3 agosto 2020


Il tema del fallimento di sé come persona è uno di quei sentimenti che emerge sia nei pensieri, sia emotivamente, quando una esperienza si consuma con un insuccesso, talvolta anche solo apparente, e quando questa va ad aggiungersi a una storia personale di insuccessi relazionali.
Edvard Munch -  Ashes

Nella mente della persona timida, l’insuccesso non è considerato un incidente, un fatto circostanziale. L’equazione insuccesso uguale fallimento di sé come persona è quasi sistematico; l’idea del fallimento riferita a sé, è generalizzante.

Le cause vengono sempre collegate a qualità negative che si ritiene di avere. In questi casi a prevalere è il pensiero emotivo, mai quello squisitamente razionale, anche se il soggetto timido considera le sue conclusioni del tutto razionali.



28 luglio 2020


Capita alle persone timide di trovarsi in difficoltà quando nelle conversazioni con amici o conoscenti si discute di argomenti generici, del più e del meno, i cosiddetti argomenti banali.
Simonetta Massironi - presenza

In tali situazioni il soggetto timido fa scena muta. “Non so che dire”; “penso che dovrei dire cose importanti”; “le conversazioni banali non sono per me”; “non trovo interessanti le discussioni banali”.


La persona timida si sente spiazzata, priva di argomentazioni, avverte i temi in discussione non adatti a sé.


Spesso, considera le conversazioni banali come inutili, senza senso, pregne di superficialità.


Eppure, le conversazioni banali, per quanto possano apparire tali, svolgono un ruolo importante per le relazioni interpersonali.



21 luglio 2020


Negli stadi evolutivi del cervello, le emozioni sono comparse prima, in particolare con la formazione degli strati superiori del tronco encefalico e, soprattutto con quella dell’area limbica. La razionalità è, invece, evolutivamente giovane ed è stata resa possibile con la formazione della neocorteccia.


Gonsalves - hinh anh
Le capacità razionali sono la conseguenza dell’accresciuta complessità dell’organismo umano che si è trovato a far fronte allo sviluppo di una socialità assai articolata e composita che necessitava di una funzione di gestione dell’emotività e della socialità.

Sappiamo che le emozioni sono processi che si attivano in modo parallelo in una pluralità di aree limbiche e di aree al confine tra tronco encefalico e cervello mammifero.


12 luglio 2020

“Gli altri sanno sempre cosa dire”;” loro sono più svegli di me”, “non mi sento all’altezza”; “mi sento inferiore a loro”; “vedo persone abili con gli altri, mentre io non ci so fare” “gli altri hanno tante amicizie e io sono senza amici/che”.
Sono alcune delle frasi che si sentono proferire dalle persone timide.
Federica Gionfrida - Dubbi

Sentono che il mondo scorre felice intorno a loro: Persone che primeggiano, altre che hanno successo, altre ancora a cui riesce facile accoppiarsi, altre ancora che fanno facilmente amicizia.


Guardano questo mondo di persone che riescono e le confrontano con sé stessi, con ciò che non riescono a fare. Pensano al proprio sé ideale e a quello che, invece, sentono di essere nella realtà.


6 luglio 2020


Secondo la teoria transazionale le persone che ritengono gli altri non affidabili sono ascrivibili a due categorie che sono sintetizzate nelle proposizioni: “io sono ok, tu non sei ok” e “io non sono ok, tu non sei ok”.

Dozza - il guardiano
Secondo la visione cognitivista, sono persone che nei primi anni di vita, spesso fino all’adolescenza, hanno vissuto l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento in termini di sofferenza emotiva.

Genitori che nell’interagire col neonato o l’infante, alle richieste di attaccamento (cura, sostegno, conforto, protezione) apparivano distratti, assenti, distaccati, in modo costante o alternato. I genitori che hanno questi tipi di comportamento nei confronti dei figli, neonati o infanti, sono spesso persone con problemi psicologici irrisolti, o alle prese con dipendenze varie, depressi, sociopatici, alcolizzati, tossicodipendenti, ma in altri casi sono inadeguati, impreparati al ruolo genitoriale.


Le credenze di base riguardanti la definizione dell’altro, che si vanno formando in tali contesti sviluppano l’idea dell’altro come non affidabile, come soggetto su cui non si può contare.

Successivamente si sviluppano credenze intermedie, assunzioni e motti, tutti incentrati sul tema dell’inaffidabilità. Si tratta di idee spesso generalizzanti: “la gente è egoista”; “le persone sono superficiali”; “certa gente si dimostra poco seria”; “non ci si può fidare delle persone”. Il mondo degli umani è visto come zeppo di trappole, di pericoli immanenti.


Il contenuto principale di tali cognizioni che determinano le regole del comportamento è quello che si può e si deve contare solo su sé stessi.


Questa visione implica che non va richiesto mai l’aiuto di qualcuno, che non si può contare sull’affettività sincera degli altri, sulla loro solidarietà o vicinanza.


Ritenendo di non poter contare sugli altri, l’ansioso sociale, la persona timida, si affida alle sole proprie forze; tende al ritiro sociale; nei momenti di crisi interiore si isola, si allontana, evita l’incontro, convinta com’è che deve risolvere i propri problemi da sola.


Le relazioni interpersonali, quelle amicali e i rapporti di coppia ne risentono negativamente. Amici e partner sono messi spesso alla prova.


La persona che ha un apparato cognitivo condizionato dal tema dell’inaffidabilità altrui avverte il pressante bisogno di controllo, di monitorare l’altro/a per verificare la sua effettiva affidabilità, ma soprattutto, cerca conferma dell’esattezza delle proprie cognizioni, dei propri convincimenti.

Quando si vuol cercare per forza il pelo nell’uovo, lo si trova anche quando non c’è! Indipendentemente dalle reali intenzioni altrui, qualsiasi parola, frase, atteggiamento, movenza corporea, comportamento può essere interpretato in modo funzionale alle proprie cognizioni sugli altri. 


Quando ripone delle aspettative sull’altro/a, lo fa con la mente centrata su sé stessa, sui bisogni personali e pensa come se i propri schemi mentali siano prerogativa comune.

Ciò rende l’altro/a una persona non persona. Non si prende in considerazione il fatto che ogni individuo ha bisogni e problemi propri, con schemi mentali propri, un modo personale di pensare, un proprio modus vivendi. 


Ciò non significa che la persona timida non sia razionalmente cosciente che ciascun individuo abbia una propria personalità, ma solo che il sistema delle aspettative sugli altri, verte su una condizione mentale egocentrica condizionata dalle emozioni. In tale stato, non è lucidamente consapevole di ignorare le identità altrui.


Sic stantibus rebus, i rapporti di coppia, ma anche quelli amicali, riscontrano alti livelli di criticità e, per ciò, spesso si giunge allo scioglimento del rapporto. Il/la partner viene a trovarsi in una condizione in cui gli è difficile sostenere una relazione caratterizzata da problemi nella comunicazione e nel comportamento.

Ciò è reso ancora più complesso per via del fatto che le aspettative sull’altro/a sono generalmente silenti, cioè non dichiarate verbalmente. Va tenuta in considerazione anche che, in una relazione interpersonale, i comportamenti e la comunicazione verbale di un individuo sono influenzati dalla propria interpretazione del linguaggio verbale e del comportamento di chi interagisce.


In conclusione, l’ansioso sociale, il timido, che vive una condizione mentale caratterizzata da credenze e assunzioni sugli altri centrate sull’inaffidabilità, ha una pessima vita sociale.