informazioni

                                            
per informazioni e contatti scrivi a:

16 maggio 2018

Il bisogno di certezza nella timidezza



“E se non le/gli piaccio?”, “ma forse non mi caga proprio”, “magari sono inopportuno/a”, “e se mi dice di no?”, “forse fa così perché vuole liberarsi di me”, “non so che fare”, “non so cosa dire”, “penseranno male di me”, “se faccio una brutta figura?”, “magari penseranno che sono una persona stupida”, “va a finire che diventerò tutto rosso/a, e gli altri rideranno di me”, “sento che non ce la farò”.

Che bisogni esprimono tutti questi pensieri automatici negativi

Renè Magritte - il principio dell'incertezza
Quello che le cose vadano secondo il proprio desiderio, il proprio scopo. Quello che manca alla persona timida che ha di questi pensieri è la mancanza di certezza, anzi, di assoluta certezza.

Il mondo delle possibilità variegate è visto a tinte fosche, come l’addentrarsi nel bosco in una notte nebbiosa: quali e quante insidie si celano nel buio e nella nebbia?

Per gli ansiosi sociali l’assenza di una garanzia assoluta di successo equivale a essere fortemente esposti a esiti e conseguenze negative per mezzo di quelle carenze, fragilità e inadeguatezze che essi pensano di avere.


8 maggio 2018

La timidezza da relazione



Benché vi siano molte forme di timidezza, l’ansia da relazione è forse quella che più di ogni altra, nell’immaginario collettivo, appare quella rappresentativa e descrittiva, per antonomasia, della timidezza.

Esteriormente è riconoscibile per l’evidente disagio che la persona timida prova già nel tentare a instaurare una relazione, caratterizzata spesso da comportamenti evitanti o marcati fortemente dall’ inibizione ansiogena.

Safwan Dahoul - Dream 93
Possiamo definire la timidezza da relazione come un disagio, di natura cognitiva, che si manifesta, con intensa  disregolazione emotiva e sintomi d’ansia sociale ansia, nel tentativo di vivere o di iniziare una stretta relazione interpersonale.

Chiaramente tale tipo di disagio appare più marcato riguardo le relazioni interpersonali a due, sia nell’intento di costruirle, sia in quello di tenerle in vita.

Essendo di natura cognitiva, la timidezza da relazione, attiene a cognizioni che fanno riferimento alle definizioni del sé e del sé-con gli altri. 


4 maggio 2018

Quando la persona timida dice “non mi accetto”



“Mi faccio schifo”, “mi faccio pena”, “sono orrenda/0”, “non mi accetto”, “ma dove può presentarsi uno/a come me?”, “ma come posso permettermi di…?”, “ma dove posso andare, così come sono?”, “mi faccio ribrezzo”, “sono una merda”.

Sono solo alcuni dei modi con cui una persona timida esprime la non accettazione di sé. Ma, talvolta, lo si fa attraverso il comportamento fisico, assumendo atteggiamenti che costringono gli altri ad allontanarsi, a isolarlo, a respingerlo o a giudicarlo negativamente, come per dire pubblicamente, per auto umiliarsi o auto punirsi, “guardate quanto faccio schifo!”.

Loic Allemand - n.t.
Possiamo dire sinteticamente che la non accettazione di sé deriva dalla discrepanza tra il sé percepito e il sé ideale.

Una delle cause di questa condizione è la mancata consapevolezza della disfunzionalità in parte del sistema cognitivo, cioè, riguarda un insieme di cognizioni “apprese” e memorizzate non in sintonia con la conoscenza implicita[1] di sé e di sé-con gli altri. È una mancanza di sintonia che la persona timida avverte come un “non essere come si dovrebbe” e che spesso ritroviamo in quel “non riesco ad essere me stesso/a”.


24 aprile 2018

Timidezza e solitudine


Timidezza e solitudine viaggiano spesso a braccetto perché entra in gioco la difficoltà nel relazionarsi agli altri.

Tuttavia, benché la persona timida sia cosciente di tale problematicità, nel suo tentativo di interpretare, e comprendere, cause e dinamiche di tale vicissitudine, indirizza la propria attenzione valutativa in direzioni errate.

Giorgio De Chirico -  la solitudine
Più che le cause, a essere oggetto delle proprie osservazioni sono, generalmente, gli effetti, le conseguenze, aspetti esteriori che, per la loro visibilità, immediatezza e risvolti negativi pratici nella vita reale, appaiono come fattori centrali.

Ad esempio, sotto la lente d’ingrandimento finiscono elementi e/o fattori di vario tipo come il corpo, l’impaccio nei movimenti o nel parlare, ma anche oggetti del pensiero che scaturiscono dalla tendenza abituale a distorsioni logiche del ragionamento come le inferenze arbitrarie e le astrazioni selettive.


11 aprile 2018

La timidezza e il percepirsi invisibile



“Il mondo è una nostra rappresentazione”, affermava Schopenhauer, e non aveva tutti i torti, ma più chiaro lo è Epitteto, filosofo contemporaneo di Tacito, nell’affermare che: “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma l’idea che gli uomini formulano sui fatti”.

Umberto Boccioni - Stato mentale 3
La percezione dell’essere invisibili più che una condizione, è uno stato mentale.

Ma perché una persona timida, o fobica sociale, descrive le proprie difficoltà nell’interazione con gli altri utilizzando la metafora dell’invisibilità?

Perché la conoscenza implicita[1] di sé, e di sé-con gli altri, non riesce a tradursi, compiutamente, in una conoscenza esplicita che sia memoria di emotività regolate funzionalmente: i traumi, il dolore, le sofferenze, le percezioni dell’altro (soprattutto le figure di attaccamento) non sono state superate e hanno lasciato sul terreno una memoria esplicita che definisce negativamente il sé e/o gli altri.