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17 luglio 2018

La timidezza e la paura nel sistema cognitivo - 1° parte


Partendo dal cervello-mente


La paura, come tutte le emozioni di base, è insita in tutte le specie animali. La sua funzione è quella di allarme quando insiste un pericolo o una minaccia. Grazie ad essa, quando incorre il rischio di subire un danno, l’organismo si attiva per fronteggiare la situazione adottando le strategie di fuga o di lotta.

Avrai compreso che, essendo una funzione comune a tutto il mondo animale, la paura è una emozione allo stato grezzo, che si attiva nelle regioni sottocorticali del cervello

Nel processo evolutivo dell’homo sapiens, il cervello si è arricchito con l’ampliamento della neocorteccia. Quest’ultima è la sede delle attività superiori dell’uomo; ci riferiamo alla coscienza del sé, alla capacità di pensiero astratto, alla capacità di produrre un linguaggio semantico, in breve al possesso di un sistema cognitivo logico.

Viste in termini evolutivi della specie, tutte queste nuove funzioni hanno uno scopo adattivo, quello di gestire in modo più funzionale l’intero sistema emotivo, permettendo che le emozioni passassero da uno stato grezzo (comune a quasi tutte le specie animali) ad uno più complesso, duttile e articolato, fino ad uno stadio di elaborazione ulteriore che trasforma l’emozione in sentimento.

In pratica, l’emozione grezza, la cui attivazione è sempre appannaggio delle regioni sottocorticali, viene gestita dall’attività cognitiva della neocorteccia che ha anche potere inibente delle stesse emozioni grezze.

Tuttavia, con la formazione di una società umana molto articolata, in cui si sono formate relazioni interpersonali complesse, tanto da prefigurare una notevole quantità d’implicazioni, la gestione cognitiva delle emozioni grezze ha comportato anche un aumento della complessità e delle forme delle emozioni.

Non sono più solo gli stimoli esterni e quelli interni fisiologici a generare le emozioni, la cognizione ne genera di sue.

Nelle ansie sociali le paure sono, sovente, materialmente inconsistenti, improbabili, puramente fittizie, semplicemente immaginate, pensate, previste tramite un processo mentale: sono frutto del pensiero.

Comunque, queste paure innescate dal pensiero, attivano l’emozione grezza e, dunque, tutti quei fenomeni fisiologici che chiamiamo sintomi d’ansia.

Le cose non sono casuali. Il pensiero riesce ad attivare la paura quando in memoria c’è traccia di esperienze dolorose emotivamente significanti e quando sono conservate definizioni del sé e/o degli altri di chiaro segno negativo. La memorizzazione delle esperienze costituisce un processo di apprendimento.

Se il sistema cognitivo ha memorizzato credenze di base negative riguardanti le qualità di incapacità, non abilità sociale, difettosità fisica (o anche mentale), non amabilità, la persona che si trova in tale condizione, è maggiormente esposta a manifestazioni di paura, anche se la minaccia o il rischio è irragionevole o inesistente. Ciò perché la persona ha appreso, dalle esperienze memorizzate, livelli personali di inidoneità.

Sia chiaro che ciò che si apprende non corrisponde, necessariamente, alla realtà delle cose. 

Come ho più volte affermato, l’apprendimento è acquisito, per la massima parte, attraverso il filtro delle emozioni e, quindi, anche le cognizioni del sé, sono condizionate dal sistema emotivo.

Un aspetto particolare della timidezza, ma anche di altre forme di ansia sociale, è che allo stato percettivo, fisico e cognitivo del soggetto, si presentano diversi tipi di paura, le quali, sono concatenate tra loro e disposte in modo gerarchico e/o consequenziale; cioè si verifica una compresenza di paure.

Una tale sequenza di paure si dispone dal massimo livello di coscienza fino a quello pre cosciente o anche inconscio. Tuttavia, le paure compresenti sono sempre rintracciabili tramite una ricognizione mentale e attentiva.



3 luglio 2018

La ruminazione e il dolore del ricordo nella timidezza


Molti per indicare l’attività di pensare agli eventi trascorsi nella propria vita utilizzano il termine “rimuginìo”. In psicologia questa attività viene, invece, chiamata ruminazione.

antony williams - Emma
Mentre il rimuginìo è un’attività di pensiero insistente che afferisce a pensieri riguardanti il proprio presente, il futuro prossimo o remoto; la ruminazione, che pure è una attività di pensiero insistente, riguarda la propria esperienza trascorsa.

Sia il rimuginìo, sia la ruminazione, sono modalità di pensiero e strategie di tipo metacognitive. La loro funzione è quella di orientare la persona verso il problem solving.

Il problema è che queste strategie metacognitive funzionano solo se vi si ricorre per periodi di tempo limitati. Nella timidezza, come in tutte le altre forme di ansia sociale, non è così.

Nella timidezza, la ruminazione si presenta come un’attività di pensiero persistente e pervasivo che può acquisire carattere compulsivo, nel senso che la persona timida non riesce più ad astenersi dal ruminare.


21 giugno 2018

Timidezza, dissociazione temporale e apatia


Nella timidezza, quando parlo di dissociazione temporale, mi riferisco a uno stato mentale in cui si è dissociati dal momento presente e, in certi casi, dall’applicazione logica del pensiero in modo temporaneo.

Luigi Zizzari - Dissociazione
In pratica, si è con la testa altrove, completamente distaccati e assenti, in quel momento, da quel che accade intorno. Può anche accadere che in questo stato mentale si verifichi un rallentamento o una difficoltà nell’esperire attività logiche legate alla gestione del momento presente.

