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9 agosto 2018

Quando la metacognizione diventa una trappola per la persona timida


“Non faccio che pensare e ripensare a quel momento, come ho potuto agire così?”; “vorrei aumentare la mia autostima, ma credo che il modo migliore sia trovare la causa”; “quando sono con gli altri, non faccio altro che rimuginare su come io mi stia comportando, se mi sto comportando bene”; ” In mezzo agli altri mi chiedo sempre se alle persone presenti interessa davvero che io ci sia”; “Sbaglio dopo sbaglio cercare di capire perché sono così sbagliata/o, cosa c'è di così sbagliato in me”.

Esempi di processi metacognitivi in atto che, come puoi aver compreso, sono un’attività di pensiero. 


I metapensieri ineriscono alle sensazioni interne, agli stessi nostri pensieri, preoccupazioni che abbiamo, alle paure che proviamo, ai comportamenti verbali e non verbali che abbiamo posto in essere o a quelli che potrebbero verificarsi. In pratica un metapensiero medita su ciò che produce la nostra mente sia in termini cognitivi che comportamentali.

La metacognizione è, dunque, una capacità frutto del più affascinante aspetto dell’evoluzione della nostra specie e, in particolare, della neocorteccia del nostro cervello.

Essa ci permette di valutare i nostri proponimenti, di elaborare piani cognitivi articolati anche con pensiero astratto e piani comportamentali, sulla base delle nostre esperienze.


23 luglio 2018

La timidezza e la paura nel sistema cognitivo - 2° parte




Giungendo alla mente-cervello


Generalmente, minore è il livello di coscienza di una specifica paura della catena emotiva, maggiore è il suo avvicinarsi alle ragioni cognitive primarie che l’hanno generata. Ciò implica che la paura più profonda e meno cosciente, tende a essere quella più direttamente collegata alle credenze di base disfunzionali.

Tutto questo non significa che le paure di cui si è maggiormente coscienti non siano collegabili a credenze disfunzionali; piuttosto, è più probabile che facciano riferimento a credenze derivate, o a schemi cognitivi.

Nella prima parte ho accennato a paure annidate o concatenate. 



In questi casi alla paura più immediatamente accessibile alla coscienza corrisponde l’idea della minaccia più immediata proposta soprattutto dai pensieri automatici negativi (soprattutto a carattere previsionale) e, man mano che si va alle paure sottostanti, il pericolo si sposta dall’idea di un danno ricevuto in prima istanza a un danno che scaturisce dalle conseguenze del primo, e così a seguire.

Paura di fallire, di fare brutta figura, di essere respinti, di subire un rifiuto, di arrecare fastidio o essere inopportuni, di apparire stupidi o deficienti: Sono tutti tipi di timori che vengono in prima istanza, cioè, sono i primi a presentarsi alla mente sia sotto forma verbale, sia nelle forme di immagini, sia come un “sentire”. 

Per semplicità di discorso le chiamerò “paure di superficie”

Il problema è che queste specifiche forme di paura non sono innescate primariamente a livello sottocorticale, sono un prodotto delle attività cognitive che attivano le aree limbiche della paura.

Sembrerebbe che a queste sottende quella che è considerata la paura principe della timidezza: il timore del giudizio negativo degli altri.

Le paure di superficie fanno generalmente riferimento ai pensieri automatici negativi e questi, come già saprai, sono pensieri derivati dalle cognizioni di base e da quelle intermedie.

Anche il timore di essere giudicati negativamente sembrano avere gli stessi riferimenti cognitivi. 

Tuttavia la differenza tra questo timore e le paure di superficie sta nel fatto che la paura del giudizio si pone come conseguenza delle prime ma, allo stesso tempo, le anticipa.

Ad esempio, posso essere giudicato negativamente perché sono stato inopportuno, o perché ho fatto una brutta figura, o perché ho fallito, oppure perché sono stato respinto, o perché sono apparso persona stupida o deficiente.

Si verifica, quindi, un rapporto di conseguenzialità tra le paure di superficie è quella del giudizio.

Tuttavia, anche al timore del giudizio negativo possono sottostare altri tipi di paure. E qui giungiamo a un livello di coscienza molto basso.

Gli scopi di vita sociale essenziali, quelli capaci di farci sentire individuo realizzato, emergono a questi livelli.

