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24 febbraio 2015

Ansia sociale e timidezza: Le metacognizioni come stile di pensiero


     Premessa


Col termine “esperienza” intendiamo: 
  • tutto ciò che si sta provando materialmente, fisicamente; 
  • tutto ciò che si sta sentendo o percependo come atto, materiale o immateriale, che giunge alla nostra coscienza; 
  • tutte le sensazioni, il sentire, emozioni e sentimenti che stiamo provando in noi stessi. 

In altri termini, l'esperienza è conoscenza diretta di una determinata realtà, materiale o immateriale, acquisita in modo personale attraverso l’osservazione, l’interpretazione, la pratica o l’uso della realtà stessa.

Silvano Bruscella - altro lato
La metacognizione di un dato di conoscenza si ha quando l’attività di pensiero va oltre la presa d’atto dell’esperienza stessa, quando, in relazione a essa, la mente avvia un processo di esame e riesame. 
Quindi, la metacognizione è andare oltre la semplice cognizione. Dato che la metacognizione è un’attività di pensiero, i pensieri che la costituiscono sono meta pensieri.

Faccio qualche esempio per chiarire meglio il concetto: se sto pensando al comportamento che ho avuto in una determinata circostanza, il processo di analisi e valutazione che andrà a far parte della mia conoscenza, è una metacognizione. Se sto meditando su come disporre la mia mente nel valutare le mie esperienze, di approcciarmi mentalmente a un problema, sto svolgendo un’attività metacognitiva. Se penso che la preoccupazione sia una prova della mia maturità o responsabilità, sto svolgendo un’attività metacognitiva. Se pòstulo il concetto secondo il quale manifestare le emozioni è un segno di debolezza, assumo una metacognizione. Se sto rimuginando su una situazione che mi è accaduta, sto svolgendo un’attività metacognitiva. Se sto pensando ai pensieri che mi vengono in mente, sto svolgendo un’attività metacognitiva.


     

16 febbraio 2015

Aspetti della timidezza: L’evitamento della sofferenza che produce sofferenza


Agli esseri umani non piace soffrire, e ciò è del tutto comprensibile. 

Nella nostra società si ritiene che l’evitamento, tout court, della sofferenza conduca, con maggiore facilità, alla felicità. Così si sono sviluppati stili metacognitivi che tentano di attuare un controllo verso le proprie esperienze interne. La cultura che ne è conseguita, considera tali logiche assolutamente perseguibili e positive, tant’è che l’evitamento è trasmesso, appreso e incoraggiato.

È da qui che nasce la cognizione dell'evitamento

Un giocatore di scacchi sa che, talvolta, è preferibile sacrificare la regina per vincere la partita.

La timidezza fa, di questo evitamento, uno stile di vita che la caratterizza e che è, al tempo stesso, boia e prigione.

Maria pensava che non impegnandosi nello studio, non avrebbe sofferto la delusione se all’esame le fosse andata male. Un parere simile lo esprimeva anche Alba sostenendo che è meglio fare una previsione in negativo di un evento da affrontare, perché in tal modo, se le cose non vanno bene, non ci si sta male. Andrea è dell’idea che non avere interessi aiuti a non soffrire. Michele non si approccia alla donna che ama da mesi perché, se fosse respinto, la sofferenza del fallimento sarebbe troppo forte. Adele rifiuta ogni invito a fare da relatrice in convegni e consessi vari, perché, se non riuscisse a essere perfetta, il suo fallimento, l’accompagnerebbe per tutta la vita.

Ennio Calabria - il vento si scaglia contro le cose
Così Maria continuava a mietere bocciature, a sentirsi una fallita e a star male per questo. Alba arrivava al momento clou, talmente convinta di fallire, che si bloccava per la paura e, di conseguenza, ci restava male e le venivano anche i sensi di colpa. Andrea non avendo interessi, è piombato nell’apatia, se ne sta chiuso nella sua stanza in preda ai pensieri negativi, a sentirsi un asociale e a star male per questo. Michele ha visto la sua amata accoppiarsi e ora sta male da morire. Adele non ha fatto carriera, vede altri colleghi meno bravi di lei scavalcarla nell’organigramma dell’azienda, si sente una fallita e vede nero il suo futuro.

Tutte queste persone hanno sperimentato, sulla propria pelle, che la paura della sofferenza produce, di per sé, altra sofferenza. 
Che senso ha soffrire per una vita intera per evitare il rischio, neanche la certezza, di soffrire per una sola ora o un solo giorno? 
Che senso ha arrabattarsi per evitare una sofferenza presunta, quando poi il risultato è comunque sofferenza?

Nello stesso momento in cui si pensa di dover evitare una sofferenza, si ragiona sulla base di una previsione, cioè su fatti non ancora accaduti e di cui non è ancora dato l’esito, poiché riguardano il futuro.

Nella timidezza il pensiero previsionale negativo la fa da padrone.

Lo sforzo di voler evitare la sofferenza esprime la mancata considerazione del fatto che la vita è mutevole, e che quindi riserba, per ciascuno di noi, una vita fatta di momenti felici e di momenti infelici. 

È la non accettazione della varietà insita nella vita umana. 

È anche scollegamento, discrepanza, tra realtà e pensiero, tra vita reale e interpretazione della vita come fenomeno di base.

Da questo puntò di vista, le ansie sociali, come la timidezza, con l’evitamento della sofferenza, decretano il mancato adattamento strutturale, in termini cognitivi, alla vita sociale.


