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29 dicembre 2014

La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza - II PARTE


Nuovi obiettivi


Un modo per affrontare queste problematiche è quello di ricorrere alle varie tecniche della mindfulness. Con questo nome sono indicate un insieme, in qualche caso eterogeneo, di tecniche di disposizione mentale che vanno da quelle a ispirazione “buddista”, a quelle più specificatamente di estrazione cognitivista.

Il decentramento



Ennio Calabria - la forma da dentro
Quando siamo sottoposti a situazioni di sofferenza emotiva o fisica, la nostra attenzione si concentra su di essa. Nelle ansie sociali, nei disturbi d’ansia d’altro tipo, nei disturbi dell’umore (depressione), l’attenzione è diretta verso i pensieri automatici negativi, nel continuo rimuginìo sui temi della propria sofferenza psichica, sul passato, su un ipotetico futuro negativo, sulla preoccupazione, sulle emozioni come la paura.

Analogamente, in altri tipi di situazioni stressanti, come ad esempio quelle da lavoro, la centralizzazione del pensiero sugli eventi o stimoli stressanti, l’attenzione induce a percepirli come più faticosi, esasperanti, pregnanti, pressanti.

In breve, nel momento in cui, il pensiero si concentra sui fattori stressanti della nostra vita o delle situazioni contingenti, cioè diventa fattore centrale della nostra attività cognitiva e metacognitiva, le percezioni negative mentali o sensoriali, acquisiscono maggiore intensità, frequenza, qualità e valore.

22 dicembre 2014

La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza

PRIMA PARTE

Inizia con questo la prima delle quattro parti dell’articolo dedicato alle linee concettuali della mindfulness che rappresenta il punto di approdo attuale, della ricerca nel campo della psicologia, di tecniche e strategie per fronteggiare le varie forme di ansia sociale, e non solo.
Introduzione


Le problematicità della timidezza

La timidezza è una condizione mentale che produce, in varie forme, problemi adattativi nell’interazione con gli altri. La persona timida, è tale, in quanto soggetto sociale: fuori da tale contesto la timidezza non esiste.

Si tratta di forme di disagio che scaturiscono dal percepirsi diversi dagli altri o come soggetto sbagliato, e dal percepire determinati eventi, situazioni e comportamenti altrui, come forieri di minaccia, di rischio che può produrre sofferenza nella propria vita sociale: non a caso la paura caratteristica dei soggetti timidi è di trovarsi a essere esposti allo sguardo e al giudizio degli altri.  


I potenti pensieri intrusivi


Gian Carlo Calma - Meditazione
Benché la timidezza sia vissuta attraverso gli effetti negativi, interni ed esterni, che produce, è un fenomeno di origine cognitiva. Il problema risiede, quindi, nel sistema cognitivo: nel mondo ora misterioso e sommerso, ora a pelo d’acqua, dei pensieri.
Il soggetto timido vive una sorta di continuo martellamento di pensieri intrusivi. Si presentano in varie forme, come immagini mentali, con le sembianze di emozioni, come sensazioni, come un “sentirsi”, come pensieri automatici negativi: a favorire la loro manifestazione ci si mettono anche le metacognizioni che sono di vario tipo, stili del pensare, il pensare sui propri pensieri, pensare sulle proprie esperienze interne.


I coping dei timidi e le conseguenze

Per far fronte alle proprie paure, le persone timide attuano comportamenti e stili di pensiero di affrontamento (coping). Lo scopo di tali strategie è evitare, a se stesse, la sofferenza derivante dai fallimenti nell’interazione sociale. In realtà sono previsioni d’insuccesso, non fatti reali. 