L’essere giudicati negativamente ha delle implicazioni, conseguenze che già appaiono implicite in questa forma di paura: l’emarginazione, l’isolamento sociale, la discriminazione, l’assenza di partner, la solitudine. In poche parole la non appartenenza sociale.

Abbiamo seguito questo filone a cascata della paura, cercando di fare un percorso a ritroso. Siamo partiti dai timori di superficie che si presentano in tempi più immediati, per effetto dei pensieri automatici negativi, per scoprire che ciascun grado temporale di comparsa delle paure afferiscono ad altre forme di paura meno immediate e che ci indicano una linea sequenziale delle implicazioni. 

Abbiamo visto che la timidezza è caratterizzata da un sistema di paure concatenate secondo un ordine consequenziale, fino ad arrivare al timore di base che è rappresentato dall’annichilimento della propria persona come soggetto sociale.




17 luglio 2018

La timidezza e la paura nel sistema cognitivo - 1° parte

Partendo dal cervello-mente


La paura, come tutte le emozioni di base, è insita in tutte le specie animali. La sua funzione è quella di allarme quando insiste un pericolo o una minaccia. Grazie ad essa, quando incorre il rischio di subire un danno, l’organismo si attiva per fronteggiare la situazione adottando le strategie di fuga o di lotta.

Avrai compreso che, essendo una funzione comune a tutto il mondo animale, la paura è una emozione allo stato grezzo, che si attiva nelle regioni sottocorticali del cervello

Nel processo evolutivo dell’homo sapiens, il cervello si è arricchito con l’ampliamento della neocorteccia. Quest’ultima è la sede delle attività superiori dell’uomo; ci riferiamo alla coscienza del sé, alla capacità di pensiero astratto, alla capacità di produrre un linguaggio semantico, in breve al possesso di un sistema cognitivo logico.

Viste in termini evolutivi della specie, tutte queste nuove funzioni hanno uno scopo adattivo, quello di gestire in modo più funzionale l’intero sistema emotivo, permettendo che le emozioni passassero da uno stato grezzo (comune a quasi tutte le specie animali) ad uno più complesso, duttile e articolato, fino ad uno stadio di elaborazione ulteriore che trasforma l’emozione in sentimento.

In pratica, l’emozione grezza, la cui attivazione è sempre appannaggio delle regioni sottocorticali, viene gestita dall’attività cognitiva della neocorteccia che ha anche potere inibente delle stesse emozioni grezze.

Tuttavia, con la formazione di una società umana molto articolata, in cui si sono formate relazioni interpersonali complesse, tanto da prefigurare una notevole quantità d’implicazioni, la gestione cognitiva delle emozioni grezze ha comportato anche un aumento della complessità e delle forme delle emozioni.

Non sono più solo gli stimoli esterni e quelli interni fisiologici a generare le emozioni, la cognizione ne genera di sue.

Nelle ansie sociali le paure sono, sovente, materialmente inconsistenti, improbabili, puramente fittizie, semplicemente immaginate, pensate, previste tramite un processo mentale: sono frutto del pensiero.

Comunque, queste paure innescate dal pensiero, attivano l’emozione grezza e, dunque, tutti quei fenomeni fisiologici che chiamiamo sintomi d’ansia.

Le cose non sono casuali. Il pensiero riesce ad attivare la paura quando in memoria c’è traccia di esperienze dolorose emotivamente significanti e quando sono conservate definizioni del sé e/o degli altri di chiaro segno negativo. La memorizzazione delle esperienze costituisce un processo di apprendimento.

Se il sistema cognitivo ha memorizzato credenze di base negative riguardanti le qualità di incapacità, non abilità sociale, difettosità fisica (o anche mentale), non amabilità, la persona che si trova in tale condizione, è maggiormente esposta a manifestazioni di paura, anche se la minaccia o il rischio è irragionevole o inesistente. Ciò perché la persona ha appreso, dalle esperienze memorizzate, livelli personali di inidoneità.

Sia chiaro che ciò che si apprende non corrisponde, necessariamente, alla realtà delle cose. 

Come ho più volte affermato, l’apprendimento è acquisito, per la massima parte, attraverso il filtro delle emozioni e, quindi, anche le cognizioni del sé, sono condizionate dal sistema emotivo.

Un aspetto particolare della timidezza, ma anche di altre forme di ansia sociale, è che allo stato percettivo, fisico e cognitivo del soggetto, si presentano diversi tipi di paura, le quali, sono concatenate tra loro e disposte in modo gerarchico e/o consequenziale; cioè si verifica una compresenza di paure.