10 febbraio 2015

Timidezza e ansie sociali: I problemi dell’esprimere


Quando una persona timida dice “non mi so esprimere”, ci informa, implicitamente, di quattro cose: ha un atteggiamento giudicante di se stessa, in senso negativo; ha la tendenza ad auto svalutarsi, facendo, quindi, emergere una bassa autostima; lascia intendere di non conoscere modelli d’interazione sociale; ci informa di una probabile storia personale vissuta in un ambiente inadeguato a trasmettere abilità sociali.
I problemi dell’esprimere possono essere originati da diversi fattori, spesso compresenti e interagenti tra loro. In certi casi, tra questi fattori, vi può essere anche una relazione causale che implica componenti originari e indotti.

Celiberti Giorgio - civilta
L’apprendimento di modelli d’interazione, cioè di abilitàsociali, è forse, l’aspetto più diffuso tra le cause che conducono i soggetti timidi ad avere difficoltà nell’esprimersi.

L’apprendimento si acquisisce nell’interazione sociale, per via emulativa, per similitudine, per mezzo di esempi, per prova ed errore, come trasmissione culturale.

L’intera fascia temporale, che va dalla prima infanzia all’inizio dell’adolescenza, è essenziale per l’assimilazione di modelli d’interazione funzionali all’adattamento efficace alla vita sociale.

Una famiglia carente nei comportamenti assertivi, oppure repressiva, o iperprotettiva, o con gravi problemi d’inserimento sociale, oppure disastrata al proprio interno, o in cui le figure di riferimento sono soggetti che presentano livelli di problematicità, costituisce una forte barriera che s’interpone tra il bambino o l’adolescente e l’apprendimento delle necessarie abilità sociali.


2 febbraio 2015

L’aspetto cognitivo del non sapersi esprimere – seconda parte



Il sentirsi inabile nell’esprimersi, fenomeno tutto cognitivo, ha come conseguenza visibile, l’inibizione ansiogena. 

Quest’ultima scaturisce da un turbinio di pensieri automatici negativi che, in quanto tali, tendono a sfuggire alla presa d’atto dello stato cosciente e possono presentarsi anche sotto forma d’immagine mentale. 

I pensieri automaticinegativi rappresentano la sintesi cognitiva finale di un processo che coinvolge credenze e metacognizioni, una volta che pervengono alla mente, attivano diverse aree del nostro cervello. 

L’amigdala, centro nevralgico che controlla le nostre emozioni, produce il sentimento della paura, della sopravvalutazione del rischio e delle minacce. In questo stato emotivo, anche la pur minima probabilità che possa accadere qualcosa di spiacevole, appare più che una semplice possibilità, diventa l’unica ipotesi plausibile, una certezza. 

Marco Landi (Tenax) - dentro il mio silenzio 
L’ipotalamo, che ha la capacità di porre l’organismo in stato di allerta e predisporlo alla fuga o alla lotta, attiva i sintomi dell’ansia fisiologica che, normalmente, svolge la funzione di sentinella di allerta ma che, in una persona ansiosa, ha l’effetto di un terremoto.

In queste situazioni, l’individuo timido, convoglia tutta l’attenzione dell’attività cognitiva, sull’esistenza del problema in sé e sulle convinzioni d’inadeguatezza riguardanti se stesso. 

Con una tale disposizione mentale, le abilità cognitive relative al problem-solving, vengono messe fuori gioco. La facoltà del ragionamento viene a trovarsi in una condizione d’imbrigliamento e, così, le conoscenze di cui si è in possesso, non vengono attinte in quantità e frequenza sufficiente, tanto che gli elementi presi in considerazione costituiscono un repertorio estremamente esiguo e inadeguato per valutazioni efficaci.

L’ansioso sociale, qual è la persona timida, resta, quindi, bloccata sull’idea di avere un problema senza riuscire a disporsi verso la sua soluzione. 

Una tale condizione di stallo alimenta il fenomeno circolare delprocesso cognitivo iniziale, delle conseguenti emozioni negative e dei sintomi dell’ansia, accentuando le successive evocazioni negative dei pensieri e delle immagini mentali, e il permanere degli stati ansiogeni.

Ho accennato, poc’anzi, al fatto di come l’organismo si sia preparato, per mezzo dei sintomi dell’ansia, all’azione della lotta o della fuga: la scelta comportamentale del soggetto timido è la fuga. 

Quando si trova in situazioni che prevedono conversazione o comunque forme di comunicazione interpersonale, l’individuo timido attua la fuga per mezzo dell’evitamento, dell’astensione a prendere parte alle conversazioni, nell’estraniarsi da esse, nella scena muta. 

A volte, però, sceglie la strategia della cosiddetta fuga in avanti, cioè il buttarsi nella mischia nonostante l’ansia; purtroppo, in questi casi, l’inibizione ansiogena gli tira brutti scherzi: lo induce a farfugliare, a esprimersi in modo confuso, a perdere il continuum del discorso, a non trovare le parole, al borbottio, a balbettare, a riconoscibile insicurezza nel tono della voce, ad apparire poco convinto o conscio di ciò che dice, a vuoti di memoria.


In conclusione possiamo dire che la difficoltà nell’esprimersi è l’espressione della permanenza di uno o più schemi cognitivi disfunzionali. 

Questi, in certi casi, quando afferiscono a definizioni negative del sé, impediscono, all’ansioso sociale, di praticare abilità sociali possedute, per via delle inibizioni ansiogene; in altri casi possono anche essere il risultato di mancato o errato apprendimento di modelli relazionali. Di questi aspetti tratterò nel prossimo articolo.