia è l’espressione di uno stato di demotivazione che scaturisce da idee riguardanti il senso di impotenza, la vanità di ogni tentativo di soluzione, la teoria del destino, l’impossibilità del cambiamento o comunque l’incapacità ad agire in modo risolutivo ed efficace; la dissociazione temporale è evasione emotiva e, purtuttavia, si configura come una strategia di comportamento mentale evitante e automatico che sfugge del tutto al controllo cosciente.