Una tale sequenza di paure si dispone dal massimo livello di coscienza fino a quello pre cosciente o anche inconscio. Tuttavia, le paure compresenti sono sempre rintracciabili tramite una ricognizione mentale e attentiva.


3 luglio 2018

La ruminazione e il dolore del ricordo nella timidezza


Molti per indicare l’attività di pensare agli eventi trascorsi nella propria vita utilizzano il termine “rimuginìo”. In psicologia questa attività viene, invece, chiamata ruminazione.

antony williams - Emma
Mentre il rimuginìo è un’attività di pensiero insistente che afferisce a pensieri riguardanti il proprio presente, il futuro prossimo o remoto; la ruminazione, che pure è una attività di pensiero insistente, riguarda la propria esperienza trascorsa.

Sia il rimuginìo, sia la ruminazione, sono modalità di pensiero e strategie di tipo metacognitive. La loro funzione è quella di orientare la persona verso il problem solving.

Il problema è che queste strategie metacognitive funzionano solo se vi si ricorre per periodi di tempo limitati. Nella timidezza, come in tutte le altre forme di ansia sociale, non è così.

Nella timidezza, la ruminazione si presenta come un’attività di pensiero persistente e pervasivo che può acquisire carattere compulsivo, nel senso che la persona timida non riesce più ad astenersi dal ruminare.


21 giugno 2018

Timidezza, dissociazione temporale e apatia


Nella timidezza, quando parlo di dissociazione temporale, mi riferisco a uno stato mentale in cui si è dissociati dal momento presente e, in certi casi, dall’applicazione logica del pensiero in modo temporaneo.

Luigi Zizzari - Dissociazione
In pratica, si è con la testa altrove, completamente distaccati e assenti, in quel momento, da quel che accade intorno. Può anche accadere che in questo stato mentale si verifichi un rallentamento o una difficoltà nell’esperire attività logiche legate alla gestione del momento presente.

La si potrebbe anche descrivere come una condizione di estraniazione dalla realtà presente o dalle contingenze problematiche del momento.

La dissociazione temporale rende la persona timida assente sia riguardo a fatti che si verificano nell’ambiente fisico circostante, sia rispetto all’interazione interpersonale, sia rispetto all’attenzione verso sistemi di comunicazione.

In tale condizione l’attività mentale dirige la propria attenzione nella sola direzione dei flussi di pensiero estranianti, questi possono essere a tema oppure divaganti.
Si tratta di una forma di anedonia atipica spesso legata anche all’apatia.

Probabilmente, la dissociazione temporale è una conseguenza di uno stato di apatia, per cui, il mancato interesse verso la realtà esterna a sé, verso quel che accade nel momento presente, è indotta da una difficoltà adattiva.

È chiaro che la dissociazione temporale è un comportamento mentale evitante così, come sembra lo sia anche l’apatia anche se, quest’ultima è più strettamente collegata a una crisi motivazionale.

Sicuramente, dissociazione temporale e apatia appaiono come strategie inconsce di fuga dalla sofferenza o dal timore di essa.

Talvolta la dissociazione temporale e l’apatia possono manifestarsi o sfociare in attività di day dreaming poco mobili o di scarsa costruzione creativa. In questi casi la mente tende ad evadere partendo dal sogno ma senza riuscire a costruire un ipotetico vissuto in modo continuo, sequenziale e/o organico, cioè priva di una vera trama.

Solitudine e difficoltà relazionale sono, in massima parte, il sottofondo esistenziale che sottendono la dissociazione temporale e l’apatia.

Il soggetto timido avverte un senso di costrizione ad agire da solo senza alcuna forma di sostegno o condivisione da parte di altri.

Spesso la persona timida sente di non poter contare sugli altri o, per una supposta indisponibilità altrui, oppure per una difficoltà o supposta incapacità nel manifestare la propria condizione emotiva. In ambedue i casi non si riesce a operare richieste di aiuto.

Le persone che vivono una condizione persistente e pervasiva di timidezza, o di altra forma di ansia sociale, hanno serie difficoltà anche nella descrizione della propria condizione di sofferenza. Le problematiche che sentono di vivere, appaiano, più che altro, come un insieme molto esteso e confuso; per cui sentono di non saper neanche da dove cominciare a raccontare.

