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20 ottobre 2017

Aspettative e delusione nella timidezza – Prima parte


PRIMA PARTE

Quando parliamo di timidezza ci riferiamo a un disagio che si dimostra assai complesso e variegato, spesso sorretto da più temi di vita (elaborazioni mentali incentrate sulle personali vulnerabilità emotive, a esempio, i temi dell’ insicurezza, dell’inadeguatezza, del disamore, dell’indegnità, della difettosità di nascita, eccetera), complessità che in tanti casi potrebbe anche far pensare alla presenza di comorbilità. 

Anna Maria Lucarini - attesa delusa
Nella timidezza si intrecciano componenti depressive, fobiche, ansiose, anche se tali fattori non vanno a costituire patologie vere e proprie.

La timidezza è sempre riferita agli altri, cioè, all’interazione con essi. Nelle relazioni più ravvicinate, come quelle amicali o di coppia, entrano in gioco le aspettative e, correlate a queste, i temi della delusione, della perdita, del rifiuto.

Ma facciamo qualche passo indietro per comprendere da dove si originano le aspettative relazionali.

Per far fronte ai propri bisogni, sin dai primi giorni di vita, il neonato ripone delle attese nei confronti di colui o coloro che lo accudiscono e, dal modo in cui il genitore (soprattutto la madre) risponde alle sue richieste di assistenza e cura, il bimbo sviluppa degli stili di attaccamento, credenze sia su sé stesso, sia sul caregiver (accudente).


11 ottobre 2017

La difficoltà di discernere tra ansia, emozioni e fatti nelle ansie sociali


Ho spesso fatto notare come ansia ed emozioni sono attivate da flussi di pensiero e/o da processi di valutazione automatica. Vi è dunque uno svolgimento consequenziale di attivazione. 

Tuttavia, si tratta di sequenze che si svolgono in modo veloce, tanto che difficilmente lo stato cosciente riesce a distinguerne le fasi.

Sia i pensieri automatici negativi, sia i processi divalutazione automatica sfuggono all’attenzione delle persone, e ciò perché non sono oggetto di elaborazione mentale cosciente.

Quaini Floriana - frastuono
Pensieri, emozioni ed ansia sono percepiti come eventi simultanei, spesso come un unico evento.

Alla difficoltà di cogliere, in modo cosciente, tali distinzioni vi si aggiunge anche un problema di apprendimento o di mancato esercizio.

Per chi è cresciuto in ambienti (soprattutto familiari) anassertivi, o comunque problematici, è molto alta la probabilità che non gli sia stato concesso, o non abbia avuto la possibilità di apprendere il riconoscimento di distinte emozioni e/o specifiche forme d’ansia.

4 ottobre 2017

La timidezza e il timore di non essere all’altezza


Ci sono persone timide che vivono la costante condizione di non sentirsi all’altezza di altri o nel fronteggiare determinate situazioni.

Così finiscono col fare scena muta nelle conversazioni di gruppo, a evitare di prendere iniziative, col cercare di essere più invisibili possibile nelle situazioni sociali, nell’impegnarsi a evitare sistematicamente di trovarsi nella condizione di essere al centro dell’attenzione altrui, nell’evitare il confronto dialettico con altre persone soprattutto se queste sono considerate o percepite superiori a sé.

Andy Beck - n.t.jpg
Qui, l’evidenza della natura cognitiva della timidezza emerge in modo chiarissimo. 

Nel momento in cui la coscienza prende atto di una situazione che va fronteggiata, si sono attivate, in memoria, quelle credenze sulla definizione del sé che la mente collega alla circostanza.


27 settembre 2017

La demotivazione nelle ansie sociali


La demotivazione è una condizione emotiva di natura cognitiva; scaturisce da una valutazione di assenza di soluzione, dall’emozione dello sconforto e dalla paura della sofferenza percepita come insopportabile. Ogni possibile tentativo appare vano.


Loic Allemand - n.t.
L’accumularsi degli insuccessi nelle interazioni sociali, la costante sofferenza con le proprie esperienze interne, l’insistenza nel rimuginìo e nella ruminazione sui temi e sulle vicende dolorose, mentali o sociali che siano, sono tra i principali fattori che favoriscono, da una parte, emozioni quali la tristezza, lo sconforto, la rassegnazione, la disperazione, la rabbia, da un’altra, rafforzano le idee di fallimento, nullità, d’incapacità, il pensiero di non vedere vie d’uscita.

Esperienze che, sia pure con diverse declinazioni, rintracciamo nelle forme depressive e nelle ansie sociali.


19 settembre 2017

Le ansie sociali e la vergogna della propria sofferenza - seconda parte


SECONDA PARTE


“Preferisco non uscire perché se incontro qualcuno che mi conosce e mi chiede cosa sto facendo, poi dovrò dirgli la verità”. La verità, per questo ragazzo, sarebbe stata di dover dire che non faceva nulla e che stava solo tutto il giorno, e di ciò se ne vergognava.

Non avere lo stile di vita, che l’ansioso sociale presume hanno gli altri, è motivo di vergogna, si sente fuori dalle regole, ma si sente anche un minorato, un fallito, un essere di scarso valore, uno che fa pena, una persona che non potrà mai essere valutata positivamente.


Annette Schmucker - senza titolo.jpg
Vergognarsi per la propria condizione di sofferenza interiore è anche la testimonianza di un pressante bisogno di appartenenza sociale

Aspira ad appartenere a una qualche collettività e, quindi, desidera che la propria persona possa corrispondere a quel target di valori che ritiene siano quelli preferiti nel gruppo cui aspira di farvi parte.

La discrepanza tra il suo percepirsi nella vita reale e l’io che dovrebbe corrispondere ai valori presi a riferimento misura il suo livello di diversità e di lontananza dall’appartenenza sociale.