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29 ottobre 2013

Timidezza e ansia sociale: auto commiserazione e vittimismo

Tra le forme cognitive verbali maggiormente usuali, che si possono riscontrare in una persona timida, e che esprime il profondo senso di scoramento e, al tempo stesso, d’impotenza, sono la tendenza all’auto commiserazione e/o al vittimismo.

Bollare questo tipo di comportamento, da parte degli individui timidi o degli ansiosi sociali, come uno sterile piagnisteo o come atteggiamento manipolativo, significa non comprendere appieno la complessa e sofferente condizione psicologica in cui essi versano.


George Grosz - vittima della societa
Auto commiserazione e vittimismo sono due facce di una stessa medaglia. Operano sempre nel dominio del pensare giudicante, in cui il giudizio è riferito ai patimenti emotivi soggettivi dell’ansioso sociale e del timido, ma, mentre la prima è un’introflessione, un giudizio negativo su di sé, la seconda è un’esternalizzazione, un giudizio negativo sugli altri.

Le persone afflitte dalle varie forme di ansia sociale come la timidezza, hanno un profondo senso di vulnerabilità. Esse si sentono particolarmente esposte ai rischi derivanti dal dominio delle relazioni sociali. 

Il rischio non è visto come possibilità del verificarsi di un fenomeno che può essere molto o poco probabile, ma come un pericolo immanente, e la probabilità rasenta la certezza. 


23 ottobre 2013

Timidezza e ansia sociale: pensare in modo possibilista

Timidezza e interpretazione

Timidezza e ansia sociale hanno le loro radici nell’interpretazione degli eventi, delle situazioni, dei comportamenti.

L’attribuzione di causa e di significato, che concorre nel processo interpretativo degli avvenimenti, in quanto attività di pensiero, è una variabile dipendente non solo dalla storia propria esperienziale della persona timida, ma anche e soprattutto, dagli stati emotivi vigenti al momento dell’esperienza da interpretare.

Nel caso degli ansiosi sociali (e dei timidi), anche la storia esperienziale è fortemente caratterizzata dagli stati emotivi, e ciò rende ancora più radicale la loro tendenza a pensare con ragionamento emotivo.


Ma cosa comporta il ragionamento emotivo?


Joan Miro - metamorfosi
Un fattore determinante è senz’altro l’assegnazione del carattere probante a tutto ciò che è di esclusiva pertinenza del dominio personale e, in particolar modo, ai pensieri, alle emozioni, ai sentimenti.

Nel momento in cui queste attività, frutto del dialogo interiore, assumono carattere probante, i dati di fatto, propri della realtà, perdono la loro valenza oggettiva, cioè si verifica una confusione, una commistione nella distinzione tra gli avvenimenti reali e ciò che è mentale. 

Certo, noi sappiamo che il ragionamento emotivo, le attribuzioni di causa e significato, sono il risultato dell’interazione tra gli schemi interpretativi attivati e le dinamiche valutative ed elaborative dell’attività cognitiva. Così come sappiamo anche, che gli stessi schemi interpretativi, sono il risultato dell’interazione tra lo stato emotivo del momento presente e l’esperienza vissuta nello stesso momento.

16 ottobre 2013

Aspetti della timidezza: il senso di colpa

Sinteticamente potremmo dire che il senso di colpa discende dal percepirsi come persona sbagliata in qualche modo o aspetto di sé.

Ma perché ci si sente in colpa? 


Mitch Barrett - voices
Da una parte può discendere dall’idea di aver trasgredito alle regole etiche e comportamentali in uso a un gruppo di riferimento o a un dominio sociale più ampio, oppure a norme che costituiscono o assumono particolare valore per il soggetto stesso. 
Per altro verso da collegare all’idea di aver avuto un comportamento scorretto, lesivo, ingiusto, o inopportuno, nei confronti di altri.

In ogni caso c’è sempre un’idea svalutativa di se stessi, definizioni del sé come soggetti inadeguati. 


In diverse tipologie di situazioni e comportamenti, il senso di colpa segue o prelude la vergogna.

La persona timida, o ansiosa sociale, nel momento in cui si sente in colpa, ha già un background cognitivo centrato su tali pre-giudizi riguardanti se stessa. 


9 ottobre 2013

La circolarità della timidezza e delle altre ansie sociali

La timidezza si auto alimenta e auto perpetua, e ciò è vero per tutte le forme di ansia sociale. 

In questo fenomeno, il tempo, inteso come sequenza di ripetizione di attivazione delle credenze, dei pensieri automatici negativi , dei comportamenti di difesa (evitamento, elusione, fuga, fuga in avanti, estraniazione), dei sintomi d’ansia, costituisce il fattore di radicamento della timidezza stessa.

La timidezza emerge con l’attivazione delle credenze di base disfunzionali, da queste, parte una sequenza di processi, cognitivi e fisici, a cascata. 

Ciascuno dei segmenti di tale processo è causale di quello che segue ma, al tempo stesso, è parte della dinamica che conduce alla sua stessa ripetizione.
Ciò avviene attraverso il fenomeno del rinforzo. 