Riassumendo, mentre l’apatia è l’espressione di uno stato di demotivazione che scaturisce da idee riguardanti il senso di impotenza, la vanità di ogni tentativo di soluzione, la teoria del destino, l’impossibilità del cambiamento o comunque l’incapacità ad agire in modo risolutivo ed efficace; la dissociazione temporale è evasione emotiva e, purtuttavia, si configura come una strategia di comportamento mentale evitante e automatico che sfugge del tutto al controllo cosciente.


11 giugno 2018

La timidezza e il non sentirsi degni di attenzione



La svalutazione del proprio valore come persona, o delle qualità personali in termini di capacità, abilità, attraibilità, sono alla base della bassa autostima che hanno come conseguenza il giudizio negativo di sé che conduce a una percezione di indegnità.

Angela Vecchio - Lacrime gialle
Il non sentirsi degni di attenzione, quindi, è una percezione condizionata dall’interazione tra descrizione negativa del sé, i suoi effetti nel relazionamento sociale e il giudizio di sé.

Nella timidezza questi tre fattori che ho appena descritto possono essere considerati sia in una disposizione sequenziale, sia all’interno di un fenomeno circolare.

È chiaro che se si ha una percezione negativa delle proprie qualità, i comportamenti che ne conseguono non possono non essere condizionati, e significativamente, dall’idea che si ha di sé. Di conseguenza tali comportamenti finiscono con l’essere “marchiati” dalle tendenze a rifuggire da sofferenze conseguenti a ipotetici fallimenti, oppure dalla “predazione” da parte dell’inibizione ansiogena.

Giacché la persona timida tende a valutare le cause dei propri insuccessi come risultato delle presunte qualità negative personali, a finire sotto accusa è essa stessa come persona.

L’evoluzione, nell’homo sapiens, dei processi emotivi, con l’espansione cerebrale alla neocorteccia, con la formazione della coscienza e la capacità di produrre pensiero astratto, ha fatto sì che emotività e razionalità potessero interagire dando vita all’uso del giudizio. 

Questo, infatti, è espressione di un processo di elaborazione mentale che va oltre la valutazione oggettiva e materiale della realtà, fino a diventare valutazione di qualità o di valore etico o morale. 

6 giugno 2018

Timidezza e disistima


Nell’auto descrizione di sé, collegate alla timidezza, troviamo spesso due termini, autostima (ovviamente bassa) e disistima. Impulsivamente siamo portati a considerare queste due parole come sinonimi l’una dell’altra.

Eppure, una bassa autostima non costituisce, di per sé, una mancanza di stima.

L’autostima ci indica il grado di fiducia che abbiamo nella nostra persona e nelle nostre capacità e abilità. Dunque, una bassa autostima sta a indicare una scarsa fiducia nei propri mezzi e, quindi, la convinzione di avere scarse o nessuna probabilità di riuscire a fronteggiare una situazione con efficacia.

La disistima ci conduce a un livello più grave rispetto alla mancanza di fiducia in sé. Essa esprime un giudizio sulla propria persona e sulle personali prerogative qualitative.



1 giugno 2018

La timidezza e le conseguenze che la complicano



La timidezza è una forma di disagio sociale di natura cognitiva che si manifesta nell’interazione interpersonale e che è caratterizzata dal sentimento di paura principalmente rivolta alle conseguenze di un giudizio degli altri negativo.

Le cause della timidezza sono più d'una. A quella (o quelle) originarie vanno sommandosi altre nel corso del tempo, ciascuna generata da quelle precedenti. Si tenga conto che a ogni reazione a stimolo corrispondono delle conseguenze, quindi hanno delle implicazioni. Si tratta di processi che si auto alimentano e auto complicano perché le conseguenze sono, a loro volta, causa di altri problemi.

Alessio Serpetti -OLTRE GLI SPAZI ESISTENZIALI
Il fattore causale originario della timidezza è il sistema cognitivo riferito alle definizioni del sé, del sé-con gli altri e degli altri (anche intensi come insieme sociale).

In particolare tali definizioni sono modelli interpretativi e descrittivi della realtà, credenze incentrate sui temi della capacità a far fronte agli eventi con efficacia, abilità nel fronteggiare il mondo relazionale, amabilità e attraibilità come persona, sanità biologica.

Il problema sorge quando queste credenze piuttosto che essere interpretazioni della realtà oggettiva, sono descrizioni di un mondo ed esperienze vissute emotivamente.