Infatti, gli individui timidi, procedono per previsioni, con la mente rivolta al futuro prossimo, per poi precipitare nel rimuginìo alla ricerca vana di ciò che non ha funzionato nella propria vita o degli errori nelle situazioni che hanno vissuto.
Gli stili del pensare, cioè il metodo o modo con il quale si affrontano le proprie esperienze interne, si poggiano su quattro fattori principali: 

  • L’attenzione, quindi l’eccessiva focalizzazione sulle sensazioni interne, fortemente condizionate dall’emotività.
  • Il rimuginìo, il continuo ripensare alle esperienze infruttuose; 
  • La fusione, fenomeno d’identificazione di sé con i propri pensieri, emozioni, immagini mentali o sensazioni fisiologiche; l’insieme delle esperienze rivisitate con la memoria e vissute emotivamente come se si rivivessero nel presente.
  • La preoccupazione per il proprio futuro prossimo che induce a un’esasperata attività di previsione. 
In alcune tipologie di timidezza e in altre forme di ansia sociale, al soggetto ansioso si presenta anche il problema di come far fronte ai pensieri intrusivi e negativi. Infatti, nonostante non conoscono la reale portata e l’insieme delle implicazioni cognitive e comportamentali dei pensieri negativi, spesso, essi si rendono conto che il loro continuo ripresentarsi alla mente, costituisce un ostacolo per un normale svolgimento della propria vita.

La strategia di coping più in uso in questi casi è il tentativo di reprimerli, ma così facendo favoriscono l’insistenza della loro presenza nella mente.

L’attuazione comportamentale del lavoro mentale, con il quale, si completa l’intera strategia di coping, è l’evitamento che costituisce l’atto finale che dovrebbe comportare l’allontanamento dalla sofferenza psichica, sociale o fisica.

In realtà, l’evitamento produce il rinforzo di tutte quelle credenze e metacognizioni disfunzionali che fanno permanere il soggetto attivo nella condizione mentale della timidezza.

20 dicembre 2014

L’assertività come modello di comunicazione

Nell’interazione sociale, le persone afflitte da forme di ansia sociale come, ad esempio, la timidezza, vivono il problema della comunicazione. Una difficoltà che sperimentano nell’espressione di stati emotivi, nella manifestazione d’intenti relazionali, nell’esposizione di pareri o contenuti ideali, nelle conversazioni ordinarie, nella gestione delle relazioni stesse.

Si tratta di un disagio di natura cognitiva che può investire uno o più fattori di origine ambientale. Agenti che, limitandole o inibendole, costituiscono anche le cause del mancato ricorso alle abilità sociali.


Henri Matisse - danza I
Mi riferisco all’ inibizione ansiogena, all’errato o mancato apprendimento, a carenti modelli di comportamento di riferimento nell’infanzia e nella fanciullezza, a scarsa socializzazione, ad ambienti con forti carenze nell’espressione dei sentimenti, a genitorialità caratterizzata da una o più peculiarità quali: estrema severità, apprensività, repressività, protettività, ansietà, anassertività.

Essendo la comunicazione, uno strumento che veicola informazioni a trecentosessanta gradi, la sua funzione non è il semplice trasferimento di dati di conoscenza, serve anche a gestire le relazioni interpersonali. 


9 dicembre 2014

Ansia sociale e timidezza: il senso della vulnerabilità

Ogni paura è riconducibile al senso di vulnerabilità della propria persona. In condizioni normali, la paura ci rende coscienti di non essere onnipotenti, ci pone di fronte ai nostri limiti, ma ci rende anche consci delle nostre capacità di manovra.

Nell’ansia sociale e nella timidezza, l’asticella che segna il grado di vulnerabilità è molto bassa, per cui le capacità di reagire efficacemente, agli stimoli che pervengono, sono considerate decisamente deficitarie; sicché, avendo un’idea di grande fragilità di sé, ogni situazione, evento, normalmente gestibile, è percepita come grande minaccia.

Il senso di vulnerabilità è una percezione cognitiva derivata; cioè, è la risultante di processi cognitivi volti alla valutazione della situazione in esame e delle capacità proprie di farvi fronte. 

L’interazione di questi dati di conoscenza, che giungono all’attenzione della mente, come flussi di coscienza, determina il valore del livello di rischio che l’individuo assume per la situazione o l’evento che deve fronteggiare.

I flussi di coscienza, ossia, la presa d’atto della configurazione di una data situazione, non sono necessariamente aderenti alla realtà, poiché attingono dalle credenze di base, stili e modi abituali o tendenziali del pensare. 

Ciò implica la possibilità che le credenze di base possano essere interpretazioni emotive della realtà; che quelle intermedie siano, pertanto, disfunzionali; che gli stili e modi del pensare, cioè le metacognizioni, siano condizionate disfunzionalmente, non tanto nel “cosa”, quanto nel “come” si pensa e in funzione delle sottostanti credenze.

