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11 aprile 2018

La timidezza e il percepirsi invisibile



“Il mondo è una nostra rappresentazione”, affermava Schopenhauer, e non aveva tutti i torti, ma più chiaro lo è Epitteto, filosofo contemporaneo di Tacito, nell’affermare che: “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma l’idea che gli uomini formulano sui fatti”.

Umberto Boccioni - Stato mentale 3
La percezione dell’essere invisibili più che una condizione, è uno stato mentale.

Ma perché una persona timida, o fobica sociale, descrive le proprie difficoltà nell’interazione con gli altri utilizzando la metafora dell’invisibilità?

Perché la conoscenza implicita[1] di sé, e di sé-con gli altri, non riesce a tradursi, compiutamente, in una conoscenza esplicita che sia memoria di emotività regolate funzionalmente: i traumi, il dolore, le sofferenze, le percezioni dell’altro (soprattutto le figure di attaccamento) non sono state superate e hanno lasciato sul terreno una memoria esplicita che definisce negativamente il sé e/o gli altri.

3 aprile 2018

Il bisogno di certezze nelle ansie sociali


Per le persone timide l’incertezza è come la peste. 

Per una mente che ha strutturato e radicato schemi cognitivi rigidi, un assai ristretto ventaglio valutativo di pensieri previsionali e lo stesso riguarda per i propri modelli interpretativi di comportamenti, situazioni ed eventi relazionali, l’incertezza rappresenta l’impossibilità di stabilire se una esperienza o da una esperienza possa scaturire un esito positivo o il raggiungimento di uno scopo.

Carlo di fronte ad Angela con l’alternarsi dei suoi comportamenti ora allusivi, ora invitanti, ora respingenti, ora accoglienti, ora negazionisti, va in crisi. Non sa se la donna che ama è interessata a lui oppure no. Di conseguenza non sa come comportarsi, teme dannatamente il rifiuto di lei, di apparire inopportuno, di non essere abbastanza per lei: “ah! Se Angela venisse da me e mi dicesse ti amo”. Preferirebbe la dichiarazione d'amore esplicita di lei, quella sì, che sarebbe una certezza.

Ingrid desidera tanto a far parte di un gruppo di persone. Vede alla scioltezza dei comportamenti e dei linguaggi di quelle persone, sembrano troppo per lei, non riesce a interagire e ogni volta che pensa di farlo si blocca. Teme di essere inferiore a essi, di apparire stupida, di non essere bene accetta: “se fossi sveglia come loro”. Se fosse sveglia come loro non sarebbe corrosa dai dubbi, dalle paure, dall'incertezza dei risultati.

Daniel Robinson - paura nera
Nel momento in cui le paure paventano incapacità di fronteggiamento, inabilità nell’interazione sociale, la non amabilità come persona, la minorità intellettuale, la difettosità fisica, l’io sociale del soggetto timido avverte pesantemente il pericolo della non appartenenza.


27 marzo 2018

L’idea di possibilità e probabilità nella timidezza


Accade sovente che si invita una persona timida al pensare positivo. Personalmente, preferisco suggerirle di pensare in modo possibilista poiché la vita è fatta di gioie e di dolori, pertanto bisogna imparare a ragionare e pensare tenendo conto di una più ampia gamma di scenari possibili della realtà, ma senza precipitare nel pessimismo.

Perché si fanno di questi inviti? 

Mark Tobey - entre la serenite et linquietude
Perché la mente delle persone timide, durante o in prossimità di esperienze che vivono con ansia, preoccupazione e paura, è attraversata da pensieri negativi, funesti, catastrofici.

Il loro è un pensare emotivamente, cioè, condizionato, in modo assai significativo, dalle emozioni, dai sentimenti e dai convincimenti profondi negativi che si hanno su sé medesimi e/o sugli altri.

Nella formazione del sistema cognitivo logico sono intervenute esperienze di vita vissute in condizioni emotive di sofferenza e memorizzate con tali tristi impronte. Ciò che si verifica è che quanto doveva essere una descrizione della realtà oggettiva è, invece, una rappresentazione emotiva dell’esperienza. 


22 marzo 2018

Quel “sono asociale” nella timidezza


Quando una persona timida si definisce “asociale”, in realtà, descrive una condizione di solitudine e ci racconta di una sofferenza che nasce dal conflitto tra paura di soffrire per l’insuccesso sociale e il forte desiderio di appartenenza.

Affermare che una persona timida che assume, come stile di vita, il ritiro sociale sia un asociale è da considerare una forzatura.
Fabio Selvatici - vuoto

Per definizione, un soggetto asociale è colui che è totalmente disinteressato agli interessi, ai sentimenti e alla vita sociale degli altri ed è anche sinceramente disinteressato a mantenere relazioni interpersonali.

Nel caso delle persone timide, ma anche di tutte coloro che sono afflitte da altre forme di ansia sociale, il ritiro sociale è da considerarsi una condizione del disagio e della sofferenza interiore nel vivere la socialità.


13 marzo 2018

Timidezza e ritiro sociale



Il ritiro sociale è la conseguenza di una resa emotiva. 

Come nelle forme di ansia sociale, anche nella timidezza si verifica un susseguirsi d’insuccessi; spesso, però, questi sono apparenti, supposti, previsti ma non vissuti, evitati; in breve, frutto del solo pensiero umano.

Giorgio De Chirico - solitude
La timidezza esiste quando si hanno pensieri negativi su sé stessi che vanno a descrivere, o definire, le qualità personali in relazione a tutto ciò che ha a che fare con la socialità, l’essere individuo sociale, l’agire e il vivere in un sistema di interazioni interpersonali.

Se una persona timida si trova a vivere, o a dover affrontare, una situazione che attiva nella propria mente un flusso di pensieri che, in un modo o in un altro, sono emanazione di quelle convinzioni negative del sé, finisce col fronteggiare l’esperienza sentendosi già sconfitta a priori.