23 maggio 2018

Timidezza e astrazione selettiva



L’astrazione selettiva si verifica quando il ragionamento valutativo poggia la propria elaborazione su un singolo o pochissimi dettagli traendone una regola generale, senza prendere neanche in considerazione l’insieme degli elementi che vanno a costituire il fatto reale. In pratica è fare di tutta un’erba un fascio.

L’astrazione selettiva è un tipico modello processuale del pensiero di tutte le forme di ansia sociale, quindi, anche della timidezza.

A dire il vero, è molto diffuso anche tra le persone esenti da forme di disagio psichico, tuttavia, nelle ansie sociali assume livelli tali da compromettere, in modo significativo, la qualità della vita relazionale.

C’è anche una differenza sostanziale nel ricorso all’astrazione selettiva tra l’ansioso sociale e chi non lo è.

Federica Gionfrida - una cosa sola
Nella normalità essa è, più che altro, frutto del comportamento appreso, dell’ignoranza, della mancanza di idee, delle valutazioni frettolose o superficiali, oppure di atteggiamenti mentali strumentalizzanti; nelle ansie sociali nasce da un condizionamento delle cognizioni di base sul sé, sul sé-con gli altri e sugli altri.

Ma facciamo alcuni esempi:
“Al congresso mentre parlavo sono arrossito, che fallimento!”; “Non ho superato l’esame, non valgo proprio niente”; “mi ha detto che non è interessata/o a me, sono una persona che non ispira amore”; “oggi ho commesso un errore, sono proprio una nullità”.

16 maggio 2018

Il bisogno di certezza nella timidezza



“E se non le/gli piaccio?”, “ma forse non mi caga proprio”, “magari sono inopportuno/a”, “e se mi dice di no?”, “forse fa così perché vuole liberarsi di me”, “non so che fare”, “non so cosa dire”, “penseranno male di me”, “se faccio una brutta figura?”, “magari penseranno che sono una persona stupida”, “va a finire che diventerò tutto rosso/a, e gli altri rideranno di me”, “sento che non ce la farò”.

Che bisogni esprimono tutti questi pensieri automatici negativi

Renè Magritte - il principio dell'incertezza
Quello che le cose vadano secondo il proprio desiderio, il proprio scopo. Quello che manca alla persona timida che ha di questi pensieri è la mancanza di certezza, anzi, di assoluta certezza.

Il mondo delle possibilità variegate è visto a tinte fosche, come l’addentrarsi nel bosco in una notte nebbiosa: quali e quante insidie si celano nel buio e nella nebbia?

Per gli ansiosi sociali l’assenza di una garanzia assoluta di successo equivale a essere fortemente esposti a esiti e conseguenze negative per mezzo di quelle carenze, fragilità e inadeguatezze che essi pensano di avere.


8 maggio 2018

La timidezza da relazione



Benché vi siano molte forme di timidezza, l’ansia da relazione è forse quella che più di ogni altra, nell’immaginario collettivo, appare quella rappresentativa e descrittiva, per antonomasia, della timidezza.

Esteriormente è riconoscibile per l’evidente disagio che la persona timida prova già nel tentare a instaurare una relazione, caratterizzata spesso da comportamenti evitanti o marcati fortemente dall’ inibizione ansiogena.

Safwan Dahoul - Dream 93
Possiamo definire la timidezza da relazione come un disagio, di natura cognitiva, che si manifesta, con intensa  disregolazione emotiva e sintomi d’ansia sociale ansia, nel tentativo di vivere o di iniziare una stretta relazione interpersonale.

Chiaramente tale tipo di disagio appare più marcato riguardo le relazioni interpersonali a due, sia nell’intento di costruirle, sia in quello di tenerle in vita.

Essendo di natura cognitiva, la timidezza da relazione, attiene a cognizioni che fanno riferimento alle definizioni del sé e del sé-con gli altri. 


4 maggio 2018

Quando la persona timida dice “non mi accetto”



“Mi faccio schifo”, “mi faccio pena”, “sono orrenda/0”, “non mi accetto”, “ma dove può presentarsi uno/a come me?”, “ma come posso permettermi di…?”, “ma dove posso andare, così come sono?”, “mi faccio ribrezzo”, “sono una merda”.

Sono solo alcuni dei modi con cui una persona timida esprime la non accettazione di sé. Ma, talvolta, lo si fa attraverso il comportamento fisico, assumendo atteggiamenti che costringono gli altri ad allontanarsi, a isolarlo, a respingerlo o a giudicarlo negativamente, come per dire pubblicamente, per auto umiliarsi o auto punirsi, “guardate quanto faccio schifo!”.

