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23 aprile 2013

L’adolescenza e l’insorgere dell’ansia sociale


Sappiamo che dalla nascita e nel periodo della fanciullezza, nella nostra mente si forma l’insieme strutturato di base delle credenze che, tra l’altro, vanno a determinare la definizione del sé.

Quando queste credenze sono disfunzionali e cioè che definiscono, sostanzialmente, negativamente se stessi in termini di abilità, capacità o amabilità, ci si trova ad avere a che fare con un sistema che può restare silente per anni, e covare una crisi come una bomba ad orologeria.

Questa massa critica di modelli interpretativi trova la sua esplicitazione laddove l’individuo si trova nella condizione di rivisitare o ridisegnare se stesso. L’adolescenza è una di quelle fasi della vita in cui ci si trova in tale condizione.


Max Ernst - verso la pubertà
All’inizio di questa fase di cambiamento, nell’adolescente sta mutando il corpo di bambino per acquisire una corporeità che determina la maturazione delle capacità riproduttive e dell’identità sessuale. L’adolescente assiste a una mutazione fisica che segna un netto confine tra la condizione infantile in cui era abituato a vivere e in cui si riconosceva, con una condizione fisica del tutto nuova e sconosciuta, a cui sente di dover assegnare un’identità diversa da quella che aveva di sé fino a quel momento.


Le sue capacità logiche si sono ampliate e si è determinata una capacità strutturata di elaborazione di costrutti ideali. Il mondo non è più quello di prima.

Con l’avvento di una identità fisica sessuale, anche il sistema di relazioni non può più reggere sulla base di quei modelli di relazionamento sociale cui faceva riferimento. Comincia ad acquisire il senso dell’identità sociale, e di una aumentata complessità dell’essere. 


16 aprile 2013

Fattori cognitivi in timidezza e ansia sociale : Il ruolo delle regole - parte seconda



Avendo funzioni regolanti e normative, le credenze intermedie si diversificano in diverse tipologie, ciascuna caratterizzata da una propria “sintassi”. 

Le credenze condizionali hanno la caratteristica di governare i comportamenti stabilendone i modelli e le regole cui attenersi. 

Influenzano significativamente, e in modo vincolante, il pensiero etico, soprattutto quando è riferito agli obblighi o alle necessità dei propri comportamenti, talvolta anche in relazione a quelli degli altri.  Costituiscono il nucleo organizzativo e direttivo del modo di vivere l'intero sistema delle relazioni sociali.

In particolare, afferiscono alle conseguenze del comportamento sociale in quanto oggetto di valutazione da parte di altri, producono pensieri riguardanti le possibili conseguenze negative di una cattiva performance del tipo “se dico la mia penseranno che sono un cretino”. 

Bruno Ceccobelli - serva natura
È per questo che vengono chiamate condizionali, stabiliscono la relazione tra un comportamento e gli effetti che ne possono conseguire, in tal senso costituiscono anche una logica previsionale che si può riassumere così: posta questa condizione, quest’insieme di situazioni, il mio comportamento deve essere questo se non voglio che le cose precipitano in negativo.

La credenza secondo cui la propria credibilità e valore siano sottostanti alle valutazioni altrui, schiaccia il soggetto verso l’auto annullamento come individuo autonomo e verso il basso nei ruoli gerarchici, sia nelle aggregazioni amicali, sia nell’ambito lavorativo. 
Il fatto di condizionare il proprio modo di essere alle valutazioni esterne, fa sì che il processo di autodeterminazione personale e sociale subisca un pesante ridimensionamento operativo o che venga annichilito.

Le frasi con cui si esprimono le credenze condizionali sono, generalmente, costituite in due parti. La prima parte, che costituisce la premessa, è condizionale e caratterizzata dall'uso di locuzioni del tipo:  “se ...... “; “a meno che ...... “;  “o ...... (faccio, riesco, eccetera) “. 
La seconda parte esprime una punizione, cioè la conseguenza negativa che si verifica se la premessa non viene soddisfatta, è caratterizzata da locuzioni di tipo: “allora..... “; “poi......“; “oppure......”.

Spesso, però, le locuzioni della premessa e/o quelle condizionali sono sottintese, quindi tali termini non vengono pronunciati o utilizzati, sono cioè impliciti. In altri casi le credenze intermedie si esprimono sotto forma di motto , cioè di regole sintetiche che ci si da, cui ci si ispira in tutto ciò che si fa o non si fa, oppure sotto forma di considerazioni su se stessi.

Le credenze regolanti  guidano il comportamento sociale, caratterizzate da standard esageratamente elevati o rigidi, generano pensieri orientati a performance la cui perfezione è considerata obbligatoria, del tipo “devo fare tutto in modo perfetto”, “non devo assolutamente sbagliare”.

