18 settembre 2021


Il problema principale degli ansiosi sociali è costituito dalla difficoltà a relazionarsi con gli altri. Le conseguenze si misurano nelle poche e nulle amicizie, nell’assenza di una vita sessuale, nella problematicità a costruire rapporti di coppia, nelle difficoltà a rapportarsi nei luoghi di lavoro, nelle scene mute durante le discussioni, nel non riuscire a iniziare o mantenere una conversazione.

Goa - Acqua amara

I fattori causali di tale problema risiedono, sostanzialmente, negli assetti cognitivi di base riguardanti il sé, il sé con gli altri, gli altri; nel mancato apprendimento, o mancato esercizio, di modelli relazionali.

In particolare, il mancato apprendimento o esercizio dei modelli relazionali è, spesso, conseguenza delle cognizioni disfunzionali di base.

I fattori causali innescano una serie di processi emotivi e comportamentali che complicano, ulteriormente, la vita relazionale della persona timida.

Tra i processi emotivi principali non possiamo che annoverare l’emozione della paura e l’innesco dell’inibizione ansiogena.

Nel momento in cui una persona timida si rapporta o avverte l’intenzione di rapportarsi agli altri, si ritrova con la mente è pervasa da un flusso di pensieri automatici negativi che, il più delle volte, sfuggono alla sua attenzione cosciente e consapevole.

In un tale quadro mentale, la storia esperienziale del soggetto svolge un ruolo che inasprisce la negatività espressa dai flussi di pensiero.

È chiaro, che in una storia fatta di una somma di esperienze vissute negativamente e memorizzate come esperienze emotive di sofferenza costituiscono un insieme di elementi che, nelle elaborazioni mentali di valutazione, esprimono la forza, la potenza accorrente della capacità condizionante del sistema strutturale delle cognizioni.

Le delusioni amicali e/o di coppia, il fallimento nelle relazioni interpersonali, partecipano alla conferma e al rinforzo delle cognizioni disfunzionali di base o derivate.

Con un sistema cognitivo di segno negativo i comportamenti non possono che essere disfunzionali. Il ritiro sociale, le scene mute, gli evitamenti, le fughe, ne sono l’espressione più evidente.

Essendo l’aspetto esterno della condizione interiore, il comportamento e le mimiche facciali sono ciò che appare, in tutta la sua evidenza, agli occhi degli altri.

D’altra parte, l’essere umano, non avendo la capacità di leggere nel pensiero altrui, può costruire una propria idea dell’altro solo su ciò che appare.

Quest’ultima osservazione è la ragione principale per la quale i comportamenti delle persone timide si trasformano in fattori di allontanamento e di crisi nei rapporti interpersonali.

Nei casi in cui un ansioso sociale ha maturato cognizioni strutturali che conducono alla mancanza di fiducia negli altri, all’idea dell’altro come vipera, traditore, bugiardo, falso, i suoi comportamenti non possono che riflettere all’esterno un tale apparato cognitivo ed essere, quindi, anche percepiti dagli altri con immaginabili conseguenze.

Un tale sistema cognitivo può comportare anche la formazione di una distorsione cognitiva come quella del mito dell’amico che implica l’idea che l’altro debba sempre e comunque mostrarsi disponibile e persino avere la capacità inumana di intercettare i pensieri che fluttuano nella mente del soggetto ansioso.

La persona timida, vivendo una condizione di sofferenza interiore, si trova costantemente sotto gli influssi negativi del non soddisfacimento del sistema motivazionale dell’attaccamento.

Per questa ragione il bisogno di vicinanza, conforto, solidarietà, complicità, acquisiscono una rilevanza molto potente che spinge il soggetto timido a riporre attese eccessive nel comportamento altrui. Il problema è che anche gli altri hanno una propria vita e propri bisogni.

Fattore che, purtroppo, sfugge alla valutazione dell’individuo timido troppo preso da un’eccessiva focalizzazione su sé stesso.