Loic Allemand - n.t.
Possiamo dire sinteticamente che la non accettazione di sé deriva dalla discrepanza tra il sé percepito e il sé ideale.

Una delle cause di questa condizione è la mancata consapevolezza della disfunzionalità in parte del sistema cognitivo, cioè, riguarda un insieme di cognizioni “apprese” e memorizzate non in sintonia con la conoscenza implicita[1] di sé e di sé-con gli altri. È una mancanza di sintonia che la persona timida avverte come un “non essere come si dovrebbe” e che spesso ritroviamo in quel “non riesco ad essere me stesso/a”.


24 aprile 2018

Timidezza e solitudine


Timidezza e solitudine viaggiano spesso a braccetto perché entra in gioco la difficoltà nel relazionarsi agli altri.

Tuttavia, benché la persona timida sia cosciente di tale problematicità, nel suo tentativo di interpretare, e comprendere, cause e dinamiche di tale vicissitudine, indirizza la propria attenzione valutativa in direzioni errate.

Giorgio De Chirico -  la solitudine
Più che le cause, a essere oggetto delle proprie osservazioni sono, generalmente, gli effetti, le conseguenze, aspetti esteriori che, per la loro visibilità, immediatezza e risvolti negativi pratici nella vita reale, appaiono come fattori centrali.

Ad esempio, sotto la lente d’ingrandimento finiscono elementi e/o fattori di vario tipo come il corpo, l’impaccio nei movimenti o nel parlare, ma anche oggetti del pensiero che scaturiscono dalla tendenza abituale a distorsioni logiche del ragionamento come le inferenze arbitrarie e le astrazioni selettive.


11 aprile 2018

La timidezza e il percepirsi invisibile



“Il mondo è una nostra rappresentazione”, affermava Schopenhauer, e non aveva tutti i torti, ma più chiaro lo è Epitteto, filosofo contemporaneo di Tacito, nell’affermare che: “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma l’idea che gli uomini formulano sui fatti”.

Umberto Boccioni - Stato mentale 3
La percezione dell’essere invisibili più che una condizione, è uno stato mentale.

Ma perché una persona timida, o fobica sociale, descrive le proprie difficoltà nell’interazione con gli altri utilizzando la metafora dell’invisibilità?

Perché la conoscenza implicita[1] di sé, e di sé-con gli altri, non riesce a tradursi, compiutamente, in una conoscenza esplicita che sia memoria di emotività regolate funzionalmente: i traumi, il dolore, le sofferenze, le percezioni dell’altro (soprattutto le figure di attaccamento) non sono state superate e hanno lasciato sul terreno una memoria esplicita che definisce negativamente il sé e/o gli altri.

3 aprile 2018

Il bisogno di certezze nelle ansie sociali


Per le persone timide l’incertezza è come la peste. 

Per una mente che ha strutturato e radicato schemi cognitivi rigidi, un assai ristretto ventaglio valutativo di pensieri previsionali e lo stesso riguarda per i propri modelli interpretativi di comportamenti, situazioni ed eventi relazionali, l’incertezza rappresenta l’impossibilità di stabilire se una esperienza o da una esperienza possa scaturire un esito positivo o il raggiungimento di uno scopo.

Carlo di fronte ad Angela con l’alternarsi dei suoi comportamenti ora allusivi, ora invitanti, ora respingenti, ora accoglienti, ora negazionisti, va in crisi. Non sa se la donna che ama è interessata a lui oppure no. Di conseguenza non sa come comportarsi, teme dannatamente il rifiuto di lei, di apparire inopportuno, di non essere abbastanza per lei: “ah! Se Angela venisse da me e mi dicesse ti amo”. Preferirebbe la dichiarazione d'amore esplicita di lei, quella sì, che sarebbe una certezza.

Ingrid desidera tanto a far parte di un gruppo di persone. Vede alla scioltezza dei comportamenti e dei linguaggi di quelle persone, sembrano troppo per lei, non riesce a interagire e ogni volta che pensa di farlo si blocca. Teme di essere inferiore a essi, di apparire stupida, di non essere bene accetta: “se fossi sveglia come loro”. Se fosse sveglia come loro non sarebbe corrosa dai dubbi, dalle paure, dall'incertezza dei risultati.