Una regola-principio che fa parte del nostro modo di pensare, e che viene espresso in modo sintetico, è scomponibile in una frase contenente premessa e punizione. Faccio qualche esempio: “mai avvicinarsi”  (se mi avvicino, allora sarò respinto); “non commettere errori” (se sbaglio, allora sono un fallito); “bisogna sempre fare le cose in modo perfetto” (se non faccio le cose per bene (allora) sono un fallito); “bisogna sempre essere la migliore” (se non sono la migliore vuol dire che (allora) non valgo niente);  “non mi amano perché non valgo niente “ (se non mi amano allora non valgo niente)

Le doverizzazioni fanno parte delle regole implicite e costituiscono delle vere e proprie norme di comportamento che la persona si impone di osservare, sono quindi degli imperativi. 
Le frasi che compongono questi pensieri sono caratterizzate dall'uso di parole come: devo, dovrei, non posso evitare. 
A queste parole doverizzanti è associato un altrimenti, che può essere esplicito o sottinteso. 
Le disfunzionalità delle doverizzazioni risiedono nella loro perentorietà, sono rigide e non danno spazio, né alla fallacità umana, né all'idea che gli incidenti di percorso possono sempre accadere. 

Classici esempi di doverizzazioni sono: “non posso permettermi un passo falso”; “non devo sbagliare”; “devo essere sempre perfetto”.
In genere agli "altrimenti" corrispondono conseguenze negative, ad esempio: “non devo sbagliare, altrimenti sono un fallito”; “devo essere sempre perfetto, altrimenti sono solo un mediocre”; “non dovrei mai deludere gli amici (o i familiari), sennò mi lasciano”.

Di credenze intermedie ne abbiamo tutti, solo che mentre nelle persone “normali” queste hanno una validità relativa e sono spesse sovvertite in favore di altre regole più confacenti agli obiettivi, nelle persone timide e negli ansiosi sociali in generale, queste diventano un sistema normativo rigido e che assume una validità assoluta. 
La non relatività delle credenze intermedie fa si che queste diventano norme dal carattere anche ossessivo, che possiamo riscontrare nella mania per la perfezione, verso l’idea del primeggiare come elemento distintivo del proprio valore, nei comportamenti subalterni o comunque passivi. Ancora una volta il comportamento evitante si pone come strumento attuativo principe per l’osservanza di tali norme.



12 aprile 2013

Fattori cognitivi in timidezza e ansia sociale : Il ruolo delle regole


parte prima

Nel momento in cui nella mente si forma uno schema interpretativo della realtà sociale, sia riferito a se stessi, sia riferito agli altri, sia riferito alla società come insieme regolato da leggi etiche e comportamentali, sorge la necessità di determinare tutta una serie di linee guida che possano indirizzare il comportamento e il pensiero in un percorso coerente allo schema interpretativo sottostante.

In breve, i comportamenti da attuare e le modalità di pensiero da esperire, devono essere aderenti e coerenti con gli schemi interpretativi degli eventi. Ciò diventa necessario in quanto un modello interpretativo necessita della conferma della sua validità attraverso l’attuazione pratica dell’idea che esprime.

Nello stesso tempo il sistema cognitivo, nel suo processo di elaborazione delle informazioni, costruisce un sistema logico che non può non prescindere dalle informazioni primarie che ha attinto dalla memoria, e cioè dagli schemi interpretativi.


Vincent Van Gogh - il cortile della prigione
Tutto ciò significa che, data una credenza di base, a questa devono far seguito costrutti che siano una sua coerente elaborazione logica che delinei gli elementi attuativi e regolanti destinati a ispirare i comportamenti.

Il loro compito, dunque, è quello di determinare delle regole in conformità con l’idea di base che si è costituita nella mente e che riguardano la definizione di se stessi, degli altri e del mondo sociale. 
Queste regole stabiliscono i tipi di comportamenti da avere, i modelli di approccio sociale, i modelli di gestione dei rapporti sociali, i modelli di espressione del sé, delle conoscenze, del pensiero, delle emozioni e dei sentimenti. Determinano un sistema etico. In breve, come bisogna comportarsi nel mondo.

Queste sono credenze di livello intermedio, gli elementi di collegamento tra le credenze di base, i pensieri automatici e le scelte comportamentali. 

Anche le credenze intermedie si formano attraverso un processo di apprendimento. Possono essere acquisite nell’ambiente familiare o sociale, per analogia o emulazione, persino attraverso l’istruzione. Basti pensare ai precetti familiari, ai motti di buona parte del senso comune popolare, a norme inibenti di origine religiosa o legate ad antiche tradizioni di cultura popolare, eccetera.

Pur nella loro struttura spartana, regole e assunzioni costituiscono l’ossatura portante del sistema logico-relazionale, condizionano cioè, il modo di pensare a tutto ciò che riguarda noi stessi all’interno di un sistema di relazioni. 

Questo significa che l’interpretazione degli eventi interni a contesti relazionali, di noi stessi rispetto a questi e agli attori di tali eventi, la valutazione di tutto ciò, le nostre scelte in relazione a tali situazioni, sono condizionate da un sistema logico regolamentato dalle credenze intermedie.