Con un sistema cognitivo incentrato sull’idea di una propria inadeguatezza, la persona timida vive gli insuccessi relazionali come colpa o come vittima di un fato contrario. Condizione mentale che la conduce a un giudizio negativo di sé o a considerarsi come persona sfigata.



3 settembre 2021


Nel 1967, Watzlawick, Beavin, e Jackson affermarono un concetto che resta basilare per la comprensione sia della comunicazione sia della percezione dell’altro: l’impossibilità di evitare di comunicare sia in qualsiasi cosa si faccia, sia che non si faccia alcunché. 

Escher - relatività

Gli esseri viventi esprimono istintivamente i propri stati emotivi attraverso espressioni facciali, movimenti del corpo, posture, espressioni vocali, eccetera. Nell’uomo, anche per mezzo del tono o il volume della voce, la verbalità.

Tutte queste espressioni istintive sono correlate a significati che fanno parte della nostra conoscenza implicita, cioè di un sapere innato che ereditiamo in quanto parte del patrimonio, in gran parte genetico, della specie.

Ciò significa che ogni nostro comportamento fisico o verbale è interpretato dagli altri attraverso i significati che essi esprimono per mezzo della conoscenza implicita.

Non è un caso che quando incrociamo una persona ne riceviamo una “impressione” riguardo suo stato emotivo e il suo modo inconscio di disporsi nei nostri confronti.

Nell’uomo, alle interpretazioni innate dei comportamenti fisici e verbali, si aggiungono quelli appresi per trasmissione culturale. Fatto che rende ancora più complesso e articolato il mondo della comunicazione.

Il modo con cui percepiamo l’altro/a è una diretta conseguenza della nostra conoscenza implicita, di quella esplicita, della nostra personale storia esperienziale.

Va considerato che il linguaggio verbale, sebbene abbia ampliato notevolmente le nostre possibilità espressive e descrittive, presenta una complessità dovuta al fatto che obbedisce a significati condivisi per convenzione sociale.

Il problema è che queste convenzioni sui significati vanno appresi attraverso l’apprendimento di modelli espressivi. La mancanza o il mancato esercizio di tali apprendimenti produce dei seri problemi.

Anche il linguaggio non verbale, nel corso dell’evoluzione umana e della crescente complessità della socialità, si è arricchito di nuovi segni comportamentali. Anche questi si apprendono per mezzo dell’interazione sociale. Molti comportamenti appresi sono propri di un popolo, una etnia, addirittura di singoli gruppi.

La percezione dell’altro/a e l’interpretazione dei comportamenti fisici e verbali è in funzione di tutti questi aspetti ma anche del nostro stato emotivo del momento, delle situazioni contingenti.

Hai mai sentito l’espressione “Si capisce ciò che si vuol capire?”. Ecco questa descrive puntualmente cosa intendo quando parlo di interpretazione o percezione dell’altro/a attraverso lo stato emotivo in cui si trova la mente al momento della comunicazione.

A chiarimento di ciò si sappia che, a esempio, il volere avere per forza ragione su una questione è uno stato emotivo; spesso, anche interpretare personalizzando una frase o un comportamento come gesto di attacco verso la propria persona è uno stato emotivo.

Dato che non possiamo non comunicare e che, quindi, indipendentemente dalle nostre reali intenzioni, qualsiasi nostro comportamento o espressione verbale, comunica agli altri sensi e significati su chi siamo e come ci rapportiamo agli altri, la percezione che l’altro ha di noi è soggettiva.

Diverse persone con ansia sociale si sentono dire frasi del tipo: “non ti valorizzi”. Una frase del genere ci dice di come l’altro ci percepisce guardando i nostri comportamenti, il nostro modo di vestire, di curare il corpo. Ci dice anche che i suoi modelli comportamentali, l’insieme dei segni e dei significati appresi lo inducono a percepirci come una persona che ha poca cura di sé.