Daniel Robinson - paura nera
Nel momento in cui le paure paventano incapacità di fronteggiamento, inabilità nell’interazione sociale, la non amabilità come persona, la minorità intellettuale, la difettosità fisica, l’io sociale del soggetto timido avverte pesantemente il pericolo della non appartenenza.


27 marzo 2018

L’idea di possibilità e probabilità nella timidezza


Accade sovente che si invita una persona timida al pensare positivo. Personalmente, preferisco suggerirle di pensare in modo possibilista poiché la vita è fatta di gioie e di dolori, pertanto bisogna imparare a ragionare e pensare tenendo conto di una più ampia gamma di scenari possibili della realtà, ma senza precipitare nel pessimismo.

Perché si fanno di questi inviti? 

Mark Tobey - entre la serenite et linquietude
Perché la mente delle persone timide, durante o in prossimità di esperienze che vivono con ansia, preoccupazione e paura, è attraversata da pensieri negativi, funesti, catastrofici.

Il loro è un pensare emotivamente, cioè, condizionato, in modo assai significativo, dalle emozioni, dai sentimenti e dai convincimenti profondi negativi che si hanno su sé medesimi e/o sugli altri.

Nella formazione del sistema cognitivo logico sono intervenute esperienze di vita vissute in condizioni emotive di sofferenza e memorizzate con tali tristi impronte. Ciò che si verifica è che quanto doveva essere una descrizione della realtà oggettiva è, invece, una rappresentazione emotiva dell’esperienza. 


22 marzo 2018

Quel “sono asociale” nella timidezza


Quando una persona timida si definisce “asociale”, in realtà, descrive una condizione di solitudine e ci racconta di una sofferenza che nasce dal conflitto tra paura di soffrire per l’insuccesso sociale e il forte desiderio di appartenenza.

Affermare che una persona timida che assume, come stile di vita, il ritiro sociale sia un asociale è da considerare una forzatura.
Fabio Selvatici - vuoto

Per definizione, un soggetto asociale è colui che è totalmente disinteressato agli interessi, ai sentimenti e alla vita sociale degli altri ed è anche sinceramente disinteressato a mantenere relazioni interpersonali.

Nel caso delle persone timide, ma anche di tutte coloro che sono afflitte da altre forme di ansia sociale, il ritiro sociale è da considerarsi una condizione del disagio e della sofferenza interiore nel vivere la socialità.


13 marzo 2018

Timidezza e ritiro sociale



Il ritiro sociale è la conseguenza di una resa emotiva. 

Come nelle forme di ansia sociale, anche nella timidezza si verifica un susseguirsi d’insuccessi; spesso, però, questi sono apparenti, supposti, previsti ma non vissuti, evitati; in breve, frutto del solo pensiero umano.

Giorgio De Chirico - solitude
La timidezza esiste quando si hanno pensieri negativi su sé stessi che vanno a descrivere, o definire, le qualità personali in relazione a tutto ciò che ha a che fare con la socialità, l’essere individuo sociale, l’agire e il vivere in un sistema di interazioni interpersonali.

Se una persona timida si trova a vivere, o a dover affrontare, una situazione che attiva nella propria mente un flusso di pensieri che, in un modo o in un altro, sono emanazione di quelle convinzioni negative del sé, finisce col fronteggiare l’esperienza sentendosi già sconfitta a priori.

9 marzo 2018

La timidezza, l’altro sesso e i modelli relazionali


Tra i problemi più diffusi che possiamo riscontrare nelle persone timide c’è senz’altro l’interazione con individui dell’altro sesso.

Il problema è sostanzialmente di natura cognitiva, come del resto, la timidezza stessa. Tuttavia, c’è un fattore che incide moltissimo, ed è il lacunoso o mancato apprendimento di modelli relazionali.
Paul Delvaux - l'incontro

Le cause di questa mancata o insufficiente conoscenza sono da ascriversi nella timidezza stessa, nell’ambiente familiare in cui si è cresciuti, forse, nel temperamento ansioso.

Vivere nella condizione di essere una persona timida, comporta una certa dose di ritiro sociale, abitudini comportamentali improntati all’evitamento, la difficoltà a sviluppare relazioni interpersonali. 

Tali limitazioni implicano il mancato esercizio delle abilità sociali di cui si è in possesso e la difficoltà o l’impossibilità di apprenderle.


27 febbraio 2018

Le paure sovrapposte nella timidezza


Paura e pensiero sono strettamente legati più di quanto si possa immaginare. Non c’è paura se non c’è pensiero.