Beck individua tre tematiche principali a cui si ispirano questi tipi di pensiero, l'accettazione  riferita a sé verso se stessi e a sé rispetto agli altri, induce a pensieri del tipo "se gli altri non mi amano non valgo nulla", la competenza che induce a pensieri del tipo "se non faccio le cose per bene sono un fallito", il controllo che induce a pensieri tipo "non posso stare a chiedere aiuto agli altri". 

Questi pensieri negativi sono considerati dal soggetto giusti, logici, veritieri, concreti, equilibrati, pieni di buon senso, per cui non vengono mai messi in discussione: da una parte rinforzano e confermano le credenze negative di base, dall'altra esprimono il modo in cui il soggetto tende a evitare di fare i conti con se stesso, di evitare a portare allo stato consapevole le credenze negative di base, impedendo che vengano invalidate, infatti è da questi tipi di pensieri che scaturiscono la scelta dei comportamenti. 

Voglio concludere questa prima parte chiarendo un concetto che mi sembra basilare. Non bisogna concepire le credenze intermedie, e quelle di base, come qualcosa di inaccessibile alla nostra coscienza e/o consapevolezza. Diversamente dalla concezione freudiana, queste sono “inconsce” per il semplice fatto che non siamo abituati o allenati a rintracciarle. Mentre nella logica che prevede un io inconscio e un io conscio, nettamente separati e in conflitto, i pensieri sono concepiti come processi devianti che allontanano la realtà da significati simbolici profondi, nel cognitivismo essendo considerati come emanazione diretta delle credenze, queste sono intercettabili nei pensieri, d’altra parte le credenze sono concepite come schemi di memoria.

1 aprile 2013

Aspetti della timidezza e dell’ansia sociale: i pensieri disadattivi


In un precedente articolo parlai della differenza tra  pensiero positivo e realistico e sul pensiero funzionale. Oggi voglio concludere l’analisi sull’utilità dei pensieri cercando di definire meglio il concetto di pensiero disadattivo.

Ho più volte parlato dei pensieri disfunzionali, distorti o irrazionali. L’uso di queste terminologie tendono a sottolineare, di volta in volta, uno specifico significato epistemologico, cogliendo quindi differenti peculiarità insiti nei pensieri non funzionali alla vita di un individuo.

Scorrendo, ad esempio, nella lista dei pensieri irrazionali proposta da Ellis, potremo incontrarne alcuni ed essere mossi da un desiderio di obiezione. E lo stesso può capitare con gli esempi di preconcetti elencati da A. Lazarus, N. Lazarus, e A. Fay, e così via con i contributi di altri autori.

Al di là delle terminologie utilizzate dai vari autori, resta un concetto di base: 
Quando un pensiero produce ragionamenti indotti e comportamenti che procurano nocumento alla vita sociale e pratica del soggetto stesso, questi sono da considerarsi disadattivi, disfunzionali.

Jean Dubuffet- vicissitudes
Da questa definizione appare implicita la considerazione del fatto che un pensiero può non essere irrazionale in termini assoluti, ma lo può diventare in funzione dell’uso, dei significati o delle implicazioni che gli vengono collegati.

Una persona che ha paura di volare perché immagina di precipitare, non costruisce nella sua mente un pensiero di previsione su un rischio inesistente, ma la sua costruzione mentale diventa disfunzionale nel momento in cui assegna una probabilità elevatissima, finanche del 100%, alla possibilità che l’aereo precipiti.

Un ragazzo che non si approccia a una donna perché è convinto di essere rifiutato, svolge un pensiero disadattivo in quanto assegna alla probabilità di un rifiuto un valore elevato e conseguenze disastrose, ignorando del tutto le altre possibilità.

Quando i pensieri, i motti, i precetti, le regole (credenze condizionali), assumono valori e significati assoluti, acquisiscono la connotazione dell’inconfutabilità, sono considerate valide sempre e comunque, a prescindere dalle circostanze, dalla configurazione dei fatti reali, dal modo in cui i fatti - oggetto della valutazione - sono venuti a costituirsi. 
In parole povere si verifica l’esclusione totale della probabilità, delle possibili altre chiavi di lettura dell’evento, della flessibilità interpretativa. Tutto questo produce una notevole riduzione del repertorio ideale e comportamentale.

Un ragionamento è, dunque, disfunzionale nella misura in cui si chiude rispetto alla flessibile interpretazione degli eventi reali.

Infatti, nelle persone timide, negli ansiosi sociali, la peculiarità dei pensieri automatici negativi e delle credenze di base e intermedie, è quella di essere orientate a senso unico, in direzione di una interpretazione emotiva della realtà, proiettato verso una visione pessimistica degli eventi e delle previsioni, di definire in negativo le prerogative della propria personalità, abilità e capacità.

Il pensiero disadattivo è tale quando riduce drasticamente le possibilità operative, chiude spazi al relazionamento interpersonale, inibisce comportamenti socializzanti, riduce notevolmente il repertorio dei modelli comportamentali ed espressivi, rafforza uno stile di vita anassertivo.