D’altra parte, ciascuno di noi percepisce i comportamenti fisici e verbali degli altri in un determinato modo. Se incroci un individuo per strada, anche tu ti fai un’idea di che tipo di persona sia quella che hai appena incrociato. Pensaci.




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19 agosto 2021


Molti ansiosi sociali lamentano il problema di non saper procedere, sia in modo verbale, sia in modo comportamentale, in situazioni in cui si ha come obiettivo finale costruire un rapporto di coppia o avere un rapporto sessuale.

Buona parte di queste difficoltà sono legate al corteggiamento.

Paul Delvaux - l' incontro

Il problema non è solo cosa fare o dire, ma anche come interpretare il comportamento, fisico o verbale, della persona con cui si intende interagire.

Il corteggiamento è un insieme di comportamenti che, nella specie umana, si è particolarmente evoluto e articolato tanto da impegnare anche il pensiero astratto.

Ciò implica anche la formazione di processi e apprendimenti culturali che si sviluppano attraverso l’esperienza dell’interazione sociale.

Tuttavia, non va ignorato il fatto che il corteggiamento è una attività che possiamo registrare anche nei mammiferi e negli uccelli e cioè, in tutte quelle forme di vita animale il cui cervello si è evoluto fino a sviluppare l’area limbica o anche sotto corticale.

Questa precisazione è utile per comprendere come il corteggiamento sia, innanzitutto, una attività di origine genetica regolata dai sistemi operativi interni quale quello della sessualità finalizzato non solo alla riproduzione della specie ma anche alla formazione della coppia.

Il corteggiamento è, dunque, una attività dell’istinto che nell’uomo ha acquisito anche forme culturali complesse.

Se è vero che l’uomo è dotato di una coscienza estesa e del lume della ragione, è anche vero che resta un essere appartenente al mondo animale e che la gran parte delle sue attività comportamentali e mentali sono ancora dominate dalle funzioni neurali dell’apparato animale che è in lui.

Solo la neocorteccia (lo strato superficiale del cervello con uno spessore di solo 3 mm!) ci rende umani, ma il resto del cervello è come quello di un qualsiasi altro mammifero.

Piaccia o no, la cultura prodotta dall’uomo non è tale da sovvertire la natura animale della nostra specie. È così allo stato attuale dell’evoluzione della specie umana.

Tuttavia, la mente umana nel momento stesso in cui concettualizza le emozioni e le esperienze, di creare nozioni cognitive sul sé, sugli altri e sul mondo, è in grado di condizionare quei processi automatici che si manifestano nelle emozioni che inducono i comportamenti.

Si tratta, però, di condizionamenti che non vanno a inficiare la natura e le funzioni automatiche dei sistemi operativi interni.
Tali condizionamenti riguardano, fondamentalmente, la psicologia cognitiva dell’individuo.

Le forme espressive umane del corteggiamento si apprendono nell’interazione sociale attraverso le esperienze dirette o indirette.

Una delle implicazioni di quest’ultimo aspetto è che il mancato apprendimento del linguaggio del corteggiamento comporta serie difficoltà sia nel corteggiare, sia nella comprensione dell’altro/a coinvolto/a in tale attività.

La persona che non ha avuto modo di apprendere i modelli comportamentali e verbali del corteggiamento si trova nella condizione simile a quella di trovarsi in un contesto in cui si parla una lingua sconosciuta.

“Cosa devo fare?”; “Non so che dire”; “non so come comportarmi”; “non riesco a comprendere le sue battute e i suoi modi di fare”.

Frasi tipiche di questa difficoltà nel districarsi in un corteggiamento che richiede la conoscenza di modelli comportamentali e verbali correlati a tali attività.

Queste stesse frasi possono esprimere, però, anche l’attivazione dell’inibizione ansiogena.

È qui entrano in gioco le cognizioni strutturali sul sé, sul sé con gli altri e sugli altri.

