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27 maggio 2015

Strategie per timidezza e ansie sociali: Come approcciarsi alla mindfulness


Le tecniche meditative utilizzate nella psicoterapia, s’infrangono spesso contro un modo mentale e psicologico, di approcciarsi a esse, non idoneo.

Queste difficoltà scaturiscono da errati modi di concepire lo strumento stesso della meditazione e/o da atteggiamenti disfunzionali, tipici delle ansie sociali, di applicarsi a esse.

Nelle forme di ansia sociale, come la timidezza, la tendenza al perfezionismo, il ragionamento dicotomico, la tendenza ad astrazioni selettive, spingono spesso la persona a praticare queste forme meditative con estrema rigidità.

In altri casi si pensa alla meditazione come a un modo di non pensare, ma ciò è impossibile. 
Giorgio De Chirico - Meditazione Autunnale

Questi fattori, quando interagiscono con la pratica della mindfulness, sono causa di sensi di colpa, sentimenti di fallimento, atteggiamenti giudicanti e ipercritici, verso se stessi. 

In pratica, proprio quel che si vuole debellare.
Vissuta in questi modi la mindfulness, non solo diventa inutile, ma persino dannosa. 

Approcciarsi alla pratica della mindfulness implica comprendere cosa sia la meditazione e liberarla dai sensi "lati" e da quelli mistico - religiosi.


19 maggio 2015

L’atteggiamento giudicante nella timidezza e ansie sociali


L’atteggiamento giudicante degli ansiosi sociali è spesso in due direzioni, verso se stessi e verso gli altri. In precedenti articoli ho trattato l’argomento dell’atteggiamento giudicante analizzandolo quando questo è rivolto verso se stessi, quando condiziona, lesivamente, il rapporto con le proprie esperienze interne e quando favorisce lo sviluppo dei sentimenti di rancore. Oggi vorrei allargare un po’ il campo visivo.

In diversi studi effettuati negli USA dal team di Zimbardo, su un campione di bambini nelle scuole elementari e medie, e su un campione di giovani studenti universitari, si è notato come i soggetti timidi abbiano una tendenza accentuata a etichettare negativamente le persone che, a loro giudizio, si comportano “male”. 

Se vogliamo ben inquadrare questa tematica, bisogna tener conto di diversi fattori che sono determinanti nello sviluppo di questo modo mentale:


Cornelis van Haarlem - il giudizio di paride

  • Le ansie sociali e la timidezza si formano su un nucleo di credenze disfunzionali che riguardano le definizioni del sé, degli altri e del mondo inteso come consesso sociale. 
  • Le credenze disfunzionali si rafforzano per mezzo di un processo circolare che coinvolge le attività cognitive, metacognitive e comportamenti inefficaci. Tale rinforzo favorisce la rigidità delle assunzioni e dei pensieri regolanti, in breve, degli schemi cognitivi.
  • Nelle ansie sociali e nella timidezza i problemi riguardanti l’accettazione sociale e del controllo hanno un ruolo preminente. 



14 maggio 2015

La paura di apparire timidi


Tra comunicazione non verbale e costumi consolidati nel comportamento umano, esiste una relazione di reciprocità: da una parte, i costumi che diventano elementi fondanti di modelli comportamentali sociali, subiscono l’influenza dei significati assegnati dalle interpretazioni delle azioni umane non verbali e dei valori a essi collegati; dall’altra, il conferimento di significati ai comportamenti umani (linguaggio non verbale) è contagiato dall’uso storicizzato dei costumi.

Uno dei risultati della relazione di reciprocità è la cultura dell’apparenza. Questa incide, nella vita delle persone in funzione dell’importanza che ciascun individuo le conferisce.

Le persone timide vivono il problema dell’apparenza e dell’apparire, spesso, con estrema tragicità. 

Con il tema dell’apparire entrano in gioco, l’idea di sé rispetto agli altri, e il problema dell’accettazione sociale.

Le idee disfunzionali di sé che l’individuo timido, nel suo dialogo interiore, pone in relazione agli altri, fanno capo a: 


Tiziana Trezzi - al di là...incontro all'ignoto
  • Credenze di base che lo definiscono come soggetto, in qualche modo, inadeguato;
  • Ad assunzioni, motti e credenze regolanti collegate all’idea di una personale inadeguatezza;
  • A precetti provenienti dall’esterno, spesso familiari, di gruppo o ambientali, che si fanno proprie, anche morbosamente;
  • A metacognizioni strategiche di affrontamento.



7 maggio 2015

Ruminazione e rimuginìo nelle sofferenze d’ansia e dell’umore


In un precedente articolo ho parlato della preoccupazione, facendo notare come questa sia un’attività metacognitiva che si manifesta come stile di pensiero e alimenta quello che Wells chiama “funzione autoregolatoria”. 

Ho anche scritto di come quest’ultima, e con essa la preoccupazione, siano disfunzionali per via del ricorso a esse eccessivamente ripetute e prolungate nel tempo. 

Infatti, nel mondo della timidezza, dell’ansia o della depressione, la preoccupazione è considerata in modo ambivalente: per una parte la si considera necessaria e utile perché prepara ad affrontare gli eventi e le situazioni future, o perché la si considera una prova di maturità; mentre, per un’altra parte, è ritenuta una sorta di dannazione su cui non si riesce ad avere controllo. 

Oggi continuerò questo discorso trattando di due delle principali strategie con cui si esplica la preoccupazione: il rimuginìo e la ruminazione.

Mario Tessari - solo nel tunnel
Queste ultime, nelle ansie sociali, nella timidezza, nei disturbi depressivi, sono processi mentali caratterizzati da flussi di pensieri ripetitivi, consci e strumentali, orientati su temi predominanti. Si tratta di una classe di pensieri che si presentano anche in mancanza di stimoli ambientali e sociali. 

Rimuginìo e ruminazione, sono due processi molto simili tra loro, che differiscono per la linea temporale di riferimento della loro attività, e per il tipo di fattore che li innesca.