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29 aprile 2015

Ansia sociale, timidezza e sessualità: la paura dell’intimità


La sessualità è il cruccio principale delle persone timide e degli ansiosi sociali in generale. 
Data la natura gregaria dell’essere umano, la sessualità, ricopre un ruolo essenziale per l’affermazione dell’identità individuale di genere, per lo sviluppo della vita affettiva, per i significati sociali che assume. E ciò senza dimenticare che la sua funzione strutturale è quella del piacere, grazie alla quale sono favorite le probabilità riproduttive.

Nel momento in cui la persona timida si scontra con le difficoltà relazionali, la preminente importanza della sessualità, fa emergere ancor di più, la discrepanza tra ciò che si pensa di essere e ciò che si vorrebbe o si aspira a essere, tra il tipo di realtà percepita e quella ideale.

Concetta Russo - sogni infranti
L’ambiente sociale non è privo di stimoli che attivano, a chi è afflitto da ansia sociale, flussi di pensieri negativi e inibizioni ansiogene. Difatti, ci sono assunzioni e motti culturali che assurgono al ruolo di mito nei contesti collettivi: l’ideale di bellezza vincolato dai media, dimensioni e/o aspetto degli organi riproduttivi e delle forme corporee, tipologie comportamentali di riferimento che definiscono il modello del maschio, della donna e del gay, nonché il modello caratteriale preferito nell’ambiente sociale. Molti di questi miti si formano nell’ambito familiare.


21 aprile 2015

La focalizzazione su se stessi in ansia sociale e timidezza


Nelle ansie sociali, come la timidezza, si manifestano sintomi che sono chiara evidenza della centralità che assumono i processi cognitivi disfunzionali: pensieri automatici negativi, metacognizioni come stile di pensiero, assunzioni, credenze condizionali o doverizzanti e, alla radice, le credenze di base.

Difficilmente le persone timide, hanno consapevolezza, o sono coscienti, dei processi cognitivi che sottendono i fenomeni sintomatici; infatti, sono questi ultimi a essere percepiti coscientemente: difficoltà di concentrazione, aporia, distrazione, disattenzione nei comportamenti del momento presente.

Paul Delvaux - donna in una tana
La tendenza a volgere l’attenzione sull’esistenza del problema in sé, in maniera “autobloccante”, permette il consolidamento della centralità dei flussi di pensiero negativo e/o disfunzionale nelle attività mentali. 

Detto in altri termini, l’attenzione resta bloccata sulla mera coscienza del proprio stato di sofferenza.

L’ansioso sociale, in pratica, avverte la sofferenza e ne soffre: i suoi pensieri si focalizzano su questo.


13 aprile 2015

Quando il timido o l’ansioso sociale dice: gli altri sparlano e pensano male di me – 2° parte




Nella circostanza del sentirsi oggetto delle chiacchiere, dei pensieri e dei giudizi altrui, l’idea d’inadeguatezza che la sottende, non si presenta alla coscienza delle persone timide in modo diretto e chiaro. 

Non c’è consapevolezza di questo transfert; esse credono per davvero di interpretare correttamente i pensieri che corrono nella mente degli altri, la direzione e l’intenzione dei loro sguardi, l’argomento di discussione tra persone che parlano tra loro. 

Spesso avvertono tutto ciò come un “sento che…”, “Ho l’impressione che…”, “Pare proprio che…”. In certi casi, ne sono persino certi.

Ugo Attardi - a teatro
Quei pensieri, quelle parole, quei sorrisi, quegli sguardi che la persona timida pensa di aver ben interpretato, costituiscono l’oggetto del comportamento e dell’attenzione rivolta all’azione di controllo. 

È proprio quest’ultima un indizio dell’attivazione di credenze di base disfunzionali e/o di stili metacognitivi. 

Ci sono anche altri “sintomi” indicativi del processo cognitivo inconscio e del transfert, sono le emozioni, gli stati ansiosi, il rimuginìo.

Infatti, sappiamo che il timore di essere oggetto delle valutazioni altrui ha sempre un retroterra cognitivo.

Gli individui timidi focalizzano su se stessi anche quando gli stimoli provengono dai comportamenti altrui: si tratta di un indirizzo quasi esclusivamente unidirezionale, ed  è il rapporto con le proprie esperienze interne. 

Tuttavia, allo stato cosciente, quello che gli ansiosi sociali percepiscono, sono le emozioni, i sintomi d’ansia e le interpretazioni finali degli eventi, questi ultimi, quando hanno già subito, nei livelli inconsci di elaborazione, il condizionamento di credenze di base, metacognizioni e assunzioni disfunzionali.

La lettura del pensiero s’impone alla loro coscienza con una parvenza di grande logicità anche perché fortemente sponsorizzata dagli stati emotivi e ansiogeni. 