Una persona che ha credenze sul sé come soggetto in qualche modo inadeguato, nel momento in cui tende ad approcciarsi all’altro/a oggetto del suo interesse, è pervasa da emozioni di paura.

I suoi pensieri automatici previsionali sono orientati alla negatività, all’idea del fallimento, di subire un rifiuto, di essere allontanati, di essere oggetto di scherni, di essere giudicati negativamente, di non essere in grado di una buona performance o prestazione, di non essere sufficientemente attraente.

L’insieme di questi pensieri negativi e previsionali assorbono una gran parte delle energie mentali e psichiche, tali da ridurre drasticamente quelle necessarie a una modalità di problem solving.

Si tratta di una negatività del pensiero mentale che innesca l’inibizione ansiogena per cui il soggetto si blocca sulla sola esistenza del problema senza che la mente riesca a procedere oltre.




7 luglio 2021


Nelle ansie sociali, la ruminazione è un processo mentale per il quale si è impegnati, in modo quasi ossessivo, nel ricordo di una esperienza, con una attività di valutazione e, al tempo stesso, di rammarico e sofferenza verso l’evento o la situazione che è stata vissuta.

Antony Williams - Margaret at ninety

L’attività del ruminare di una persona timida è caratterizzata da un lungo arco temporale che può durare da alcune ore a diversi giorni. L’individuo non riesce a smettere di ruminare.

Nei casi in cui se ne rende conto il soggetto è preso dalla ansia di voler interrompere quest’attività metacognitiva, ma più si sforza di farlo, più resta prigioniero della ruminazione.

La ruminazione, nelle persone timide, è orientata alla rivisitazione delle esperienze vissute con sofferenza.

Le esperienze vissute, soprattutto negli ansiosi sociali, sono memorizzate in associazione con le emozioni di dolore provate.

A loro volta, queste “celle” di memoria sono associate ad analoghe esperienze vissute che hanno prodotto analoghe emozioni di sofferenza.

Ciò significa che quando il soggetto timido va a rivisitare una specifica esperienza negativa, le valutazioni attengono all’insieme delle memorie della storia esperienziale che riguardano vissuti analoghi.

Con l’accumularsi delle esperienze negative la memoria di esse viene sistematicamente riscritta e la sofferenza è ricordata con una intensità superiore a quelle effettivamente provate.

Il ricordo della sofferenza acquisisce una valenza di intensità crescente nel corso del tempo.

Così, nella ruminazione, il ricordo del dolore tende ad essere vissuto come profonda sofferenza, talvolta, tale da essere considerata non sopportabile e a indurre la paura verso la possibilità di riviverlo in nuove esperienze.

Il processo meta cognitivo della ruminazione favorisce questa dinamica. Accade perché da una parte funziona come rinforzo e conferma del sistema di credenze disfunzionali, per altra parte perpetua l’abitudine alla ruminazione prolungata nel tempo, per altro verso alimenta quel sistema di memorizzazione dell’esperienza in termini di grande sofferenza.

Vale la pena prendere in esame anche il fatto che nella ruminazione è contenuta anche l’abitudine al giudizio negativo del sé, del sé con gli altri o degli altri.

Da questo puntò di vista, il ricordo del dolore e degli insuccessi vissuti forniscono, alla persona timida, ulteriori motivi di collegare tali memorie a presunte personali inadeguatezze.

In tal senso, l’ansioso sociale, avverte anche un senso di colpa di sé per ciò che è stata la propria vita socialmente ed emotivamente disfunzionale. Si tratta di un senso di colpa che esclude contesti e contingenze, è considerata una colpa esclusiva di sé verso cui non c’è appello.

Un altro aspetto della ruminazione e del contestuale ricordo del dolore è l’attivazione di emozioni di sofferenza analoghe a quelle provate nelle esperienze oggetto dell’attività ruminante.