La si potrebbe anche descrivere come una condizione di estraniazione dalla realtà presente o dalle contingenze problematiche del momento.

La dissociazione temporale rende la persona timida assente sia riguardo a fatti che si verificano nell’ambiente fisico circostante, sia rispetto all’interazione interpersonale, sia rispetto all’attenzione verso sistemi di comunicazione.

In tale condizione l’attività mentale dirige la propria attenzione nella sola direzione dei flussi di pensiero estranianti, questi possono essere a tema oppure divaganti.
Si tratta di una forma di anedonia atipica spesso legata anche all’apatia.

Probabilmente, la dissociazione temporale è una conseguenza di uno stato di apatia, per cui, il mancato interesse verso la realtà esterna a sé, verso quel che accade nel momento presente, è indotta da una difficoltà adattiva.

È chiaro che la dissociazione temporale è un comportamento mentale evitante così, come sembra lo sia anche l’apatia anche se, quest’ultima è più strettamente collegata a una crisi motivazionale.

Sicuramente, dissociazione temporale e apatia appaiono come strategie inconsce di fuga dalla sofferenza o dal timore di essa.

Talvolta la dissociazione temporale e l’apatia possono manifestarsi o sfociare in attività di day dreaming poco mobili o di scarsa costruzione creativa. In questi casi la mente tende ad evadere partendo dal sogno ma senza riuscire a costruire un ipotetico vissuto in modo continuo, sequenziale e/o organico, cioè priva di una vera trama.

Solitudine e difficoltà relazionale sono, in massima parte, il sottofondo esistenziale che sottendono la dissociazione temporale e l’apatia.

Il soggetto timido avverte un senso di costrizione ad agire da solo senza alcuna forma di sostegno o condivisione da parte di altri.

Spesso la persona timida sente di non poter contare sugli altri o, per una supposta indisponibilità altrui, oppure per una difficoltà o supposta incapacità nel manifestare la propria condizione emotiva. In ambedue i casi non si riesce a operare richieste di aiuto.

Le persone che vivono una condizione persistente e pervasiva di timidezza, o di altra forma di ansia sociale, hanno serie difficoltà anche nella descrizione della propria condizione di sofferenza. Le problematiche che sentono di vivere, appaiano, più che altro, come un insieme molto esteso e confuso; per cui sentono di non saper neanche da dove cominciare a raccontare.

Riassumendo, mentre l’apatia è l’espressione di uno stato di demotivazione che scaturisce da idee riguardanti il senso di impotenza, la vanità di ogni tentativo di soluzione, la teoria del destino, l’impossibilità del cambiamento o comunque l’incapacità ad agire in modo risolutivo ed efficace; la dissociazione temporale è evasione emotiva e, purtuttavia, si configura come una strategia di comportamento mentale evitante e automatico che sfugge del tutto al controllo cosciente.


11 giugno 2018

La timidezza e il non sentirsi degni di attenzione



La svalutazione del proprio valore come persona, o delle qualità personali in termini di capacità, abilità, attraibilità, sono alla base della bassa autostima che hanno come conseguenza il giudizio negativo di sé che conduce a una percezione di indegnità.

Angela Vecchio - Lacrime gialle
Il non sentirsi degni di attenzione, quindi, è una percezione condizionata dall’interazione tra descrizione negativa del sé, i suoi effetti nel relazionamento sociale e il giudizio di sé.

Nella timidezza questi tre fattori che ho appena descritto possono essere considerati sia in una disposizione sequenziale, sia all’interno di un fenomeno circolare.

È chiaro che se si ha una percezione negativa delle proprie qualità, i comportamenti che ne conseguono non possono non essere condizionati, e significativamente, dall’idea che si ha di sé. Di conseguenza tali comportamenti finiscono con l’essere “marchiati” dalle tendenze a rifuggire da sofferenze conseguenti a ipotetici fallimenti, oppure dalla “predazione” da parte dell’inibizione ansiogena.

Giacché la persona timida tende a valutare le cause dei propri insuccessi come risultato delle presunte qualità negative personali, a finire sotto accusa è essa stessa come persona.

L’evoluzione, nell’homo sapiens, dei processi emotivi, con l’espansione cerebrale alla neocorteccia, con la formazione della coscienza e la capacità di produrre pensiero astratto, ha fatto sì che emotività e razionalità potessero interagire dando vita all’uso del giudizio. 

Questo, infatti, è espressione di un processo di elaborazione mentale che va oltre la valutazione oggettiva e materiale della realtà, fino a diventare valutazione di qualità o di valore etico o morale. 

6 giugno 2018

Timidezza e disistima


Nell’auto descrizione di sé, collegate alla timidezza, troviamo spesso due termini, autostima (ovviamente bassa) e disistima. Impulsivamente siamo portati a considerare queste due parole come sinonimi l’una dell’altra.

Eppure, una bassa autostima non costituisce, di per sé, una mancanza di stima.

L’autostima ci indica il grado di fiducia che abbiamo nella nostra persona e nelle nostre capacità e abilità. Dunque, una bassa autostima sta a indicare una scarsa fiducia nei propri mezzi e, quindi, la convinzione di avere scarse o nessuna probabilità di riuscire a fronteggiare una situazione con efficacia.

La disistima ci conduce a un livello più grave rispetto alla mancanza di fiducia in sé. Essa esprime un giudizio sulla propria persona e sulle personali prerogative qualitative.