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19 settembre 2017

Le ansie sociali e la vergogna della propria sofferenza - seconda parte


SECONDA PARTE


“Preferisco non uscire perché se incontro qualcuno che mi conosce e mi chiede cosa sto facendo, poi dovrò dirgli la verità”. La verità, per questo ragazzo, sarebbe stata di dover dire che non faceva nulla e che stava solo tutto il giorno, e di ciò se ne vergognava.

Non avere lo stile di vita, che l’ansioso sociale presume hanno gli altri, è motivo di vergogna, si sente fuori dalle regole, ma si sente anche un minorato, un fallito, un essere di scarso valore, uno che fa pena, una persona che non potrà mai essere valutata positivamente.


Annette Schmucker - senza titolo.jpg
Vergognarsi per la propria condizione di sofferenza interiore è anche la testimonianza di un pressante bisogno di appartenenza sociale

Aspira ad appartenere a una qualche collettività e, quindi, desidera che la propria persona possa corrispondere a quel target di valori che ritiene siano quelli preferiti nel gruppo cui aspira di farvi parte.

La discrepanza tra il suo percepirsi nella vita reale e l’io che dovrebbe corrispondere ai valori presi a riferimento misura il suo livello di diversità e di lontananza dall’appartenenza sociale.


13 settembre 2017

Le ansie sociali e la vergogna della propria sofferenza - prima parte



PRIMA PARTE

Mi appresto a trattare un argomento alquanto complesso e ampio, per questo sarà diviso e distribuito in più parti come mia abitudine.
Per tanti sofferenti la propria ansia sociale è motivo di vergogna. Un aspetto che li accomuna alle persone depresse e a un po’ di individui con sofferenze biologiche.

Le ragioni della vergogna provata dagli ansiosi sociali, come anche dai depressi, sta probabilmente nel percepirsi inadeguati.

Annette Schmucker - senza titolo
In questo caso, l’idea dell’inadeguatezza abbraccia un vasto campo di significati e/o di rappresentazioni.

Un fattore che va osservato è che mentre l’altro è considerato persona normale, si ritiene che la propria persona non lo sia. 

L’ansioso sociale si sente un diverso.

Il problema è che questa diversità percepita genera un solco etico-morale tra l’idea della normalità e quella della anormalità così come valutate dalla soggettività dell’ansioso sociale.


5 settembre 2017

La timidezza che non fa prendere l’iniziativa


Essendo di natura cognitiva, la timidezza è innanzitutto sostenuta da credenze di base negative e, sostanzialmente, inconsce riguardanti, principalmente, la definizione di sé stessi. 

Ciò in termini di capacità di far fronte agli eventi con efficacia; abilità nell’interagire con gli altri; quanto si è interessanti o amabili come persona; avere, o meno, una difettosità innata.

Felice Casorati - l attesa
La persona timida percepisce questo senso di inadeguatezza soprattutto attraverso le emozioni della paura, i pensieri automatici negativi, le valutazioni in merito al susseguirsi delle esperienze conclusasi in modo insoddisfacente. 

Un insieme di fattori che, per un verso, alimenta il circolovizioso della timidezza, per un altro, produce la conferma e il rinforzo delle credenze di base disfunzionali, delle credenze strutturate derivate, sia le abitudini delle strategie di autoregolazione di natura metacognitiva.
Catturato in questo vortice, l’individuo timido ha sempre qualche timore che lo sovrasta.

31 agosto 2017

Non si nasce con la timidezza dentro


Un po’ di persone pensano che la timidezza sia di origine genetica o, più genericamente, che sia innata. Simili pensieri sono riferiti anche alle altre forme di ansia sociale.

È bene chiarire questa cosa. Non esistono forme di ansia sociale innate, né esiste alcuna prova scientifica che dimostri l’esistenza di un gene che la determina.

Simonetta Massironi - presenza
La timidezza si forma quando si è in vita, e lo stesso vale anche per tutte le altre forme di ansia sociale.

Non a caso, ho spesso descritto la timidezza come un disagio sociale di natura cognitiva e riferita solo, ed esclusivamente, al mondo delle relazioni umane.

Già parlare di natura cognitiva implica processi legati all’attività della mente che possiamo descrivere come il dominio dell’interazione tra relazioni derivate complesse di funzioni cerebrali che raggiungono una tale complessità da non poter essere considerate come fenomeni “fisici”, ma dominio di interazioni capaci di astrazioni che vanno ben oltre la materialità della fisica.

26 agosto 2017

Essere soli con la timidezza addosso


“Sono solo, non ho amici”; “Non ho nessuno con cui uscire, così resto da sola a casa”; “mi sento sola, e quando sto con amici mi sento a disagio”; “sono sempre solo, i miei compagni mi isolano”; “attorno a me c’è solo solitudine”; “non riesco a legare, così sto sempre da sola”.

Con la solitudine si misura la sofferenza in tante forma di timidezza o di altre ansie sociali.
Soprattutto quando la timidezza non è specifica, ma si manifesta nell’interazione con gli altri, in generale. È un problema che colpisce particolarmente anche i sociofobici e coloro che soffrono del disturbo evitante della personalità.

Cos’è la solitudine quando è vissuta con sofferenza? 

Federica Gionfrida - loneliness (solitudine)
Dovremmo parlare del dolore della non appartenenza; della precarietà, o del sentirsi socialmente precari, in un gruppo, in un ambiente lavorativo, in breve, in un insieme di persone di cui si desidera esserne parte.

La solitudine è vissuta come fallimento del proprio essere animale gregario, individuo sociale; ma anche come assenza di vicinanza e affettività.

La solitudine è la repressione, l’inesplicazione del bisogno dell’essere sociale. Ma anche il sentimento che rappresenta il proprio sentirsi insufficiente a sé stessi.

Per mezzo della solitudine la persona timida si rappresenta a sé stessa come inadeguata.