Tuttavia, l’intensità delle emozioni attivate, non sono necessariamente equivalenti a quelli vissute nell’esperienza rammentata. In questi casi l’emozione può presentarsi come sottofondo, o con intensità comunque inferiore a quella realmente vissuta oppure, in altri casi, scatenare una condizione emotiva ad altissima intensità.

Nelle ansie sociali, la memoria del dolore è una caratteristica intrinseca dell’attività metacognitiva della ruminazione. Spesso è lo stesso ricordo del dolore a dar vita all’attività ruminante. Possiamo dire che ruminazione e memoria del dolore siano costituenti di un processo circolare.



3 luglio 2021


Uno dei fattori psicologicamente più invalidanti è la tendenza della persona timida e, in generale, negli ansiosi sociali, è quell’insieme di pensieri negativi rivolti al giudizio negativo di sé stessi e delle proprie qualità.

“Mi faccio schifo”; “sono una persona fallita”; “sono incapace di amare”; “non servo a niente”; “sono un incapace”; “non farò mai nulla di buono nella mia vita”.

Hopper Edward - Donna al sole

Queste, e tanti altri tipi di frasi, sono l’espressione di un giudizio senz’appello nei confronti della propria persona.

Certo, ci sono casi in cui il soggetto timido scarica sugli altri le cause o le colpe della propria condizione. Ma nella maggior parte degli individui timidi, si vive un senso di colpevolezza della propria condizione, ma soprattutto, si tende a individuare le cause della propria sofferenza interiore puntando l’indice verso questa o quella peculiarità apparente di sé.

Dato che la persona diventa timida per via di cognizioni inconsce negative su sé, l’indice puntato è indirizzato proprio verso quelle credenze di base disfunzionali che riguardano sé stessi, sé stessi con gli altri e gli altri.

Senza rendersene conto, la persona timida, indirizza le sue valutazioni negative sul sé guardando ciò che, in realtà, è solo evidenza apparente. I comportamenti disfunzionali non sono causati da inadeguatezze proprie, ma da strutture cognitive inconsce che hanno cominciato a formarsi in tenera età.

L’ansioso sociale che prova giudicare o valutare la propria persona, in tale operazione, è coinvolto emotivamente. Le sue valutazioni non possono che essere il frutto di pensieri emotivi, mai di pensieri oggettivi.

Ecco, dunque, che l’accettazione di sé assume una valenza prioritaria.

Accettarsi non significa arrendersi o rassegnarsi alla propria condizione. L’accettazione è la presa d’atto di una condizione oggettiva su cui non vanno ricercate colpe o colpevoli.

Accettarsi significa dirsi “ok, adesso son fatto così, ora come posso cambiare le cose?”.

Accettarsi significa non esprimere alcun tipo di giudizio o valutazione sulla propria persona. L’accettazione è orientata al problem solving.

L’accettazione di sé è il distacco dalla tendenza mentale di associare valori negativi a ogni evento della propria vita sociale e di ciò che ne deriva. Questo permette alla persona di riconciliarsi con la realtà al di là delle proprie spinte emotive, di approcciarsi alle esperienze con spirito libero. Il mondo reale è ciò che è, nella sua oggettività, scevro di condizionamenti emotivi.

Liberandosi da un atteggiamento mentale giudicante, l’accettazione ci permette di guardare dentro noi stessi come osservatori neutri, come se ci si guardasse dall’esterno.

Ciò permette di valutare comportamenti e conseguenze in maniera contestuale, inserendoli nell’ambito situazionale in cui si manifestano: anziché piangersi addosso, odiarsi o respingersi, ci si spinge verso la ricerca di soluzioni.

Ma non è tutto qui. L’accettazione di sé è il più importante atto d’amore verso la propria persona. Senza questo gesto d’amore verso di sé non è possibile una soluzione per la timidezza.

Una cosa, però, deve essere chiaro: l’accettazione non è qualcosa che bisogna attendere che giunga, non è una cosa che va conquistata, e nemmeno meritata, va fatto, punto e basta.