La paura subentra quando c’è un pericolo percepito, e ciò indipendentemente dal fatto se il pericolo è reale, possibile, improbabile o remoto, o solo immaginato.

Tuttavia, nella normalità, è piuttosto difficile che un pericolo solo immaginato, improbabile o remoto, possa far scaturire l’emozione della paura. Infatti, un pericolo considerato possibile ma non proprio tangibile induce più che altro livello di paura di bassa intensità come una leggera preoccupazione.

John Henry Fuseli - The Nightmare
Nelle ansie sociali, invece, anche un pericolo alquanto improbabile, remoto o solo immaginato, può indurre stati di paura anche di alta intensità come il terrore.

La differenza sta nel valore, e quindi nella validità, che si conferisce al dominio delle ipotesi. 

Nella timidezza, ma soprattutto nelle forme di ansia sociale patologica, la discriminazione tra possibilità e probabilità si riduce fino anche a divenire due concetti sovrapponibili, talvolta, coincidenti con il concetto di realtà.


20 febbraio 2018

Timidezza e insicurezza


Possiamo dire che dove c’è timidezza c’è anche insicurezza. È però errato pensare che siano sinonimi tra loro. Infatti, l’insicurezza è una conseguenza della timidezza o di altre forme di ansia sociale.

L’insicurezza nasce dall’incertezza, dalla mancata sicurezza nei risultati e nelle conseguenze.

Le persone timide soffrono pesantemente la mancanza di certezza. 

La variabilità degli esiti, la mutevolezza della realtà, delle situazioni, delle possibili configurazioni degli eventi e dei fatti, costituiscono un fattore di instabilità emotiva.

Alex Hall - Relativity 
I soggetti timidi hanno credenze di base e schemi cognitivi irrigiditi nel tempo per mezzo di esperienze avverse comportanti giudizi sfavorevoli su sé stessi e/o sugli altri, esperienze vissute con sentimenti e pensieri di fallimento e di conferma delle auto percezioni negative di sé.

Avendo questo retroterra cognitivo e psicologico, hanno un paniere di possibilità interpretative della realtà molto ristretta. 

L’estrema variabilità del mondo reale è qualcosa che li sconcerta, destabilizza, soprattutto, impaurisce.

La mutevolezza degli eventi e delle loro configurazioni, la dinamicità del divenire, crea notevoli difficoltà interpretative ai soggetti timidi che già vivono con ansia e trepidazione quelle esperienze che fronteggiano con decisa preoccupazione: hanno pochi schemi di interpretazione che utilizzano a ripetizione.

La persona timida avverte il bisogno di un “attracco” sicuro, un porto protetto che la mette al riparo dalle turbolenze del mare tempestoso.

12 febbraio 2018

I comportamenti di fuga nella timidezza


Quando in psicologia si utilizza il termine fuga si fa riferimento a un insieme, una intera tipologia di comportamenti evitanti.

Ciò che si tende ad evitare è la sofferenza; non oggettiva, ma solo quella presagita dai pensieri previsionali che, a loro volta, sono anche sorretti dal comparire delle emozioni di paura e dall’incedere dei sintomi d’ansia.

Né possiamo escludere alcune strategie cognitive figlie delle attività metacognitive come la preoccupazione e il rimuginìo.

Carmen D'Auria - se cerchi fuori anneghi dentro
Dunque, ciò che concretamente si tende a evitare è la stima di un danno che si prevede di subire e che si suppone essere di difficile sopportabilità.

L’idea della non sopportabilità della sofferenza derivante da un danno fisico, materiale o psicologico assume rilevanza centrale ai fini della decisione di adottare un comportamento evitante.

I comportamenti di fuga costituiscono l’atto finale di un articolato processo cognitivo di elaborazione. 

Per rendere meglio l’idea, faccio un esempio facendo riferimento a una casistica piuttosto frequente nel mondo delle persone timide.

Supponiamo che Alberto desideri approcciarsi a Krizia, la donna di cui si è innamorato. La sua mente dovrà valutare un insieme di fattori. Che strumenti dovrebbe utilizzare? Probabilmente una certa dose di eloquenza, dovrà inventarsi una scusa che gli possa permettere di avvicinarla. Alberto pensa: “sono bravo a fare queste cose?”, "cosa le dico?". 

In pratica si chiede se ha le competenze e le abilità giuste.