I comportamenti di affrontamento delle situazioni ansiogene messi in atto, producendo un temporaneo alleviamento, o l’evitamento del rischio paventato attraverso i pensieri predittivi, confermano la validità di tutte le premesse cognitive che hanno dato luogo a quegli stessi comportamenti.


Giorgio Celiberti - uccello nella gabbia
Le credenze di base disfunzionali vengono confermate nel loro valore; i sensi e i significati contenuti nelle assunzioni delle credenze intermedie vengono riaffermate; i pensieri automatici negativi sono rinvigoriti nella loro validità e nella loro automaticità; i comportamenti adottati sono ulteriormente radicati nel loro essere prassi operativa e abitudine.

La ragione di tutto ciò, pur nella sua complessità, è piuttosto semplice, venendo a mancare la possibilità, attraverso l’esperienza sul campo, di poter verificare la validità dei convincimenti interiori e la funzionalità dei comportamenti rispetto agli obiettivi di vita, il sistema cognitivo non è nelle condizioni di invalidare la non oggettività delle informazioni contenute negli schemi cognitivi. 

Pertanto, tutto rimane immutato ma, essendoci stato riconferma della validità delle cognizioni preesistenti, queste si radicalizzano ancora di più come informazioni e modelli di riferimento, irrigidiscono ulteriormente i futuri processi mentali di elaborazione, valutazione, previsione e decisione.

In breve negli ansiosi sociali e quindi anche le persone timide, quando si trovano di fronte a situazioni e contingenze ansiogene, la mente attiva lo schema cognitivo (l’insieme delle credenze, delle assunzioni, delle regole e dei pensieri automatici negativi) collegato al modello situazionale, conseguentemente esse sono pervase dalle emozioni e insorge l’ansia. 

A questo punto subentra uno stato di necessità, che è quello dei annullare le emozioni negative, l’ansia sopraggiunta e ripristinare lo stato di quiete che, ovviamente, è relativo; tale bisogno, che ha carattere impellente, determina la scelta comportamentale che consiste nell’evitamento, nell’elusione, nella fuga, nell’estraniazione o nelle fughe in avanti. 

Il ripristino dell’apparente stato di quiete produce il processo cognitivo conclusivo che tende a essere automatico; la scomparsa dei fattori di sofferenza, dovuto all’attuazione del comportamento di affrontamento, è interpretato come dimostrazione della validità delle credenze di base, delle assunzioni e delle regole contenute nelle credenze intermedie, e dei pensieri automatici negativi. 

Talvolta questo processo cognitivo conclusivo, inizia con pensieri razionalizzanti, la loro funzione è la ricerca delle argomentazioni a sostegno del proprio operato e della giustezza del comportamento che si è posto in essere. 

Anche i pensieri razionalizzanti sono funzionali al fenomeno del rinforzo, proprio perché confermano lo schema cognitivo disfunzionale che si è attivato in concomitanza dell’evento. 

Per concludere si può rappresentare tutta la dinamica fin qui descritta, nello schema che segue.






1 ottobre 2013

Quando l’evitamento della sofferenza diventa disfunzionale

Nella cultura umana è fortemente radicata l’idea che il raggiungimento della felicità sia maggiormente disponibile evitando la sofferenza. Un tale concetto ha una sua validità nella misura in cui l’evitamento della sofferenza non dia luogo a una cognizione dogmatica e a comportamenti, da essa discendente, che determinano una sorta del “non vivere”.

Portata alle sue estreme conseguenze, quest’idea conduce a un'implicita negazione della sofferenza come fattore intrinseco e propria della vita umana. 

Pensare che la vita sia possibile senza patemi è come negare il principio della gravità mentre un elefante sta precipitando sulla nostra testa.

Conseguenza dell’idea d’evitamento della sofferenza è l’assunzione di pensieri e comportamenti di controllo nei confronti delle esperienze. 

Carrie Ann Baade - mare di lacrime
Tali assunzioni, sono talmente considerate desiderabili, che l’attuazione di strategie di controllo attraverso pensieri e comportamenti, orientati all’evitamento della sofferenza, sono apprese e incoraggiate negli ambienti sociali e sono ampiamente divulgate nella letteratura passata e presente, nelle arti visive e persino nelle pratiche farmacologiche.

Possiamo osservare che, nella timidezza e in altre forme di ansia sociale, le strategie di controllo per l’evitamento della sofferenza, trovano applicazione assidua e sistemica.

È una delle ragioni per la quale mi sono sempre dichiarato contrario all’idea di sostenere il pensare positivo sistematico, piuttosto che a un pensare possibilista, funzionale o oggettivo; a un pensare, cioè, che apra a una visione più articolata e duttile nell’interpretazione dei fatti, e a una loro valutazione con una logica in grado di prendere in considerazione la pluralità degli scenari possibili e costruire, così, un paniere diversificato di modelli interpretativi.