Frida Kahlo - la colonna spezzata
Possiamo dire che un ansioso sociale o una persona timida si sente tanto vulnerabile quanto più le credenze di base ineriscono a inadeguatezze del sé.

Le metacognizioni, i pensieri condizionali, le doverizzazioni e, di conseguenza, i pensieri automatici negativi, seguono l’indirizzo di negatività o positività contenuto nelle definizioni delineate dai convincimenti inconsci sul sé.

Giacché attiene al dominio cognitivo, quella della vulnerabilità, è un’idea, un convincimento, anche se spesso, è percepita come senso, come un sentire.

Dunque, nell’ansia sociale e nella timidezza, il senso di vulnerabilità discende dal percepirsi inadeguati in uno o più campi del vivere sociale.

L’idea dell’inadeguatezza di sé spinge, il soggetto timido a sentirsi sprovvisto, non solo di adeguati strumenti d’interazione sociale, ma anche di mezzi di autodifesa. 

Egli si sente nudo, e le sue presunte qualità negative (l’essere incapaci, inabili, stupidi, falliti, inferiori agli altri, inamabile, non interessante come persona) gli appaiono troppo vistose nel momento in cui s’interfaccia con gli altri.

Ma il timore degli individui timidi è anche orientato verso le conseguenze dell’essere scoperti come soggetti inadeguati, temono i giudizi negativi altrui, di perdere la faccia, di ritrovarsi a essere degli emarginati sociali, di vivere nella solitudine.

L’insieme di queste paure non fa che accentuare il senso di vulnerabilità di sé. Tutti gli eventi e le situazioni sociali si trasformano in contenitori di minacce incombenti e gravi. I pensieri automatici negativi martellano in due direzioni principali, la propria inadeguatezza e la previsione che tutto andrà male.

È chiaro che se anche le previsioni non danno spazio a ipotesi neutre o positive, il rischio percepito e valutato, è altissimo, rasenta la certezza che si verifichi, diventa qualcosa che si sta già vivendo, come se il futuro coincidesse col momento presente: per molti ciò che non è ancora accaduto, è già scritto; proprio come nell’idea della predestinazione cui tendono molti soggetti ansiosi.

Più è forte l’idea dell’insuccesso, del fallimento, maggiore è il senso della vulnerabilità; questa proporzione è vera anche all’inverso: s’influenzano vicendevolmente: sono componenti del circolo vizioso della timidezza e dell’ansia sociale.

2 dicembre 2014

Ansie sociali e timidezza: il comportamento evitante

La timidezza, e le altre forme di ansia sociale, benché siano disagi o disturbi di origine cognitiva, sono percepiti, da coloro che ne sono afflitti, per gli effetti materiali che osservano e provano sulla propria pelle, nella loro interazione sociale, nei comportamenti che attuano e di cui sono coscienti della loro inefficacia.

Purtroppo, rendersi conto dell’inefficienza dei propri comportamenti non è, di per sé, sufficiente a rimuovere quei fattori deleteri che li producono.

Pere Borrel del Caso - in fuga dalla critica
Anzi, quasi sempre, le persone timide, nel tentativo di risolvere questi problemi, finiscono col cadere nelle maglie del rimuginìo, della ruminazione, della preoccupazione, della spietata autocritica, dell’assunzione di sensi, significati e regole, incoerenti con la vita reale, dell’interpretazione emotiva della realtà che si allontana dall’oggettività.

Di questo processo cognitivo “deviante”, esse, non se ne rendono conto, e così, assumono, come verità, quelle credenze e metacognizioni che sono all’origine del loro problema. In pratica, non fanno che confermare, validare e rinforzare, credenze e metacognizioni disfunzionali.

Questa validazione e rinforzo delle credenze di base, intermedie e delle metacognizioni (modalità del pensare), si verifica in particolar modo proprio a posteriori dell’attuazione di un comportamento disadattivo.

Infatti, l’inefficienza del comportamento disadattivo spinge, il soggetto timido, a considerare vere le convinzioni negative riguardanti il sé, o gli altri, che si sono svolte nella sua mente e che l’hanno condotto alle scelte inefficaci poste in atto.