Inoltre, la disposizione mentale verso il ragionamento emozionale, favorisce la logica  insita dell’inferenza arbitraria: basta che Tizio giri la testa verso la tua direzione per stabilire che ti sta guardando, oppure valutando o sparlando di te. E ciò indipendentemente dal contesto, dagli eventi di quel presente, dall’ambiente circostante.

C’è anche la componente culturale, cui ho già accennato.  Alcune forme di distorsioni cognitive sono molto diffuse. Ciò favorisce  il loro apprendimento di massa. Laddove la distinzione tra stili cognitivi razionali e irrazionali non si sviluppa, l’apprendimento è inconsapevole del livello di efficacia di tali strumenti “logici”.  

Nell’ansia sociale in cui, come ho già detto, si tende al ragionamento e all’interpretazione emozionale, l’apprendimento inconsapevole delle distorsioni cognitive, agevola o asseconda, il loro uso “patologico”: quelle che sulla base delle esperienze attive e fruttuose di vita, possono anche rilevarsi strumenti utili di previsione e valutazione, si trasformano in costrutti logici e operativi automatici e ad alto contenuto ansiogeno.


10 aprile 2015

Quando il timido o l’ansioso sociale dice: gli altri sparlano e pensano male di me – 1° parte


L’immaginazione e il pensiero umano sono molto potenti. Sono in grado di costruire un’idea della realtà anche in assenza di elementi concreti di riferimento: è l’opinione che assume la stessa valenza della realtà. 

È il caso di due distorsioni cognitive molto diffuse tra gli esseri umani: la lettura del pensiero e l’inferenza arbitraria. 

A differenza delle persone non ansiose, i timidi e gli ansiosi sociali utilizzano questi schemi cognitivi in modo ricorrente e, in certi casi, con ossessione. 
Jorn Asger - ainsi on sensor

Un ricorso eccessivo a queste forme logiche, ma irrazionali, è riscontrabile anche nei ragionamenti derivanti dai fanatismi politici o religiosi.

Nella normalità, lettura del pensiero e inferenza arbitraria, costituiscono un’illogicità del ragionamento transitoria, episodica, il frutto di un’elaborazione mentale strumentale o superficiale, ma che tuttavia, può anche risultare utile se poggiano su un repertorio esperienziale funzionale. 

Nel fanatismo sono il risultato della rigidità tipica del pensiero dogmatico e della negazione della conoscenza comune considerata, generalmente, fasulla. 

Nelle ansie sociali, come la timidezza, queste distorsioni cognitive afferiscono all’interpretazione emotiva della realtà, alle credenze di base disfunzionali attivate, ai modelli metacognitivi improntati alla preoccupazione.

Quando una persona timida pensa che gli altri sparlano della sua persona o ne pensano male, la sua mente  è occupata su tre fronti: dell’idea che ha di se stessa rispetto agli altri, dell’idea che ha di sé rispetto a se stessa, della necessità del controllo.

Nel primo prevale il timore del giudizio negativo degli altri e delle conseguenze relazionali che ne possono derivare, ad esempio, “stanno pensando che sono stupida”, “pensano che sono una nullità da tenere a distanza”, “mi hanno preso di mira per torturarmi”, “stanno ridendo di me perché sono ridicolo”.

Nel secondo emergono le qualità negative che si ritiene di avere, ad esempio, “sono il balzello della gente”, “sono uno sfigato”, “sono pieno di negatività”.

Nel terzo fronte prevale il problema del controllo, il soggetto timido cerca costantemente conferma sulla validità delle sue preoccupazioni e delle sue previsioni, conferma sulla fondatezza dell’idea che ha di sé, ad esempio, “gli altri sono sempre pronti ad accoltellarti alle spalle”, “il mondo è pieno d’insidie”, “la gente non mi ama”, “gli altri mi considerano un fallito”, “se mi preoccupo, posso evitare delle inutili sofferenze”.

L’ansioso sociale che si sente osservato, valutato, oggetto  dell’inciucio, prova l’ansia della nudità, avverte se stesso come di una persona trasparente e priva di difese: le sue scomode verità senza veli, dispiegate al sole, pronte a decretare un giudizio di condanna all’emarginazione sociale.

Si verifica, in un certo senso, quel che capita al ladro quando vede poliziotti dappertutto, dopo aver fatto un furto: l’automobilista che transita in quel momento, quella coppia seduta al tavolino del bar, quell’uomo fermo al semaforo rosso, quella donna che guarda nella vetrina di un negozio, tutti poliziotti che lo spiano e lo controllano. In realtà lui vede tutto ciò perché ha rubato.

Nel suo turbinio di pensieri, gli altri pensano e dicono ciò che egli stesso pensa di essere. Il timido trasferisce negli altri l’immagine di sé. Il mondo esterno funziona come eco dei pensieri e degli auto giudizi che brulicano nella sua mente.