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31 maggio 2013

Aspetti della timidezza – la socialità

La timidezza, come molte forme di ansia sociale, esiste in quanto riferita agli altri. Il mondo delle relazioni umane, qualunque sia il loro ambito operativo, è il terreno in cui si consuma il comportamento delle persone timide e degli ansiosi sociali. Essi sono tali solo e soltanto all’interno di questo mondo, fuori dalla socialità la timidezza non esiste.

Ciò rende chiaro ed evidente la centralità che assume la socialità nella vita di un individuo timido.

La socialità si esprime in quell’insieme di scopi e di attività, utili al loro raggiungimento, che sono necessariamente dipendenti dalle relazioni con altre persone. 

Ciò implica dunque anche il concetto di dipendenza che si manifesta attraverso il desiderio e il bisogno di aiuto, cooperazione, solidarietà, appoggio. 


Enrico Baj - senza titolo
Questi bisogni e desideri sono legate alla necessità di sollievo e conforto, alle funzioni di sopravvivenza e riproduzione, alla concretizzazione degli obiettivi, alla soluzione dei problemi, alla gratificazione derivante dall’insieme delle interazioni sociali

La socialità investe il dominio personale sia nella sua sfera pubblica che in quella privata.


20 maggio 2013

Quando la persona timida si sente sbagliata


Le persone timide percepiscono chiaramente la propria diversità. Ciò risulta evidente, ai loro occhi, per la non conformità dei propri comportamenti rispetto a quelli comunemente adottati dagli altri, per gli obiettivi che non riescono a raggiungere ma che altri soddisfano normalmente, per le difficoltà che provano nel relazionarsi agli altri che questi non hanno, per la diversa qualità della vita tra essi e gli altri.
I timidi vedono gli altri riuscire, laddove essi si bloccano, falliscono o pongono in essere strategie di fuga o evitamento. Confrontano continuamente i risultati propri con quelli altrui.

Nel misurare queste differenze, nel constatare questi diversi livelli o frequenza di successi, queste diverse abilità nel districarsi nelle situazioni sociali, gli individui timidi (ma anche tutte le persone che soffrono di una qualsiasi altra forma di ansia sociale) si convincono che in loro c’è qualcosa che non va.

Joan Mirò - inverted
Quel qualcosa che non va tende a divenire un valore assoluto, e dunque, il riferimento non è più la singola specifica situazione, il particolare contesto, quel preciso aspetto di sé, quel determinato comportamento, ma la propria persona nella sua globalità, interezza. 
Maggiore è il gap percepito, più forte è la tendenza a ritenersi diversi per “costituzione”, per natura, per indole innata. 

Nel momento in cui la differenza tra sé e gli altri è concepita come dato costitutivo globale della persona, l’individuo timido, tende a determinare una concezione di sé che può sfociare in due direzioni principali, le quali agiscono come fattore di rinforzo delle credenze disfunzionali, di perpetuazione ulteriore dei pensieri automatici negativi, di alimentazione del circolo vizioso della timidezza e delle altre forme di ansia sociale.

Una direzione è quella di rinchiudersi in una rigida idea di indipendenza o di autosufficienza. In questo caso il soggetto è portato a isolarsi dai contesti sociali per affermare una presunta "purezza" del proprio carattere e ponendosi nel ruolo di colui che è chiamato a difendere tale prerogativa. 


8 maggio 2013

Fattori della timidezza e dell’ansia sociale: Il potere dei pensieri


Introduzione

Quando sosteniamo che la timidezza e le altre forme di ansia sociale si formano nel nostro sistema cognitivo, affermiamo implicitamente che il principale veicolo di trasmissione di questo processo sono i pensieri.

Attraverso i pensieri, nella nostra mente, possono circolare e interagire tra loro, elementi della memoria, le percezioni che intercettiamo, ciò che abbiamo appreso, il linguaggio verbale, cioè le parole che utilizziamo anche nel nostro dialogo interiore, le immagini fisse o in movimento. Dentro i pensieri si svolgono i nostri ragionamenti, le valutazioni, le scelte. Da essi discendono tutte le nostre azioni.

Quando viviamo un’esperienza, siamo raggiunti da stimoli esterni o interni, li interpretiamo e valutiamo con l’attività del pensare.

I pensieri sono il luogo dell’interazione  e, l’interazione stessa, tra memoria e il processo del ragionamento, tra dati di conoscenza e la loro elaborazione.

Joan Mirò - parole dipinte
I pensieri partecipano anche a costruire e sostenere motti, assunzioni, precetti, leitmotiv, slogan, che vanno a costituire anche l’insieme delle credenze intermedie, oltre a presentarsi pure nelle loro modalità automatiche.

Sono anche l’espressione del nostro stato cosciente (che non necessariamente è reale consapevolezza). Ed è nel passaggio dalla coscienza alla consapevolezza, che si consumano le contraddizioni logiche e/o interpretative che caratterizzano la timidezza e le altre forme di ansia sociale.

La funzionalità o la disfunzionalità dei pensieri dipende da quanto siano considerate assolute la loro validità, o da quanto siano considerate coincidenti con la realtà le ipotesi interpretative prodotte.