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29 luglio 2015

Esclusione sociale e solitudine nella timidezza e ansia sociale



Per un ottimale equilibrio psicologico in ogni essere umano, è necessario avvertire un forte senso di appartenenza sociale. 

Non solo l’uomo è un animale gregario, ma ha anche sviluppato culture e modelli sociali ed economici di aggregazione basati sulla sinergia tra i componenti delle comunità. 

Nelle società umane l’interdipendenza dell’uomo è un dato di fatto conclamato e ben visibile; ciascun individuo è dipendente, per molti fattori, dalla comunità. Basti pensare a quanti soggetti facciamo ricorso per rifornirci di alimenti, vestiario, strumenti vari e servizi. 

Tutto ciò ha fatto accrescere, nel corso dei millenni, anche il bisogno e la necessità di una cultura della cooperazione tra individui. Unitamente a questi, e agli istintivi bisogni riproduttivi, si sono sviluppati culture e modelli di relazione tra gli umani.

Marc Chagall - solitudine
Il bisogno di appartenenza sociale (coppia, famiglia, gruppo, categorie d’attività, classe sociale, eccetera) è, dunque, molto radicato nell’uomo che a esso conferisce importanza primaria.

Tutto ciò ha una tale preminenza che l’essere umano comincia a sviluppare, sin dalla nascita, un’idea della dimensione "interazionale" e a collegare, a questa, una propria identità sociale.


22 luglio 2015

Il desiderio di riscatto sociale nella timidezza e nelle ansie sociali


In tutte le forme di ansia sociale, e quindi anche nella timidezza, il problema fondamentale è quello di sé rispetto agli altri, di sé nelle relazioni con gli altri, di sé visto dagli altri.

Non a caso le ansie sociali sussistono proprio soltanto se relative alle relazioni con gli altri.

Nell’affermare che l’uomo è un animale sociale, si sottolinea una caratteristica fondamentale, insita nella natura umana, che ha notevole importanza e incidenza nella psiche, nel pensiero e nel comportamento.
Telemaco Signorini - la sala delle agitate

Maslow, nella piramide di bisogni umani, indica “amore e bisogni di appartenenza” tra i fattori primari che determinano la motivazione nell’uomo. 

Sin dalla nascita, la nostra mente lavora alla formazione della definizione del sé in rapporto agli altri, alla definizione degli altri in qualità di soggetti interagenti, alle qualità di sé in chiave di accettazione e partecipazione sociale. In pratica, costruisce una propria identità sociale.


11 luglio 2015

Ansia sociale e timidezza: la demotivazione al cambiamento


Quando Carl Rogers teorizzò la terapia centrata sul cliente, si pose anche il problema della motivazione per far fronte alla resistenza al cambiamento, e ideò il dialogo motivazionale. Da un po' di tempo, la terapia cognitivo comportamentale sta implementando, nelle proprie pratiche, il dialogo motivazionale.

Impegno e motivazione sono strettamente collegati. Senza motivazione non c’è l’impegno.

Pablo Picasso - lo spavento

Il problema, a mio parere, sorge da un conflitto tra ragione razionale e ragione emotiva, cioè tra la nostra razionalità cosciente e gli impulsi emotivi derivanti da quella parte del sistema cognitivo che è disfunzionale, e attiva i suoi strumenti di difesa o di aggiornamento, i cosiddetti stili di crescita della conoscenza

In condizioni normali, gli stili di crescita della conoscenza, fungono come strumento di adeguamento delle cognizioni per renderle più aderenti al mondo reale; e ciò è possibile quando le credenze sono insitamente elastiche. 

Infatti, in tali casi, il sistema cognitivo non viene a trovarsi mai con un vero e proprio vuoto interpretativo oppure, se capita, è per un tempo ragionevolmente breve, tale da non compromettere le possibilità di risposta agli stimoli. 

Purtroppo, negli ansiosi sociali, determinate credenze, quelle disfunzionali, quelle che si sono formate come interpretazioni emotive del reale, a scapito dell’interpretazione oggettiva, sono caratterizzate da rigidità e dalla difficile capacità di adeguamento.


10 luglio 2015

Timidezza e ansia sociale: quando si pensa che la persona amata sia fuori portata


Molte persone timide al cruccio di approcciarsi a quelle dell’altro sesso per una relazione affettiva, vedono l’oggetto dei propri desideri come inarrivabile.

Quest’idea d’irraggiungibilità di un obiettivo è direttamente collegata a quella dell’incapacità.

Quando il progetto di una relazione affettiva si trova allo stadio di dover passare attraverso l’esplicitarsi dei ruoli di genere, propri della pratica del corteggiamento, nella mente dell’individuo timido e dell’ansioso sociale, si attivano le credenze disfunzionali sul sé e, talvolta, sugli altri. 

Paul Delvaux - venere dormiente
Queste sono relative: 

  • Alle abilità nel relazionarsi con efficacia nell’interazione. 
  • Alle capacità di fronteggiare l’insieme di situazioni che possono scaturire in seno al corteggiamento. 
  • All’essere persona amabile. 
  • All’essere attraente o interessante come persona. 
  • All’essere abile nell’esercitare fruttuosamente il ruolo prescritto dalle usanze sociali. 
  • Alla disponibilità altrui.

L’esercizio del ruolo di genere, e il corteggiamento nel suo insieme, pongono, quindi, problemi di competenza e di accettazione. 


3 luglio 2015

Sentirsi incapace nella timidezza


Il tema dell’incapacità nella timidezza è una delle problematiche cruciali di questo disagio sociale.

L’idea d’inadeguatezza può essere riferita a vari domini delle attività umane all’interno di un contesto sociale, intendendo con esso, qualsiasi attività che prefiguri interazione, in modo diretto o indiretto, con un sistema sociale (ad esempio, ambito lavorativo e/o di studio, amicale, del tempo libero, delle relazioni di coppia, artistico, eccetera).

Possiamo individuare diversi indirizzi di cognizione; infatti, possono essere relative:


Elena Vichi - sedimentato - olio su tela
  •  A specifiche carenza di qualità,  intese come mancanza di bravura nell’esercizio di determinate funzioni o prestazioni. 
  • A carenza di bravura generalizzata, quindi, relativa all’intera persona.
  • A inadeguatezza nel fronteggiare, con efficacia, determinate situazioni sociali.
  • A inabilità nel relazionarsi agli altri.
  • A incompetenza derivante da presunta insufficienza di conoscenze possedute.
  • A inadeguatezza “innata” della persona stessa o derivante dal percepirsi “difettosa” per nascita.
  • A inferiorità agli altri.
  • A inadeguatezza nelle attività di comunicazione verbale.
  • A inadeguatezza derivante da manifestazioni di sintomi d’ansia.

Il problema dell’incapacità, dunque, è alimentato da un repertorio piuttosto ampio di definizione del sé.

Da queste premesse, risulta chiaro che il percepirsi incapace, è una condizione psicologica di chiara natura cognitiva.

Ad accentuare la percezione del sentirsi incapace, concorrono anche le interazioni sociali non riuscite e vissute come un fallimento dall’ansioso sociale.

Quando una persona timida inanella una sequenza d’insuccessi, conferma e rafforza le credenze negative che ha su se stessa.

Il problema di competenza è alimentato da schemi cognitivi, cioè da un insieme di cognizioni che si dispongono su diversi livelli di coscienza o, per meglio dire, a diverse distanze dallo stato di coscienza. Questi schemi cognitivi sono costituiti da credenze che hanno tra loro un rapporto causale o conseguenziale. 

Infatti, ogni tassello giustifica e conferma la validità di ogni elemento dello schema stesso.

Le credenze di base, sono giustificate da pensieri e metapensieri che rendono, lo schema cognitivo, un sistema che, nelle valutazioni delle persone timide,  acquisisce una sua logica e una propria coerenza.

L’idea d’incapacità, che s’insinua nella mente dell’individuo timido, si manifesta, allo stato cosciente, in diversi modi.

  • Può presentarsi attraverso le emozioni, per esempio, aver paura di essere o apparire in un determinato modo.
  • Può veicolarsi per mezzo di un’emozione apparente, cioè come pensiero emotivo, ad esempio, il sentirsi in un certo modo.
  • Può manifestarsi come pensiero di tipo previsionale, ad esempio, “penseranno che non sia all’altezza”, “darò l’impressione di essere uno stupido”.
  • Può avere la forma d’immagini mentali come ad esempio immaginare volti di persone che ridono di lui.

Comunque sia, la cognizione d’incapacità è sempre strettamente collegata a emozioni di paura che possono essere rivolte all’esterno, come la paura del giudizio altrui, o orientate all’interno ma con riflessi verso l’esterno, come i timori dell’insuccesso, del fare brutte figure, dell’essere rifiutati, di apparire ciò che si teme di essere.

In genere, i timori propesi verso l’interno, tendono a descrivere la corrispondenza, più o meno esatta, con la credenza del sé che li sottende. Ad esempio se temo di essere giudicato una persona stupida, penso di essere stupido.

In conclusione, possiamo riassumere asserendo che il percepirsi incapace, è attinente a credenze che definiscono il sé come inadeguato. Tali credenze, si manifestano a livello cosciente per mezzo di emozioni, percezioni e pensieri automatici con chiaro riferimento a un’idea d’incapacità. 

Tu cosa senti di essere?